MIO FIGLIO È AUTISTICO GRAVE. DA DIECI ANNI IL FISCO MI CHIEDE SPIEGAZIONI. ORA BASTA!

L’Agenzia delle Entrate di Pescara mi chiede 184,93 euro per una contestazione fiscale relativa alle terapie di mio figlio Raniero. Ma il problema non sono i soldi: sono dieci anni di controlli ricorrenti, documenti e giustificazioni. E una domanda che ormai non posso più tacere: lo Stato è amico dei cittadini o è diventato un ulteriore problema per le famiglie che affrontano la disabilità?

Ci sono momenti nella vita nei quali anche chi è abituato a scrivere, commentare, analizzare e denunciare le contraddizioni della società sente il bisogno di abbandonare il proprio abituale distacco e parlare semplicemente da uomo. Anzi, da padre.

Questo è uno di quei momenti.

Chi mi segue conosce i miei interessi: la geopolitica, la storia, la cultura, la politica internazionale. Raramente ho fatto della mia vita privata materia di discussione pubblica. Non perché non abbia nulla da raccontare, ma perché ho sempre ritenuto che certi problemi, certe sofferenze e certe battaglie appartenessero alla sfera più intima dell’esistenza.

Oggi, però, ho deciso di rompere questo riserbo.

Mio figlio Raniero è un ragazzo con una forma grave di autismo, riconosciuta ai sensi della legge 104 del 1992, articolo 3, comma 3. Una condizione che comporta difficoltà importanti e che richiede un impegno quotidiano, costante, spesso estenuante.

Da anni Raniero segue numerose terapie. Alcune sono particolarmente costose. Tutte comportano organizzazione, spostamenti, tempo, sacrifici economici e familiari. E, soprattutto, la speranza che ciascuna di esse possa contribuire a migliorare, anche soltanto di pochissimo, la sua qualità della vita.

Ebbene, il 14 ottobre 2026 ho preso conoscenza dell’ennesima comunicazione dell’Agenzia delle Entrate di Pescara.

Questa volta mi vengono richiesti 184 euro e 93 centesimi, a seguito di un controllo formale sulla dichiarazione dei redditi relativa al 2022, presentata nel 2023. La contestazione riguarda il trattamento fiscale di 874 euro di spese sostenute per sedute di ippoterapia e musicoterapia.

Non una cifra astronomica. Non una somma capace di mandare in rovina una famiglia.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che sono dieci anni che questa storia si ripete.

DIECI ANNI DI CONTROLLI. DIECI ANNI DI GIUSTIFICAZIONI.

Da circa un decennio, secondo quella che è ormai diventata una ricorrenza esasperante nella mia esperienza di contribuente, mi ritrovo a dover fornire spiegazioni e documentazione per le spese sostenute in favore di mio figlio.

Fatture, certificazioni, documenti giustificativi. Ogni volta bisogna recuperare le carte, ricostruire le prestazioni, dimostrare la correttezza di quanto dichiarato.

Negli anni precedenti sono sempre riuscito a chiarire la mia posizione, ottenendo il riconoscimento delle spese contestate.

Eppure, puntualmente, ci risiamo.

Non metto in discussione il diritto dell’amministrazione finanziaria di effettuare verifiche. Sarebbe assurdo pretenderlo. Le leggi devono essere rispettate da tutti, me compreso.

Ma esiste anche un altro diritto, che troppo spesso sembra scomparire dietro la rigidità delle procedure: quello del cittadino a non essere sottoposto a un peso burocratico sproporzionato rispetto alla propria situazione.

E allora mi domando: possibile che per dieci anni debba ritrovarmi continuamente nella medesima condizione? Possibile che non esista un sistema capace di rendere meno gravosa la vita di chi assiste un figlio con disabilità grave?

La questione non è stabilire se 184 euro siano tanti o pochi. La questione è capire quanto costino, in termini di tempo, energie e serenità, dieci anni di controlli ricorrenti.

Perché anche lo stress ha un prezzo. E non sempre è possibile quantificarlo in una dichiarazione dei redditi.

L’AUTISMO NON È UNA PASSEGGIATA. E NON BASTA UNA LEGGE A RACCONTARLO.

Negli ultimi anni si è diffusa una rappresentazione dell’autismo che tende talvolta a descriverlo esclusivamente come un diverso modo di essere.

Io, da padre di un ragazzo con autismo grave, non mi riconosco in questa lettura quando finisce per oscurare le difficoltà concrete di chi necessita di sostegni intensivi.

Non pretendo di parlare per tutte le persone autistiche e per tutte le loro famiglie. Le condizioni e le esperienze sono differenti.

Ma posso raccontare ciò che conosco: la vita di mio figlio e quella della nostra famiglia.

Posso raccontare cosa significhi lavorare per mesi, talvolta per anni, nella speranza di ottenere un piccolo miglioramento. Un gesto, una capacità, un’autonomia che altri acquisiscono quasi naturalmente e che per Raniero può rappresentare il risultato di uno sforzo enorme.

Un millimetro di progresso.

Talvolta persino un millesimo di millimetro.

Eppure, per noi, quel millimetro vale più di tante conquiste che il resto del mondo considera straordinarie.

Le terapie servono a questo: a cercare di migliorare la qualità della vita, a sviluppare capacità, a favorire l’autonomia possibile. Non sono un capriccio. Non sono un passatempo. Non sono una vacanza da scaricare dalle tasse.

Sono parte di una battaglia quotidiana.

Una battaglia che non termina quando si spegne la luce la sera e che ricomincia, immancabilmente, il mattino successivo.

E c’è una domanda, soprattutto, che accompagna ogni mio pensiero.

Che cosa accadrà a Raniero quando io non ci sarò più?

Quando non ci sarà più sua madre? Chi si occuperà di lui? Chi lo accompagnerà? Chi saprà interpretare i suoi bisogni? Chi lotterà per garantirgli quella dignità che oggi cerchiamo di assicurargli con tutte le nostre forze?

Questa è la paura più grande.

Non i 184 euro dell’Agenzia delle Entrate.

È il futuro di un figlio che potrebbe avere bisogno di assistenza anche quando i suoi genitori non saranno più in vita.

E chi non ha mai vissuto una simile esperienza dovrebbe almeno provare a comprenderne il peso.

LE TRUFFE MILIONARIE E LE SPESE DI UN RAGAZZO AUTISTICO

Viviamo in un Paese che ha conosciuto falsi invalidi, falsi ciechi, frodi fiscali milionarie e scandali legati anche al Superbonus 110%.

Vicende che hanno occupato le cronache giudiziarie e dimostrato quanto possa essere grave il fenomeno delle frodi ai danni dello Stato.

Naturalmente, perseguire quelle frodi e verificare le dichiarazioni dei singoli contribuenti sono attività differenti. Non sostengo che l’una debba escludere l’altra.

Ma una riflessione morale mi sembra inevitabile.

Davvero non siamo capaci di costruire un sistema nel quale il contrasto all’evasione fiscale conviva con una maggiore attenzione alle condizioni delle famiglie che assistono persone con disabilità grave?

Davvero dobbiamo continuare a considerare normale che un genitore, già impegnato quotidianamente nelle terapie e nell’assistenza del figlio, debba ritrovarsi per anni a ricostruire e giustificare le medesime tipologie di spese?

L’Agenzia delle Entrate, nel mio caso, contesta i requisiti documentali necessari per il riconoscimento fiscale delle prestazioni di ippoterapia e musicoterapia. Non mette in discussione la diagnosi di Raniero né afferma che le terapie non siano state effettuate.

Questa distinzione è doverosa.

Ma è altrettanto doveroso chiedersi se una procedura formalmente legittima possa produrre, quando si ripete negli anni, conseguenze umanamente esasperanti.

Perché una cosa è la legalità di un controllo. Un’altra è il peso che quel controllo, ripetuto nel tempo, può scaricare sulle spalle di una famiglia.

E SE A QUALCUNO STESSI ANTIPATICO?

C’è poi un’altra questione che non intendo nascondere.

A Pescara non sono uno sconosciuto. Ho svolto attività politica, mi sono candidato a cariche pubbliche, ho scritto e continuo a scrivere articoli che spesso esprimono posizioni nette e controcorrente.

Le mie opinioni sulla Russia, sulla geopolitica e sulla politica internazionale sono note. Non ho mai cercato di renderle più accomodanti per ottenere il consenso di tutti.

È possibile che qualcuno non le condivida? Certamente.

È possibile che qualcuno mi consideri antipatico? Naturalmente. Fa parte della vita pubblica.

Ma quando per circa dieci anni ci si ritrova ripetutamente sottoposti a verifiche fiscali, una domanda può anche sorgere spontanea: è soltanto una coincidenza?

Non ho alcuna prova che vi sia un intento personale o politico dietro questi controlli. E non intendo accusare nessuno senza prove.

Ma proprio per questo ritengo legittimo interrogarmi sulla loro ricorrenza.

Mi auguro sinceramente che le mie opinioni pubbliche non abbiano mai avuto, e non abbiano, alcuna influenza sulle procedure amministrative che mi riguardano.

Perché le idee di un padre, qualunque esse siano, non devono mai diventare un problema per la serenità della sua famiglia.

E soprattutto non devono ricadere su un figlio che con la politica, con la geopolitica e con le polemiche giornalistiche non ha assolutamente nulla a che fare.

DIRETTORE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE DI PESCARA, LA INVITO A INCONTRARMI

A questo punto voglio rivolgere un invito pubblico al direttore dell’Agenzia delle Entrate di Pescara.

La invito a incontrarmi.

Non per chiedere pietà. Non per ottenere favori. E neppure per pretendere un trattamento privilegiato rispetto agli altri contribuenti.

Vorrei raccontarle la nostra storia.

Vorrei farle comprendere cosa significhi crescere un ragazzo con autismo grave, quali sacrifici comporti, quanto costino le terapie e quante energie richieda ogni singola giornata.

Vorrei anche comprendere perché, nella mia esperienza, le verifiche sulle spese terapeutiche si siano ripetute così frequentemente nel corso degli anni.

Lei rappresenta un’amministrazione dello Stato. Io sono un cittadino che quello Stato contribuisce a mantenere pagando le proprie imposte.

Non siamo nemici. O almeno, non dovremmo esserlo.

Ma proprio per questo ritengo che un’amministrazione pubblica non possa limitarsi a verificare documenti e applicare procedure senza interrogarsi anche sulle conseguenze che esse producono nella vita delle persone.

Il diritto di controllare non dovrebbe mai cancellare il dovere di ascoltare.

E il rispetto delle regole non dovrebbe diventare sinonimo di indifferenza.

NON VOGLIO ELEMOSINA. VOGLIO RISPETTO.

Se quei 184 euro e 93 centesimi risulteranno effettivamente dovuti, li pagherò.

Non è una questione di denaro.

È una questione di principio, di dignità e di rispetto.

Perché dopo dieci anni di controlli ricorrenti, dopo anni di documentazione prodotta e di chiarimenti forniti, sono arrivato a un limite.

E non intendo più fingere che tutto questo sia normale.

Non pretendo che lo Stato rinunci ai controlli fiscali. Pretendo che si apra una discussione seria sulla possibilità di evitare alle famiglie che affrontano disabilità gravi ulteriori incombenze ripetitive e inutilmente gravose.

Mi rivolgo anche alle istituzioni regionali e nazionali, a chi si occupa di politiche sociali, di disabilità, di semplificazione amministrativa.

Non basta celebrare i diritti delle persone con disabilità nei convegni, nei comunicati stampa e nelle ricorrenze ufficiali.

Bisogna interrogarsi su come quei diritti vengano concretamente vissuti dalle famiglie.

Bisogna ascoltare chi ogni giorno accompagna un figlio a terapia, chi rinuncia al proprio tempo, chi sostiene spese importanti, chi convive con la preoccupazione di non riuscire a garantire al proprio caro un futuro sufficientemente protetto.

Io oggi ho deciso di raccontare pubblicamente la mia esperienza perché sono convinto che non sia soltanto una questione personale.

E vorrei che altri genitori raccontassero la propria, se hanno vissuto situazioni analoghe.

Non per alimentare una guerra contro i dipendenti pubblici. Non per chiedere impunità fiscale.

Ma per affermare un principio che dovrebbe essere elementare in uno Stato civile.

La burocrazia deve essere al servizio dei cittadini. Non i cittadini al servizio della burocrazia.

E allora concludo con una domanda, la stessa che rivolgo all’Agenzia delle Entrate e a chiunque abbia responsabilità istituzionali.

LO STATO HA IL DIRITTO DI CHIEDERMI CONTO DI OGNI EURO. MA CHI CHIEDE CONTO ALLO STATO DELLO STRESS CHE INFLIGGE, ANNO DOPO ANNO, A UNA FAMIGLIA CHE AFFRONTA QUOTIDIANAMENTE UNA DISABILITÀ GRAVE?

Perché Raniero continuerà ad avere bisogno delle sue terapie, indipendentemente dalle comunicazioni fiscali che riceverò.

E io continuerò a fare tutto ciò che posso per lui.

Ma dopo dieci anni, una cosa deve essere chiara.

ADESSO BASTA.

Lorenzo Valloreja

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *