IL RITORNO DI SAN FRANCESCO: QUANDO LA POLITICA E L’EDITORIA VESTONO IL SAIO DEL CONSENSO
Oggi è la festa di tutti i Santi e, nel porgere gli auguri a ciascuno di voi, cari lettori, voglio parlarvi di un Santo che da sempre rappresenta tutti noi italiani, ma che, dallo scorso 8 ottobre 2025, è tornato a essere importante come un tempo: il giorno della sua morte, il 4 ottobre, infatti, è stato nuovamente elevato a festa nazionale. Sto parlando, naturalmente, di San Francesco d’Assisi.
Un tempo si diceva: “scherza con i fanti ma non con i Santi”. Oggi, invece, sembra che il lacero saio del poverello di Assisi venga tirato a sproposito da tutti, senza distinzione di credo politico o fede religiosa. Perché poi, alla fine, nella nostra società, ahimè, ciò che conta sono sempre e solo i follower — o, se preferite, il consenso che genera un ritorno verso il proprio interesse personale.
Lo sa bene la Meloni che, avendo uno staff della comunicazione straordinariamente efficace, ha capito perfettamente — tramite le analisi di mercato e lo studio del consenso — che San Francesco non solo è hype, ma solletica anche una parte del proprio elettorato nostalgico, che vede in questo ritorno un altro pezzo del Ventennio salvato.
Lo sanno però anche coloro i quali, come Barbero e Cazzullo, con quella tradizione politico-culturale non hanno nulla da spartire, se non gli utili delle vendite. Perché, appunto, San Francesco, come ogni figura religiosa, è ecumenico, e se “sponsorizzato” anche dal governo, può scatenare quella tempesta perfetta capace di gonfiare le vele delle proprie pubblicazioni come non mai.
E infatti, proprio in questi giorni, troviamo in libreria San Francesco (Laterza, di Alessandro Barbero) e Francesco. Il primo italiano (HarperCollins, di Aldo Cazzullo). Si noti, poi, quale afflato sovranista nell’ormai onnipresente Cazzullo: “il primo italiano”… incredibile, ma vero.
Ma veniamo alla tormentata storia della Festività Nazionale di San Francesco.
Il tutto nasce nel 1926, quando, in occasione del VII centenario della morte di San Francesco, il regime fascista istituì il 4 ottobre come festa civile nazionale, denominata “Festa della Concordia”. Mussolini, infatti, riconosceva in Francesco una delle figure più importanti e rappresentative che l’Italia avesse mai espresso, e fu forse proprio la figura del poverello di Assisi a ispirare la futura frase sul Palazzo della Civiltà all’Eur: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Inoltre, Francesco, per il regime, era molto importante perché fu il primo italiano a dialogare con un Sultano e da questi farsi riconoscere come autorevole interlocutore.
L’Italia, in quegli anni, infatti, era nel pieno della propria costruzione egemonica nel mondo arabo e islamico, che raggiunse il proprio apice nel 1937 con la consegna a Tripoli, nelle mani del Duce, della Spada dell’Islam, e quindi con il riconoscimento del Primo Ministro italiano quale interlocutore e pacificatore del mondo islamico.
Ma, premesso ciò, la Giornata della Concordia, in ambito prettamente italiano, aveva un valore simbolico di unità tra Stato e Chiesa: preludio, questo, al processo che porterà ai Patti Lateranensi del 1929.
Così, ogni 4 ottobre, dal 1926, essendo Festa Nazionale, prevedeva la chiusura degli uffici, la sospensione del lavoro e il diritto alla retribuzione festiva.
Il 10 febbraio 1939, morto Papa Ratti — il pontefice che, negli ultimi mesi del proprio regno, voleva scomunicare il fascismo — salì al Sacro Soglio Pio XII, il quale, più accomodante del precedente, con il Breve Licet commoda vestra del 18 giugno 1939, proclamò San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena patroni d’Italia.
Questa proclamazione rafforzò il legame religioso e civile con la figura di Francesco, ma non ne modificò la disciplina civile, che durò fino al 25 aprile 1945, quando, con la definitiva caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale in Italia, la “Festa della Concordia” venne eliminata come festività civile nazionale. Il 4 ottobre rimase così esclusivamente ricorrenza religiosa, ma senza più valore civile.
Tuttavia, come l’amnistia Togliatti chiuse ogni diatriba con il passato, allo stesso modo la Legge 4 marzo n. 132 del 1958 provvide a ridare dignità laica al 4 ottobre, e la Repubblica Italiana ne riconobbe la solennità civile. Ciò comportò che vi fossero delle cerimonie, bandiere esposte e commemorazioni ufficiali, ma senza effetti lavorativi o di chiusura.
Nel 1977, durante l’esperienza del cosiddetto Governo di Solidarietà Nazionale — cioè nella stagione politica in cui, per la prima volta, il Partito Comunista Italiano partecipava a un Esecutivo insieme alla Democrazia Cristiana per contrastare la crisi economica e il terrorismo degli anni di piombo, quindi, di fatto, esprimendo un centro-sinistra — il Parlamento, in piena stagione di austerità, con la Legge 5 marzo n. 54 soppresse molte festività civili e religiose, tra le quali il 4 ottobre, che da quel momento in poi, fino all’Esecutivo Meloni, restò solo giornata commemorativa, senza effetti pratici né sugli orari di lavoro né sull’insegnamento.
Ed eccoci dunque tornati ai giorni nostri, al tempo in cui la Repubblica Italiana, di soldi per le riforme e le opere pubbliche, ne ha molti di meno rispetto al passato e così… tendiamo a fare le nozze con i fichi secchi, cioè ci limitiamo a operazioni che possano piacere, generino dibattito e clamore ma costino poco, perché, effettivamente, costano poco.
Ed allora, dopo il francobollo su Sergio Ramelli, piuttosto che Giovanni Gentile o Italo Foschi, così come Maffeo Pantaleoni, o la pubblicità delle Ferrovie dello Stato che, con l’incipit “Siamo un popolo di ferro, forgiato dal fuoco delle sfide, temprato dal coraggio…”, sembra essere stata scritta e decantata direttamente da Guido Notari — tutte cose che, per inciso, a me fanno piacere e piacciono, data la mia comunanza culturale con quegli ambienti — viene da chiedersi: “Sì, va bene! Tutto molto bello… e quindi? La rivoluzione meloniana si riduce a questo?”
Alla semplice possibilità di essere tollerati perché si ha quella visione del mondo piuttosto che quella fino ad ora inculcataci nelle scuole e nei giornali?
Francamente io non mi accontento di così poco… Vorrei invece, ad esempio, che l’attuale Esecutivo prendesse di petto la natura stessa dell’Unione Europea e, come Orban, la mettesse alla berlina, piuttosto che biasimarsi per quattro ragazzi che, tristemente, cantavano vecchi inni, senza rompere la testa a nessuno, né spaccare vetrine o fare male a chicchessia, nel segreto di una sezione… mamma mia, che pochezza.
Eppure è stato proprio Ezra Pound a insegnarci che, se non siamo disposti a correre un qualche rischio per le nostre idee, o le nostre idee non valgono nulla o noi non valiamo niente… ma queste cose non sono hype… si sa.
Perciò, più che il tentativo di una vittoria ideologica o un segnale identitario, arruolando un Santo nel Panteon di questa nuova destra conservatrice, sarebbe bello che questo ritorno fosse un atto di riconciliazione — proprio come la “Festa della Concordia” di un secolo fa — tra la politica e lo spirito, tra l’Italia e se stessa.
Lorenzo Valloreja













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