DIO È MORTO, GHIGLIOTTINATO A PLACE DE LA CONCORDE… 200 ANNI DOPO È RISORTO: 800 MILA FRANCESI NE DANNO TESTIMONIANZA

Non ho mai condiviso fino in fondo la politica religiosa di Papa Francesco. L’ho scritto quando era vivo e non avrebbe alcun senso nasconderlo oggi. Ma non ho intenzione né di offenderne la memoria né, tantomeno, di infierire su un uomo che ritengo abbia agito in buona fede, secondo una concezione della Chiesa che semplicemente non era la mia.

Eppure i numeri, qualche volta, possiedono una brutalità alla quale le opinioni non possono sottrarsi.

Nel settembre del 2023 Francesco celebrò la Messa allo Stade Vélodrome di Marsiglia davanti a circa 50.000 fedeli; circa 100.000 persone lo salutarono lungo il percorso verso lo stadio. Fu una grande manifestazione popolare, certamente.

Tre anni dopo, a Parigi, per Leone XIV accade però qualcosa di completamente diverso.

Il 26 settembre 2026, a Place de la Concorde, la Santa Sede indica 800.000 fedeli. Ottocentomila. Non ottantamila. Una folla immensa nel cuore della capitale francese, arrivata non soltanto da Parigi ma da ogni parte della Francia.

La tentazione sarebbe quella di concludere che Leone XIV abbia riportato i francesi in chiesa.

Sarebbe troppo semplice.

Perché quello che sta accadendo in Francia viene da più lontano e, paradossalmente, è cominciato durante il pontificato di Francesco. Ed è proprio questo a rendere il fenomeno ancora più interessante.

Nel 2016 i battesimi degli adulti in Francia furono 4.124. Nel 2022 erano 4.278. Poi qualcosa cambia: 5.463 nel 2023, 7.135 nel 2024, 10.384 nel 2025 e 13.234 nel 2026. Soltanto nell’ultimo anno l’aumento è stato del 28 per cento. Se aggiungiamo gli oltre 8.100 adolescenti, nel 2026 arriviamo a più di 21.000 battesimi tra adulti e ragazzi. E il dato forse più sorprendente è generazionale: il 42 per cento dei nuovi battezzati adulti ha tra 18 e 25 anni e complessivamente l’82 per cento ne ha meno di 41.

Non è dunque Leone ad aver inventato questo ritorno. Sarebbe storicamente assurdo sostenerlo. Ma con Leone qualcosa sembra aver trovato una rappresentazione, una voce, forse persino un volto.

E allora la domanda diventa un’altra.

Che cosa sta succedendo alla Francia?

Sta forse accadendo qualcosa che noi europei, convinti da decenni che la secolarizzazione rappresentasse un processo irreversibile, non avevamo previsto.

La Francia non è semplicemente un Paese laico. È la patria della laïcité, di una concezione della separazione tra Stato e religione assai più radicale di quella italiana. Dal 1905 la Repubblica stabilisce che non riconosce, non stipendia né sovvenziona alcun culto, fatte salve le eccezioni previste dall’ordinamento; dal 2004 nelle scuole pubbliche gli studenti non possono indossare simboli o abiti attraverso i quali manifestino ostensibilmente un’appartenenza religiosa.

Per oltre un secolo la Francia ha progressivamente confinato Dio lontano dalla dimensione pubblica.

E Dio, o almeno il bisogno che l’uomo ha di cercarlo, sembra essere rientrato dalla finestra.

C’è qualcosa di straordinariamente simbolico persino nel luogo scelto per quella Messa.

Place de la Concorde.

Quella che durante la Rivoluzione si chiamava Place de la Révolution. La piazza della ghigliottina, di Luigi XVI e Maria Antonietta e di oltre un migliaio di esecuzioni. Il simbolo di una stagione nella quale la Francia rivoluzionaria conobbe anche la scristianizzazione, la persecuzione del clero, la soppressione degli ordini religiosi e il tentativo di sostituire la religione tradizionale con nuovi culti rivoluzionari.

E proprio lì, più di due secoli dopo, ottocentomila persone si ritrovano attorno al Vescovo di Roma.

La Storia possiede talvolta un senso dell’ironia che nessun editorialista potrebbe inventare.

Ma non sarebbe neppure la prima volta.

Quando nel 1814 gli eserciti della coalizione entrarono a Parigi dopo la caduta di Napoleone, lo zar Alessandro I assistette a una solenne funzione ortodossa celebrata proprio nell’attuale Place de la Concorde. Una croce e un altare nel luogo della ghigliottina. La Russia cristiana nel cuore della Parigi rivoluzionaria.

E anche la Russia ci dice qualcosa.

Settant’anni di comunismo sovietico, di ateismo di Stato, di chiese chiuse o trasformate, di religione espulsa dalla vita pubblica sembravano aver costruito l’uomo nuovo sovietico.

Poi il regime è caduto.

Nel 1991 soltanto il 31 per cento dei russi intervistati si identificava come cristiano ortodosso; nel 2008 la percentuale era arrivata al 72 per cento. Nello stesso periodo coloro che non dichiaravano alcuna appartenenza religiosa passarono dal 61 al 18 per cento. Naturalmente definirsi ortodossi non significa frequentare regolarmente la liturgia — i dati sulla pratica sono assai inferiori — ma la trasformazione identitaria rimane impressionante.

Il comunismo aveva coperto la società russa come una vernice stesa sopra una superficie sulla quale non riesce ad aggrapparsi. Per settant’anni sembrava essere diventata la superficie stessa. Poi ha cominciato a screpolarsi, si è staccata e sotto è riemerso qualcosa che evidentemente non era mai completamente scomparso.

Accadde qualcosa di altrettanto impressionante, pur in un contesto completamente differente, a Cuba.

Nel gennaio del 1998 Giovanni Paolo II arrivò nell’isola di Fidel Castro. Era la prima visita di un Pontefice nella Cuba rivoluzionaria. Wojtyła, che di folle ne aveva viste in ogni angolo del pianeta, raccontò al ritorno a Roma di essere rimasto egli stesso impressionato dalla grande partecipazione popolare.

E l’ultima grande Messa venne celebrata dove?

Nella Plaza de la Revolución dell’Avana, alla presenza dello stesso Fidel Castro.

Giovanni Paolo II ricordò successivamente proprio il significato di quelle grandi celebrazioni pubbliche in una società nella quale per decenni la presenza della religione era stata fortemente compressa.

Russia, Cuba, Francia.

Storie diversissime, sistemi incomparabili e livelli di repressione religiosa che sarebbe assurdo mettere sullo stesso piano. Nessuno può paragonare la laïcité democratica francese alla persecuzione religiosa sovietica.

Ma il fenomeno umano sul quale voglio riflettere è un altro.

Quanto profondamente può un sistema politico modificare l’uomo?

Può impedirgli di andare in chiesa. Può togliere il crocifisso da un’aula. Può chiudere un monastero. Può trasformare una cattedrale in un museo. Può vietare una processione. Può insegnare per generazioni che Dio non esiste.

Ma c’è uno Stato profondo che nessuno Stato è mai riuscito a conquistare.

E non parlo del deep state, dei servizi segreti, delle burocrazie o degli apparati che sopravvivono ai governi.

Parlo dello stato più profondo dell’uomo.

Quello nel quale, da quando abbiamo coscienza di esistere, continuiamo a rivolgerci sempre le stesse domande.

Perché esisto? Che senso ha la mia vita? Perché esiste il male? Perché soffriamo? Che cosa significa amare? Perché dobbiamo morire? E, soprattutto, che cosa c’è dopo la morte?

Sono le domande che si poneva l’uomo che migliaia di anni fa alzava gli occhi verso il cielo e sono le stesse che, magari nel silenzio della propria camera, continua a porsi l’uomo del 2026.

Possiamo mandare un uomo sulla Luna, dividere l’atomo, sequenziare il genoma, costruire un’intelligenza artificiale, osservare galassie lontane miliardi di anni luce e ricostruire ciò che accadde nei primi istanti dell’universo. Ma nessuna equazione potrà dirci perché esistiamo, quale significato abbia la nostra esistenza e che cosa ci attenda quando essa sarà terminata.

Non perché la scienza abbia fallito. Semplicemente perché non è questo il suo compito.

La scienza cerca di rispondere al come. La filosofia e, soprattutto, la religione affrontano quel perché ultimo davanti al quale l’essere umano continua a fermarsi.

Ed è probabilmente questo l’errore commesso da tutti coloro che, in epoche diverse, hanno creduto di poter eliminare la religione eliminandone i simboli. Hanno confuso le chiese con la fede, i sacerdoti con il bisogno di Dio, la pratica religiosa con la domanda religiosa.

Puoi chiudere una chiesa. Non puoi chiudere la domanda sulla morte.

Puoi proibire una processione, ma non puoi promulgare una legge che stabilisca quale sia il senso della vita. Puoi togliere Dio dai programmi scolastici, ma non puoi impedire a un uomo che ha appena perso la persona che ama di domandarsi dove sia finita.

È questo lo Stato profondo che il comunismo sovietico non riuscì a intaccare. Che il castrismo non riuscì a cancellare. E che persino la secolarizzazione occidentale, infinitamente più libera e incomparabile con quei regimi, potrebbe aver semplicemente ricoperto senza riuscire a distruggerlo.

Perché i sistemi politici hanno una data di nascita e, prima o poi, una data di morte. Le domande dell’uomo, invece, sono sempre le stesse.

Ed è lì che la religione continua ad aspettarlo.

Ed è qui che torno a Francesco.

Il problema di Francesco, a mio avviso, non fu la mancanza di fede né certamente la mancanza di umanità. Fu l’aver creduto che l’uomo contemporaneo potesse essere riportato verso la Chiesa soprattutto accorciando le distanze, ammorbidendo il linguaggio, privilegiando continuamente l’accoglienza rispetto alla percezione della norma.

«Chi sono io per giudicare?», disse nel 2013.

Conosciamo il contesto di quella frase: Francesco parlava di una persona omosessuale che cerca Dio e ha buona volontà. Sarebbe intellettualmente disonesto fingere che intendesse abolire con cinque parole la morale cattolica.

Ma quella frase divenne qualcosa di più grande del suo significato originario. Divenne il simbolo di un pontificato.

Ed è proprio qui che non mi sono mai trovato d’accordo con lui.

Perché tu sei il Papa.

Sei il successore di Pietro.

Sei colui al quale oltre un miliardo di cattolici chiede non soltanto di essere accolto, consolato e compreso, ma anche di sapere dove si trovi il Nord.

Una nave senza barra non diventa più accogliente.

Semplicemente non sa più dove andare.

Le religioni vivono anche di confini. Di sì e di no. Di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Di ciò che si può fare e di ciò che non si può fare.

Possiamo considerare alcune prescrizioni dell’Islam eccessive, pesanti, persino oppressive secondo i nostri parametri occidentali; ma sarebbe difficile negare che l’Islam contemporaneo sappia comunicare ai propri fedeli un sistema identitario e normativo estremamente riconoscibile.

Ed ecco il paradosso: mentre una parte del cristianesimo europeo ha pensato di sopravvivere diventando sempre più simile alla società secolarizzata che lo circondava, quella società potrebbe aver cominciato a cercare nuovamente proprio ciò che il cristianesimo stava progressivamente nascondendo.

La differenza. La trascendenza. Il limite. Il mistero. Dio.

Leone XIV, almeno fino ad oggi, mi sembra averlo compreso.

Non è Francesco.

Lo si vede persino nei simboli, nell’abbigliamento, nella liturgia, nella gestualità. Ma soprattutto nella percezione di una maggiore fermezza teologica. Non significa che Leone debba rinnegare Francesco. Non significa tornare indietro. Significa forse ricordare che una Chiesa non ha bisogno di rincorrere il mondo per esistere.

Deve essere Chiesa.

E forse è anche per questo che mi ha impressionato vedere Leone commuoversi davanti alla rappresentazione dei santi francesi e di Giovanna d’Arco.

Perché Giovanna non è soltanto una santa.

È la Pulzella d’Orléans. È fede e patria, cristianesimo e Francia. È diventata nei secoli un simbolo nazionale utilizzato dalle più diverse culture politiche e, in epoca contemporanea, anche dalla destra nazionalista francese. Questo naturalmente non trasforma le centinaia di migliaia di persone accorse per Leone negli elettori di questa o quella formazione politica. Sarebbe ridicolo sostenerlo.

Dice però qualcosa sull’humus nel quale sta avvenendo questo risveglio.

La religione non è soltanto un rapporto individuale con Dio. Per secoli ha costruito lingua, calendario, famiglia, feste, arte, architettura e persino il modo attraverso il quale una comunità immagina se stessa.

Vale per la Polonia. Vale per la Russia ortodossa. Vale per la Francia.

E vale anche per noi.

Che cosa avevano in comune, nell’Italia ancora da unificare, un contadino piemontese e un contadino siciliano? Parlavano dialetti reciprocamente quasi incomprensibili, vivevano a centinaia di chilometri di distanza, appartenevano a Stati diversi e probabilmente non avevano mai visto la bandiera che sarebbe diventata quella italiana.

Eppure entrambi conoscevano il segno della croce. Entrambi sapevano che cosa fosse Natale. Entrambi battezzavano i figli, seppellivano cristianamente i morti, conoscevano il parroco, la Madonna, i santi, la domenica, la Pasqua. La loro struttura familiare e morale apparteneva a un universo comune che precedeva politicamente l’Italia.

Il cattolicesimo non fu l’unica matrice dell’identità italiana, naturalmente, ma sarebbe altrettanto assurdo raccontare l’identità nazionale italiana cancellandolo.

Oggi l’Italia non è più, sociologicamente, quella società cattolica.

E forse proprio per questo quanto sta accadendo in Francia dovrebbe interessarci.

Mi hanno colpito anche le immagini circolate sui social durante queste giornate parigine: persone inginocchiate, sacerdoti che confessano, giovani che pregano nel cuore di una delle capitali più secolarizzate del pianeta. E mi hanno incuriosito alcuni commenti di musulmani che, anziché irridere quelle immagini, esprimevano rispetto e persino soddisfazione nel vedere dei cristiani tornare pubblicamente alla propria religione.

Non ne ricavo una statistica.

Ne ricavo una domanda.

Siamo proprio sicuri che una società debba rinunciare alla propria identità religiosa per riuscire a convivere con chi ne possiede un’altra molto forte?

Forse abbiamo dato per scontato l’esatto contrario.

Un musulmano credente e un cattolico credente possono essere divisi da differenze teologiche enormi. Ma entrambi sanno che cosa significhi considerare la religione qualcosa di più di un hobby privato. Entrambi conoscono il digiuno, la preghiera, il limite morale, il sacro, la famiglia, il rapporto con Dio.

Forse un’Europa completamente secolarizzata non è necessariamente più comprensibile per l’immigrato musulmano.

Forse potrebbe esserlo di più un’Europa consapevole di ciò che è.

Non un’Europa teocratica. Non un’Europa che perseguita chi non crede o chi crede diversamente.

Un’Europa che semplicemente non abbia vergogna della propria storia.

E allora arrivo al paradosso più provocatorio.

La Francia ha spinto la secolarizzazione fino a limiti che l’Italia non ha ancora raggiunto. La Francia ha ormai introdotto anche il diritto all’aiuto a morire, con una legge promulgata nell’agosto 2026.

E proprio nella Francia della laïcité, mentre la legislazione continua su molti temi ad allontanarsi dalla morale cattolica, 13.234 adulti chiedono il battesimo in un solo anno.

E ottocentomila persone riempiono Parigi per assistere alla Messa del Papa.

A questo punto verrebbe quasi da dire, provocatoriamente: ben venga persino l’eutanasia, allora, se questo è il prezzo da pagare perché una società porti la secolarizzazione fino alle sue conseguenze ultime e, guardandosi allo specchio, ricominci a domandarsi che cosa abbia perduto.

Naturalmente è un paradosso. Non sto auspicando l’eutanasia, che considero incompatibile con la concezione cristiana della vita. Sto dicendo qualcosa di diverso: forse una civiltà deve talvolta arrivare fino in fondo a una strada per accorgersi che quella strada non risponde alle domande per le quali era partita.

Continuate pure, allora.

Continuate a spiegare che Dio appartiene al passato.

Continuate a convincervi che una croce sia un residuo di un’altra epoca.

Continuate a pensare che la modernità consista necessariamente nel liberarsi di tutto ciò che per duemila anni ha costruito la nostra civiltà.

Perché potrebbe accadere qualcosa che i sacerdoti della secolarizzazione non avevano previsto.

Che i nipoti di coloro che hanno abbandonato le chiese comincino a domandarsi che cosa ci fosse dentro.

È già successo altrove.

Settant’anni di comunismo non sono riusciti a cancellare l’Ortodossia dalla Russia. Fidel Castro non riuscì a impedire che una folla immensa riempisse la Plaza de la Revolución davanti a Giovanni Paolo II.

E adesso, nella città della Rivoluzione francese, ottocentomila persone si raccolgono attorno a Leone XIV.

Proprio a Place de la Concorde.

La piazza della ghigliottina trasformata nella piazza della Messa.

Forse avevamo commesso un errore molto semplice.

Abbiamo scambiato il silenzio di Dio per la sua morte.

Ma Dio aveva molto più tempo di noi.

E ha aspettato.

Lorenzo Valloreja

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