LA VICENDA DEL COLOSSALE ARRETRATO (GIUDIZIARIO) PER LA CASTA GIUDIZIARIA CHE LA PREMIER NON VORREBBE FIRMARE, DIMOSTRA CHE C’E’ CHI LAVORA PER PORTARE UN TOZZO DI PAGNOTTA DECONGELATA A CASA, E CHI VI RIPORTA UNA PIZZA GOURMET.

“Da nobis nostrum panem hodie”: “ dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Sono non semplici parole di uomo pio e probo, come il cristiano sa bene, ma Verbo ovvero Parola di N.S. Gesù Cristo contenuta nella preghiera che nessuna riforma o scisma o lite teologica è riuscita a cacciare da una qualche parte del mondo cristiano.

Il Pane assieme al Vino sappiamo poi come sono stati trasfigurati e straordinariamente nobilitati sempre dal Cristo istituendo l’ Eucarestia nell’Ultima cena. Oggi sono considerati il primo uno snack dannoso che “ gonfia” e fa ingrassare; il secondo un vero e proprio veleno, intruglio alcolico e agrario che il progresso sta bandendo quale presunto responsabile di cancri e patologie varie.

Di fatto e comunque, almeno metaforicamente e semanticamente, tutti ma davvero tutti dobbiamo “guadagnarci il pane” sia pure la pensione frutto dei contributi lavorativi (finché decideranno di non erogarle più). E purtroppo, da che il mondo è mondo, vi è a chi spetta, in ordine crescente di qualità spettante al proprio status sociale o castale, un pezzo di pane raffermo e spaccadenti, un panino senza tante pretese, una discreta pagnotta magari decongelata, una gustosa focaccia, un panetto di grano duro magari rimacinato a pietra integrale o semi integrale (non chiedetemi come si faccia tecnicamente).

Per finire non facendola troppo lunga, vorrei immaginare che un “ gran seigneur” si rifornisca più che dal panettiere, dal pizzaiolo, consumando non pagnotte o focacce ma addirittura pizze ( e che pizze, ipotizziamo una quattro stagioni o capricciosa rigorosamente con mozzarella di bufala; una di quelle pizze che sui menù di pizzeria costa così tanto da dissuadere quasi tutti dalla sua scelta).

E immaginiamo che qualcuno metta in discussione il diritto di questo gentiluomo o gentildonna a così mangiare, eccependo magari una carestia di materie prime alimentari necessarie per la cottura della squisita pizza.

Ebbene, la storia dei 979 milioni di euro (dico novecentosettanove, non centomila euro o un milione o cento milioni) degli arretrati stipendiali spettanti alla colossale macchina giudiziaria nelle persone dei membri delle varie magistrature che li reclamano con piglio insolitamente sindacale e prosaico, mi fa pensare innanzitutto alla vanità che tante categorie di lavoratori, specialmente pubbliche, impiegano nel narrare sé stesse.

Da ormai più di trenta anni, salvo eccezioni come quella di Carlo Acutis, non abbiamo più santi ma magistrati e qualche altra categoria similare. Ciò non significa che tra costoro non vi siano stati luminosi esempi di sacrificio civile vedansi Giovanni Falcone o Paolo Borsellino: ma ciò non toglie nemmeno che qualunque, dico qualunque lavoratore, si alza la mattina per la busta paga non per la repubblica o per il progresso civile. Poi certo, se il proprio lavoro piace lo si fa meglio di qualcun altro e anche con più responsabilità e comprensione. Salvo vittimismi e lamentazioni sull’ ingratitudine cosmica quando qualcuno rifiuta un gruzzolo o si permette adducendo una “populistica” rappresentanza del popolo, di mettere becco negli affari di casta o categoria o professione fate voi.

E se questa busta paga è da pizza con fiocchi e controfiocchi a pranzo e cena e pure per merenda, è chiaro che ne discende una inevitabile superbia più o meno malcelata verso il popolo bue che si spacca la schiena anche per meno di mille euro. Alla fine, l’elite non si basa più su patenti di nobiltà rilasciate cinque o sei secoli fa e neanche sulle lauree conseguite o non so quali onoreficenze dal nome pomposo o esoterico, ma sulla corposità del conto in banca.

Ma tutto questo è forse populismo invidioso e meschino? Secondo me invece, è psicologia anche del lavoro, persino da quattro soldi. Casomai, lo si dovrebbe bollare di retorica dell’ ovvio e dell’aria fritta.

Purtroppo però, il politicamente corretto ha introdotto una retorica per cui potrebbero inventarsi che i cani non abbaiano ma parlano così e sta a noi capirli; e ( questo più realistico) che le guerre devono essere per forza vinte da chi è stato aggredito e non dall’aggressore. E’ la distopia dei cervelli. Altrimenti non mi avrebbero insultato sui social quando mi permisi di mettere in rilevo che Sinner rischia di crepare di fatica come un mulo grazie all’attuale calendario tennistico di vertice, ma pure che con palla e racchetta ci ha fatto milioni e milioni di euro, o dollari se si preferisce.

Il rifiuto di firma assolutamente condivisibile di Giorgia Meloni (che molto probabilmente sarà sanato da un commissario ad acta) e che le ha procurato anche insulti da un membro della Casta in questione, è dovuto a un conticino facile facile anche se da nove zeri con cui si divide la cifra in questione con il numero dei magistrati italiani. Ovvero, 979 milioni per 10.638 magistrati in servizio nel 2018 (anno dal quale decorrono gli effetti di sentenze) risultano come ben 92mila euro a testa per toga: una vera pioggia d’ oro ( sterline, marenghi, lingotti o quello che si preferisce).

A questo punto, altro che pane d’autore, altro che pizza gourmet: siamo a livelli di ristorante del miglior pesce raro e rigorosamente pescato in giornata.

Tutta la storia infausta per l’italico contribuente inizia allorquando il governo Draghi, in uno sforzo oggettivamente apprezzabile di contenimento delle pretese patrimoniali della magistratura il cui stipendio, bene ricordarlo, non è soggetto a una villana trattativa sindacale ma a legge ad hoc, stabilì nel 2021 l’aumento dello stipendio per le toghe relativo al triennio 2018-21 al 4,85% come per gli altri dipendenti statali (che termine avvilente…). Sulla stessa falsariga analogo provvedimento del governo Meloni, anch’esso come quello del governo Draghi silurato e affondato dalla pronuncia del Consiglio di stato in riforma di quella del Tar ( magistrati anche quelli del Consiglio di stato e, lo dico con oggettività, quelli dell’importantissimo e ultra strategico Tar del Lazio).

Con tutte le buone giuste motivazioni come la differenza tra media matematica e media ponderata a seconda della vastità della categoria di dipendente pubblico. E sapendo bene che l’importo lordo è diverso da quello netto, e tutto il resto che vi pare.

Ma due cose sono sicure. La prima è 979.000.000: 10638 = 92.000.

E la seconda, che alla emblematica e fantasiosa pizza capricciosa con mozzarella di bufala ( e olio di oliva dell’ agro pugliese, aggiungerei) nessuno rinuncia: non lo si fa neanche nell’ Olimpo della famosa legalità e nel tempio di Vesta della coscienza civile.

A. Martino

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