CARO GOVERNO, NEL 2026, SE VUOI IL NUCLEARE DEVI RICOPRIRCI D’ORO… DIVERSAMENTE, COSTRUISCI LE CENTRALI DENTRO LE ZTL DELLE PRIME 10 CITTÀ ITALIANE!
Il 23 settembre 2026 rischia di diventare una di quelle date delle quali comprenderemo la portata soltanto fra qualche anno. Con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti, il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sull’energia nucleare sostenibile e, dopo quasi quarant’anni, l’Italia riapre dunque una porta che sembrava essere stata definitivamente chiusa nel 1987.
Questo non significa, naturalmente, che domani mattina qualcuno comincerà a scavare per costruire una centrale. La legge delega affida al Governo il compito di definire, attraverso i successivi decreti legislativi, il nuovo quadro normativo riguardante il ciclo dell’energia nucleare, la sicurezza, la localizzazione degli impianti, la gestione dei rifiuti e tutto ciò che sarà necessario per riportare concretamente l’atomo nel sistema energetico italiano. Politicamente, però, una scelta è stata compiuta: l’Italia torna a considerare il nucleare una delle possibili componenti del proprio futuro energetico.
E, detto senza girarci troppo intorno, era difficile continuare a fingere che il problema non esistesse. Per quasi quarant’anni abbiamo raccontato a noi stessi di essere usciti dal nucleare mentre continuavamo a consumare anche energia prodotta attraverso il nucleare degli altri. Abbiamo eliminato le centrali dal nostro paesaggio, non necessariamente l’atomo dall’elettricità che utilizziamo.
Nel frattempo abbiamo scoperto, spesso nel modo più doloroso, che l’energia non è semplicemente una merce che si compra quando serve, perché significa industria, competitività, occupazione, sicurezza nazionale, politica estera e, alla fine, sovranità. Un Paese che dipende strutturalmente dall’estero per una parte rilevante delle proprie necessità energetiche consegna inevitabilmente a qualcun altro una parte della propria autonomia. Per questo il tentativo di tornare a produrre in Italia una quota maggiore dell’energia di cui abbiamo bisogno merita almeno di essere affrontato senza gli schemi ideologici degli anni Ottanta.
Poi discuteremo degli SMR, dei costi, dei tempi, delle scorie, della sicurezza, della reale competitività delle nuove tecnologie e di tutto ciò che deve essere discusso quando si parla seriamente di nucleare. C’è però una domanda che vorrei porre prima che vengano scelti i siti, perché dopo sarà troppo tardi: chi pagherà territorialmente la nuova indipendenza energetica italiana?
È una domanda alla quale la politica, non soltanto sul nucleare, continua da decenni a rispondere sempre nello stesso modo: qualcuno, da qualche parte, possibilmente lontano da chi decide. Perché una centrale elettrica non vive dentro una slide ministeriale, un elettrodotto non attraversa una conferenza stampa e un gasdotto non passa sotto il tavolo del Consiglio dei ministri. Le infrastrutture hanno bisogno di terra e la terra appartiene a qualcuno. Le centrali sorgono dentro un Comune, gli elettrodotti attraversano proprietà private, i gasdotti tagliano campagne, i termovalorizzatori confinano con quartieri e paesi, le discariche hanno vicini di casa.
Ed eccolo il grande equivoco sul quale abbiamo costruito una parte dello sviluppo infrastrutturale italiano: il beneficio è nazionale, mentre il sacrificio ha sempre un indirizzo e un codice postale.
Questa storia la conosco bene. Ho combattuto per anni, attraverso il comitato “Nessuno tocchi il nostro futuro”, contro le modalità con le quali il territorio di Cepagatti è stato coinvolto nella realizzazione delle infrastrutture legate all’interconnessione elettrica Italia-Montenegro. Non sono quindi uno che scopre oggi la questione perché il Parlamento ha approvato una legge sul nucleare e proprio quell’esperienza mi ha insegnato che essere contrari al sopruso non significa essere contrari alla modernità.
Se all’Italia servono centrali, si costruiscano. Se servono elettrodotti e interconnessioni internazionali, si realizzino. Ma deve finire il principio secondo il quale, appena qualcuno prova a discutere come, dove e a quali condizioni debba essere realizzata un’opera, gli viene appiccicata addosso l’etichetta del cavernicolo contrario al progresso. Io non sono contrario alle infrastrutture; sono contrario all’idea che l’interesse nazionale costituisca una specie di lasciapassare con il quale si possa entrare in un territorio, modificarlo, imporre servitù, ridurre il valore delle proprietà e poi salutare tutti spiegando che lo abbiamo fatto per il bene dell’Italia. Perché, se è per il bene dell’Italia, allora l’Italia paghi. E paghi seriamente.
Qui arriviamo al primo punto sul quale la nuova legge sul nucleare potrebbe rappresentare l’occasione per cambiare completamente paradigma. Quando parlo di compensazioni non sto pensando ai soliti milioni versati all’amministrazione comunale. Qualche milione al Comune, una strada, una rotatoria, un palazzetto o un giardino pubblico non rappresentano la compensazione di una comunità; rappresentano, nella migliore delle ipotesi, una compensazione al suo bilancio.
Io sto parlando dei cittadini, delle famiglie e delle imprese. Se domani una centrale nucleare, una grande centrale elettrica o un’altra infrastruttura energetica strategica dovesse sorgere nel territorio del Comune X, chi abita e produce nel Comune X dovrebbe partecipare direttamente e permanentemente alla ricchezza che quell’infrastruttura produce. Vuoi la centrale? Benissimo. Allora nel territorio che la ospita l’energia deve costare enormemente meno e, personalmente, arriverei molto più lontano: per i residenti direttamente interessati la componente energetica della bolletta dovrebbe poter essere azzerata o fortemente abbattuta, costruendo naturalmente il meccanismo giuridico ed economico necessario.
Lo stesso principio dovrebbe riguardare le imprese, perché potremmo provare per una volta a rovesciare il ragionamento. Una grande infrastruttura energetica viene generalmente percepita come qualcosa che riduce l’attrattività del territorio che la ospita; ma se invece la trasformassimo in un vantaggio competitivo? Se un’impresa sapesse che insediandosi nell’area che ospita una grande infrastruttura energetica avrebbe energia a condizioni fortemente agevolate, quel territorio potrebbe diventare interessante per investimenti, attività produttive e occupazione. La compensazione smetterebbe così di essere elemosina e diventerebbe politica industriale territoriale.
Poi vengano pure le royalty per il Comune e, se quelle entrate permetteranno di ridurre la TARI e gli altri tributi locali o di finanziare servizi migliori, tanto meglio. Ma il principio deve cambiare: non qualche soldo al sindaco affinché spieghi ai cittadini quanto sia stata conveniente l’operazione, bensì un vantaggio che entri direttamente nelle case e nelle aziende e che sia percepibile ogni mese, quando arriva la bolletta.
C’è poi un secondo problema del quale la politica parla ancora meno. Produrre energia non basta, bisogna trasportarla e, se costruiremo nuove centrali, dovremo avere una rete capace di riceverne e distribuirne la produzione. Questo significa nuovi collegamenti, adeguamenti, stazioni ed eventualmente nuovi elettrodotti, ed è qui che entriamo in uno degli angoli più dimenticati del rapporto tra interesse pubblico e proprietà privata: le servitù elettriche.
La parola è elegante: servitù, non esproprio. Il terreno rimane tuo. Peccato che possa accadere che sopra quella proprietà passi un elettrodotto e che la relativa fascia di rispetto limiti fortemente ciò che puoi costruirvi e determinate utilizzazioni che comportano una permanenza prolungata delle persone. A quel punto la domanda è molto semplice: quanto è ancora tua quella proprietà? Giuridicamente moltissimo, concretamente magari molto meno.
Se prima un terreno possedeva determinate possibilità di utilizzazione e dopo la realizzazione dell’infrastruttura quelle possibilità vengono ridotte, qualcuno ha subito un danno economico. Non dovrebbe nemmeno essere una discussione ideologica, è una questione di valore. Il nostro ordinamento riconosce già il principio dell’indennità quando un’opera pubblica determina una servitù o una permanente diminuzione del valore del fondo; portiamo allora quel principio fino alle sue conseguenze e non valutiamo soltanto quanti metri quadrati occupa fisicamente un traliccio, ma quanto valeva realmente la proprietà prima e quanto vale dopo, quali utilizzazioni sono state perdute, quali limitazioni sono sopravvenute e quale incidenza abbia la fascia di rispetto.
Soprattutto ricordiamoci che l’Italia non è fatta soltanto di grandi proprietari con centinaia di ettari. Un elettrodotto che attraversa una proprietà enorme può comprometterne una piccola percentuale; lo stesso elettrodotto che attraversa il terreno di una famiglia può comprometterne metà. È per questo che, a mio avviso, le possibilità dovrebbero essere tre: interrare, indennizzare seriamente oppure acquisire. Non può esistere una quarta soluzione nella quale la proprietà rimane formalmente al cittadino, l’utilizzabilità viene sostanzialmente ridotta e il costo di quella riduzione viene scaricato quasi interamente su chi ha avuto la sfortuna di trovarsi lungo il tracciato.
E qui arriva una domanda che prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di porre. Terna ha realizzato per Milano-Cortina decine e decine di chilometri di elettrodotti interrati: in Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto sono stati realizzati complessivamente circa 130 chilometri di cavi sotterranei e nel progetto Dolo-Camin, tra Venezia e Padova, è previsto persino un collegamento interrato a 380 kV.
Dunque si può fare, anche se non sempre. Interrare una linea ad altissima tensione presenta problemi tecnici, economici e manutentivi che possono rendere questa soluzione non praticabile o irragionevole su determinati tracciati e sulle lunghe distanze. Benissimo, ma allora voglio conoscere i criteri. Se si può fare sulle Alpi, si deve almeno spiegare perché non si possa fare sull’Appennino; se si può fare in Veneto, bisogna spiegare perché non sia tecnicamente ed economicamente possibile in Abruzzo quando le condizioni sono comparabili. Se in un territorio il paesaggio, la densità abitativa o le richieste delle comunità giustificano il maggiore investimento necessario all’interramento, lo stesso metro deve essere utilizzato in tutta Italia.
Altrimenti la domanda nasce spontaneamente: esiste un’Italia di serie A e un’Italia di serie B?
Non sto sostenendo che esista. Sto chiedendo che vengano utilizzati criteri sufficientemente trasparenti da impedire persino che il dubbio possa sorgere, perché il territorio italiano ha lo stesso valore costituzionale a Cortina come a Cepagatti. E se interrare costa di più, nel calcolo non mettiamo soltanto il prezzo del cavo: mettiamo anche il prezzo del paesaggio che salviamo, del territorio, del valore immobiliare, delle possibilità legittime di utilizzazione dei fondi e della qualità della vita.
Se indennizzare seriamente tutti i proprietari di una tratta aerea costa cento e interrarla costa centoventi, forse quei venti rappresentano semplicemente il prezzo della civiltà infrastrutturale. Se invece l’interramento è impossibile o economicamente sproporzionato, si paghino seriamente i proprietari e, quando la compromissione di un piccolo fondo è talmente rilevante da renderne residuale l’utilizzazione, si valuti l’acquisizione. Perché l’interesse nazionale non può essere finanziato occultamente attraverso la svalutazione delle proprietà di pochi cittadini.
Ma esiste un problema ancora più grande, ed è forse quello che dovrebbe preoccuparci maggiormente quando cominceremo a parlare delle localizzazioni delle nuove centrali nucleari: le brutture attirano altre brutture.
Uso volutamente una parola brutale perché il meccanismo può essere altrettanto brutale. Quando un territorio ospita già una grande stazione elettrica, una centrale, una discarica, un termovalorizzatore, grandi elettrodotti o altre infrastrutture impattanti, diventa più facile aggiungerne un’altra. Le ragioni possono essere perfettamente razionali: la rete esiste già, gli accessi esistono, il territorio è già infrastrutturato e le connessioni costano meno. Ma proprio questa razionalità economica può produrre una gigantesca irrazionalità sociale, perché la prima ferita diventa la giustificazione della seconda, la seconda facilita la terza e la terza prepara la quarta.
“Tanto lì ormai c’è già qualcosa”. È proprio quell’“ormai” che non accetto, perché seguendo questa logica finiamo per dividere progressivamente l’Italia in territori che devono essere preservati e territori sacrificabili, luoghi nei quali non si può toccare nulla e luoghi nei quali, siccome qualcosa è già stato toccato, possiamo continuare.
E indovinate chi rimane più facilmente nei territori progressivamente svalutati? Non necessariamente chi li ha scelti, ma spesso chi non possiede le risorse economiche per andarsene, chi non può vendere una casa e comprarne un’altra altrove, chi ha lì il proprio lavoro, chi ha ereditato la casa dei genitori, chi possiede un piccolo terreno o, semplicemente, chi non dispone dell’alternativa che possiede invece chi ha reddito e patrimonio sufficienti per scegliere dove vivere.
È anche così che la periferia diventa sempre più periferia: non perché qualcuno abbia tracciato una linea sulla carta geografica, ma perché il disagio attira altro disagio e il sacrificio precedente diventa la giustificazione del sacrificio successivo.
Per questo, nei criteri di localizzazione delle future centrali nucleari, introdurrei un parametro preciso: il carico infrastrutturale pregresso. Prima di decidere dove mettere la prossima grande infrastruttura nazionale bisogna sapere quanto quel territorio ha già dato, quante centrali e quanti impianti ospita, quanti elettrodotti lo attraversano, quante servitù e quanti vincoli gravano sui fondi, quanta superficie è già stata sottratta ad altri utilizzi, quale sia la densità abitativa e quante volte, negli ultimi cinquant’anni, abbiamo già bussato alla porta di quella stessa comunità dicendo che doveva sacrificarsi perché serviva all’Italia.
A quel punto abbiamo due possibilità. La prima è ridisegnare seriamente la geografia energetica nazionale, scegliendo le localizzazioni sulla base delle condizioni effettive di sicurezza, geologia, disponibilità idrica, rete, densità abitativa, distanze, ambiente, accessibilità e carico infrastrutturale preesistente. La seconda è stabilire che, per ragioni tecniche ed economiche, convenga comunque aggiungere una nuova infrastruttura proprio dove ne esistono già altre. Può essere una scelta legittima, ma allora il conto cambia: una servitù si paga una volta, due servitù si pagano due volte, tre servitù si pagano tre volte. Più un territorio viene utilizzato nell’interesse nazionale, più deve aumentare la quota di beneficio che rimane su quel territorio, esattamente l’opposto di ciò che rischia di accadere quando un’area già compromessa diventa più conveniente proprio perché è già compromessa.
A questo proposito esiste una lezione italiana che dovremmo tornare a studiare, quella di Enrico Mattei. Quando Mattei si presentò nei Paesi produttori di petrolio comprese qualcosa che le grandi compagnie occidentali avevano compreso molto meno, o avevano interesse a non comprendere: non basta arrivare in un territorio, prendere la risorsa, pagare qualcosa e andarsene; chi possiede quella risorsa deve diventare partecipe della ricchezza prodotta. La cosiddetta formula Mattei rompeva precisamente la logica coloniale del rapporto tra chi possedeva tecnologia e capitale e chi possedeva la materia prima.
Naturalmente Cepagatti non è l’Iran, una centrale elettrica non è un pozzo petrolifero e un Comune italiano non è uno Stato sovrano. Il principio di reciprocità, però, resta straordinariamente moderno: se utilizzi ciò che è mio per produrre una ricchezza che serve a te, quella ricchezza dobbiamo dividerla.
Applichiamolo finalmente anche alle nostre periferie. Vuoi utilizzare il mio territorio? Benissimo, ma non vieni come un colonizzatore, vieni come un socio. La centrale produce energia per l’intero Paese? Perfetto: le migliaia di cittadini che quella centrale se la ritrovano accanto devono ricevere una parte concreta di quel beneficio. Le famiglie risparmiano sull’energia, le imprese diventano più competitive, il Comune riceve royalty e può ridurre la pressione fiscale locale, mentre i proprietari direttamente interessati vengono seriamente indennizzati. Se domani aggiungi un’altra infrastruttura, il beneficio aumenta.
A quel punto cambia persino il rapporto tra popolazione e grande opera. La centrale non è più soltanto qualcosa che Roma impone alla periferia, ma diventa anche una risorsa economica del territorio; l’elettrodotto non è più soltanto qualcosa che passa sopra la testa del proprietario mentre porta ricchezza altrove, perché il sacrificio viene riconosciuto e pagato. Forse cambierebbe persino il modo nel quale in Italia discutiamo le grandi opere, perché molto spesso ciò che chiamiamo egoismo territoriale è semplicemente la reazione di cittadini ai quali chiediamo continuamente sacrifici in cambio di benefici vaghi, lontani e collettivi.
È facile parlare di interesse nazionale quando il costo lo paga qualcun altro. Molto meno quando il traliccio passa davanti alla propria finestra.
Per questo mi stupisce che una questione del genere sia rimasta quasi completamente fuori dalla grande politica. Si discute di nucleare sì o nucleare no, di rinnovabili, gasdotti, rigassificatori, elettrodotti e transizione ecologica, ma molto meno di come redistribuire territorialmente il valore economico prodotto dalle infrastrutture energetiche. Eppure potrebbe essere proprio questa la chiave per rendere possibile ciò che altrimenti genera inevitabilmente conflitto: non comprare il consenso, ma creare giustizia, perché consenso e giustizia territoriale qualche volta possono perfino coincidere.
Il 23 settembre 2026 l’Italia ha dunque riaperto la porta all’atomo. Può essere una scelta importante e può rappresentare l’inizio di un percorso verso una maggiore capacità nazionale di produrre energia programmabile e una minore vulnerabilità energetica. Sarebbe però un errore gigantesco utilizzare tecnologie del XXI secolo continuando ad applicare una concezione novecentesca del rapporto tra Stato e territorio.
Il nuovo nucleare dovrebbe allora diventare l’occasione per scrivere un nuovo patto energetico nazionale nel quale nessuna grande infrastruttura venga realizzata senza una partecipazione concreta dei territori ai benefici, nessuna servitù venga imposta senza un indennizzo commisurato alla perdita effettivamente subita e nessuna nuova opera venga progettata senza calcolare quanto quella stessa comunità abbia già sopportato.
Soprattutto dovrebbe finire la vecchia regola per cui più un territorio è stato sacrificato, più diventa conveniente sacrificarlo ancora. Rovesciamola: più hai dato, più devi ricevere.
Perché l’indipendenza energetica ha un costo e, se serve a tutti, quel costo deve essere pagato da tutti, non soltanto dal proprietario sul cui terreno passa l’elettrodotto, dalla famiglia che vive davanti alla centrale, dall’impresa che si trova dentro un territorio già saturo di infrastrutture o dal piccolo Comune al quale viene spiegato per l’ennesima volta che deve sacrificarsi per il bene della Patria.
Altrimenti non chiamiamola sovranità energetica.
Chiamiamola con il suo vero nome: colonialismo interno.
Lorenzo Valloreja













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