MONTESQUIEU E HERDER AVEVANO RAGIONE: I GOVERNI PASSANO, I POPOLI RESTANO. DA ISRAELE ALLA SERBIA, FINO AL BRASILE, LA STORIA È PIÙ FORTE DELLE URNE

Dopo il voto di martedì scorso per il rinnovo della Knesset, ormai è evidente a tutti che le teorizzazioni, prima del francese Montesquieu e poi del tedesco Herder, non erano soltanto elucubrazioni di eccentrici signori, ma vere e proprie verità, visto che ogni popolo, possedendo una propria identità storica e culturale, influenza in maniera particolare e ricorrente non soltanto le leggi, i costumi e la religione degli Stati in cui vive, ma anche la geografia di questi ultimi.

Cioè, detta in maniera più potabile, per mesi, e a questo punto per anni, si è detto che una cosa erano le azioni del Governo israeliano e altra cosa erano i comportamenti dei singoli, semplici cittadini. Ma con i 53 seggi assegnati alla coalizione di Netanyahu, a fronte dei 61 necessari per governare, dopo 1.118 giorni di guerra a Gaza, con quasi 75 mila civili uccisi, di cui il 30% risulterebbe costituito da minori, e dopo l’apertura di un altro fronte di guerra, questa volta contro l’Iran, nel febbraio 2026, se l’opposizione a Bibi si è fermata a 48 seggi, benché sui media occidentali ci sia stato detto che il popolo era indignato, e i partiti arabi ne hanno ottenuti appena 19, vuol dire che il popolo israeliano, grosso modo, approva ancora la politica di guerra fin qui sostenuta dal Likud… non ci sono cazzi!

Ed è inutile, dunque, chiamare in causa l’instabilità politica israeliana, ormai endemica in quell’angolo di mondo da tempo immemore, perché gli 8 seggi che mancano alla destra israeliana per governare senza problemi verranno trovati senza troppi giri di parole. Perché la guerra, a questo punto, è sicuro, deve andare avanti.

E, per chi non l’avesse capito, sarebbe andata avanti anche se a vincere fossero stati i progressisti israeliani, perché un conto è la polemica sul come, un altro è la percezione del perenne accerchiamento e del pericolo, quasi paranoica, che Israele ha di sé… quella non muterà di certo dall’oggi al domani, né forse cambierà mai, perché quella è la loro storia, quella è la loro sensibilità, quella è la loro mission.

E ciò che è valido per Israele è altrettanto valido sia per gli Stati Uniti sia per la Russia, così come per ogni altro Stato esistente: gli imperi faranno sempre gli imperi, i gregari faranno sempre i gregari e i clientes faranno sempre i clientes, con tutte le contraddizioni, le storture e le brutture del caso.

Sbagliano, dunque, tutti coloro che credono, ad esempio, che in Serbia, con la vittoria dei cosiddetti «Studenti», possa cambiare realmente qualcosa negli equilibri geopolitici, per quanto una manina, anzi più di una, e diverse pressioni siano arrivate dall’estero e, nello specifico, da Bruxelles per abbattere il coltissimo Vučić, colpevole agli occhi dell’UE non tanto di essere corrotto quanto di essere filorusso.

Perché, se si legge molto attentamente il programma degli «Studenti», ci si renderà conto che, al di là di una marea di richiami alle regole volte a impedire la monopolizzazione del potere politico e il controllo, da parte dei dirigenti, sulle istituzioni dello Stato e sulla vita dei cittadini, declinati nell’indipendenza della magistratura, nella creazione di una polizia giudiziaria specializzata nella lotta alla corruzione, nella confisca dei patrimoni acquisiti illegalmente, nella trasparenza degli appalti pubblici e nella liberazione dei media dal controllo politico, nonché nella riduzione della precarietà del lavoro, nella lotta contro i monopoli, nella tutela dei terreni agricoli, nell’accesso agli alloggi per le giovani famiglie, gli insegnanti e gli operatori sanitari, nella riduzione del prezzo dei farmaci e nella riapertura dei centri sanitari rurali, non viene fatto alcun riferimento né al Kosovo, né ai rapporti con la Russia di Vladimir Putin, né all’adesione all’Unione europea.

Dunque, la Serbia, che non è stata piegata né trasformata dalle guerre balcaniche né dalla breve esperienza del governo filoeuropeo di Zoran Đinđić, è e rimarrà sempre la Serbia, terra profondamente legata all’agricoltura e all’ortodossia. E credere il contrario è francamente da illusi!

Allo stesso modo, nelle ultime elezioni in Brasile nulla di nuovo si è visto sotto il sole: il figlio di Bolsonaro dato per vincente; Lula che recupera e alla fine vince, mentre una proroga delle votazioni, disposta anche per territori elettoralmente favorevoli a Bolsonaro, rimane in buona parte sulla carta, visto che, quando arriva l’ordine, numerosi seggi hanno già chiuso e completato le operazioni di scrutinio; e, continuità delle continuità, Bolsonaro Junior che, a poche ore dalla vittoria di Lula, si vede revocare il passaporto e fugge alla volta degli USA, in un modo tale che l’esilio volontario di Umberto II, a paragone, fu una passeggiata…

È proprio il caso di dirlo: elezioni alla sudamericana! E se «Messico è nuvole», il Brasile è veramente la «faccia triste dell’America», tirata per la giacca sia dagli USA trumpiani sia dai BRICS e che, appunto per la sua collocazione, i suoi interessi e la sua potenza, in questi ultimi resta ancora saldamente.

D’altronde, un vecchio aforisma, spesso attribuito a Mark Twain, recitava: «Se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare». Una variante, attribuita all’anarchica statunitense Emma Goldman, sostiene invece: «Se votare potesse cambiare qualcosa, lo renderebbero illegale».

Io non sono così tranchant e voglio ancora credere nella forza delle votazioni; tuttavia, è innegabile che, per quanto si possa votare, un gatto non diventerà mai topo e viceversa.

Lorenzo Valloreja

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