ORMAI È CHIARO: NEL 2026 LA PELLE È CARA A TUTTI, ANCHE ALLE LATITUDINI DOVE BATTE POCO IL SOLE

Sono sempre stato d’accordo con gran parte delle cose dette da Dario Fabbri nelle sue numerose digressioni geopolitiche, specie quando soleva ricordare che «l’Urss ha sempre avuto un ritardo tecnologico rispetto all’Occidente, però diceva: noi siamo di più e disposti a morire», oppure quando, all’inizio della guerra in Ucraina, affermò che «la posizione della NATO non è quella della guerra: nessuno intende morire per Kiev». Eppure, dopo il voto per il rinnovo della Duma di Stato della Federazione Russa, mi sento, per una volta, di dissentire da lui. Perché, al di là delle differenze culturali e antropologiche sulle quali Fabbri ha costruito molte delle sue interessantissime analisi, il voto russo sembra suggerire una cosa assai più semplice: nel 2026 la pelle è cara a tutti, anche alle latitudini dove batte poco il sole.

Per mesi Russia Unita era stata descritta come un partito in difficoltà. I sondaggi la collocavano molto al di sotto del risultato ottenuto nel 2021 e sembravano raccontare una crescente insofferenza nei confronti della linea del Cremlino. E invece dalle urne è uscito tutt’altro: Russia Unita è passata dal 49,8% del 2021 al 57,83% del 2026 e ha conquistato 355 seggi su 450.

Certo, qualcuno a questo punto potrebbe dirmi: capirai! Si sapeva… Le elezioni in Russia sono una farsa, la gente è obbligata ad andare a votare e i partiti di opposizione sono stati messi al bando. E invece no. Questa è una rappresentazione quantomeno semplicistica, buona per chi si informa solo ed esclusivamente attraverso i cosiddetti “professionisti dell’informazione”. Se si allarga lo sguardo anche ai canali russi, a quelli dei Paesi confinanti o semplicemente a fonti non occidentali, il quadro appare più complesso. In Russia non esiste un obbligo giuridico generalizzato per il cittadino di recarsi alle urne: l’obbligatorietà prevista dalla normativa riguarda lo svolgimento periodico delle elezioni, mentre la partecipazione dell’elettore è volontaria. L’affluenza, peraltro, è stata molto alta, superiore al 59%, ma ben lontana da percentuali plebiscitarie dell’80 o 90% che sarebbe lecito attendersi in presenza di un obbligo effettivo e generalizzato.

Quanto ai partiti di opposizione, non sono stati tutti esclusi. Il caso più rilevante è stato quello di Yabloko, l’unica formazione registrata apertamente contraria alla guerra, la cui lista federale è stata estromessa dalla competizione dalla Corte Suprema. La decisione è stata motivata, tra l’altro, con donazioni provenienti da cittadini che, secondo Rosfinmonitoring, avevano a loro volta ricevuto denaro dall’estero, oltre che con contestazioni relative all’utilizzo di fondi e materiali elettorali. Contestazioni che, se fossero state mosse ad altri partiti qui in Occidente, avrebbero potuto produrre conseguenze altrettanto pesanti, come del resto è già accaduto. Basti pensare alla Romania, Paese membro dell’Unione Europea e della NATO, dove nel 2025 Călin Georgescu fu escluso dalla ripetizione delle elezioni presidenziali dopo le contestazioni che avevano investito la sua campagna elettorale, compresi gli aspetti relativi al finanziamento. O alla Francia, dove Marine Le Pen, condannata nel 2025 per l’utilizzo improprio di fondi del Parlamento europeo destinati agli assistenti parlamentari, fu dichiarata ineleggibile per cinque anni con effetto immediato.

Se ciò non bastasse, alle operazioni hanno preso parte anche osservatori internazionali. Tra questi c’era l’accademico italiano Angelo d’Orsi, invitato dalla International Association for Political and Electoral Experts, organizzazione che partecipava al monitoraggio su indicazione della Camera civica russa. D’Orsi ha raccontato di avere visitato numerosi seggi e, durante la propria permanenza in Russia, ha descritto un clima elettorale tranquillo e controlli che, a suo giudizio, garantivano la correttezza delle operazioni. E non è un fatto da poco che un osservatore italiano presente fisicamente sul posto abbia fornito una testimonianza molto diversa da quella proposta da gran parte dell’informazione occidentale.

Hai voglia, dunque, Kaja Kallas, a dichiarare che il voto russo è una farsa.

Io, invece, ritengo che il risultato scaturito da questa tornata elettorale sia storico, perché nel panorama politico russo la linea di Putin, per quanto possa sembrare paradossale a noi occidentali, non è affatto quella più radicale rispetto al conflitto. Da anni esiste una parte dell’establishment russo che lo accusa esattamente del contrario: di essere troppo prudente, troppo disponibile al negoziato, troppo restio a rispondere alle escalation occidentali con un’escalation ancora maggiore.

E allora guardiamoli, questi risultati, perché i segnali sono abbastanza chiari. Primo: dei due parlamentari della vecchia Duma che avevamo individuato come inequivocabili sostenitori dell’impiego concreto dell’arma nucleare, nella nuova Duma ne rimane uno: Aleksej Žuravlëv. Andrej Gurulëv, generale in congedo e deputato di Russia Unita che era arrivato a evocare attacchi nucleari contro obiettivi occidentali, non è stato ricandidato dal partito. Secondo: il Partito Comunista, una delle componenti più intransigenti nei confronti dell’Occidente, perde nettamente terreno rispetto al 2021 e probabilmente il comunismo russo sta cominciando anche a fare i conti con la progressiva scomparsa anagrafica di una parte consistente del proprio elettorato storico. Terzo: la LDPR, il vecchio partito di Žirinovskij, cresce, ma relativamente poco e rimane enormemente distante da Russia Unita. Quarto, e soprattutto: Putin conserva saldamente il controllo della Duma e la linea che, all’interno del sistema russo, rappresenta quella relativamente più prudente esce dalle elezioni politicamente rafforzata.

Naturalmente nessuno può sostenere che decine di milioni di russi siano entrati nella cabina elettorale pensando alla guerra termonucleare. Ma la politica si legge anche attraverso le tendenze: se davvero la società russa fosse quella massa collettivista pronta al sacrificio che noi immaginiamo, se davvero milioni di russi non aspettassero altro che una risposta devastante all’Occidente, ci aspetteremmo di vedere rafforzarsi proprio coloro che quella risposta la chiedono. È accaduto, nel complesso, il contrario.

Ed è qui che comincio ad avere qualche dubbio sulla distinzione antropologica proposta tante volte da Fabbri fra il nostro individualismo occidentale e quel “noi” collettivo che caratterizzerebbe invece i russi e altri popoli orientali. Probabilmente quella differenza esiste e continua ad avere un peso enorme nella capacità delle diverse società di sopportare sacrifici, privazioni e persino perdite militari. Ma forse, nel XXI secolo, ha incontrato un limite che attraversa ormai tutte le culture: la gente comune non vuole morire.

Le élite russe, come quelle occidentali, evidentemente sono un’altra cosa. Karaganov e Solov’ëv possono discutere di guerra nucleare, di rappresaglie e di escalation; magari, consentitemi la battuta, avranno pure un rifugio atomico nel quale infilarsi. Il russo comune no. Esattamente come non ce l’ha il tedesco, l’italiano, il francese o l’americano. Ed è molto più facile teorizzare il sacrificio collettivo quando a dover essere sacrificato è qualcun altro.

È questo, secondo me, che il voto russo ci sta dicendo. Si può essere patrioti, sostenere Putin, considerare la NATO un nemico, ritenere legittima la guerra in Ucraina e persino pensare che Mosca avrebbe dovuto reagire con maggiore durezza. Ma tra tutto questo e accettare di morire, vedere morire i propri figli o correre il rischio che una guerra termonucleare cancelli la propria città dalla faccia della Terra c’è un abisso.

Perciò, caro Dario, forse l’Occidente non possiede più il monopolio dell’individualismo che attribuiamo alle nostre società opulente. Forse, nel XXI secolo, il famoso “io” è penetrato molto più profondamente anche laddove credevamo continuasse a dominare incontrastato il “noi”. Perché quando arriva il momento di mettere sul tavolo non il destino della Patriain astratto, ma la propria vita e quella dei propri figli, la pelle torna improvvisamente ad avere lo stesso valore a tutte le latitudini.

E forse è persino una buona notizia: anche i russi, a quanto pare, non hanno nessuna voglia di morire male.

Così come non vogliono morire male i tedeschi. Certo, si vota AfD anche perché una parte consistente dell’elettorato contesta la politica fin qui seguita da CDU e SPD sull’immigrazione, sull’economia e sulla progressiva perdita di competitività dell’industria tedesca. Ma la formazione guidata da Alice Weidel è anche una delle principali forze politiche tedesche contrarie alla linea seguita da Berlino nel conflitto russo-ucraino e favorevoli a una riapertura dei rapporti economici ed energetici con Mosca.

E questo, almeno in parte, emerge anche dalle testimonianze raccolte sul terreno. Persino Piazzapulita, trasmissione di La7 tutt’altro che tenera con l’AfD e con Putin, ha più volte intervistato elettori tedeschi che hanno indicato proprio l’opposizione alla guerra e alla politica seguita da Berlino nei confronti della Russia tra le ragioni del proprio voto. Non significa, naturalmente, che tutti gli elettori dell’AfD votino per questo motivo; significa però che la questione della guerra esiste dentro quel voto e non può essere semplicemente espunta dal racconto politico del fenomeno.

Ed infatti, nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Land dell’ex Germania orientale affacciato sul Baltico, domenica l’AfD ha vinto l’ennesima elezione regionale con il 38,2% dei voti, più che raddoppiando il 16,7% ottenuto nel 2021. La SPD si è fermata al 35,5%, mentre la CDU è precipitata al 4,9%, rimanendo fuori dal Parlamento regionale: per i cristiano-democratici si tratta di un risultato storico e disastroso.

D’altronde, tutto il mondo è Paese, Italia compresa, dove, per le medesime ragioni, sono i pacifisti di fatto a raccogliere, in questo momento storico, i maggiori consensi popolari: Vannacci e Conte in primis.

Mussolini, dal canto suo, nell’aprile del 1940 ebbe a dire: «Per far grande un popolo bisogna portarlo al combattimento, magari a calci nel sedere».

E sappiamo tutti, poi, come andò a finire.

Lorenzo Valloreja

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