L’ITALIA NON CRESCE, I PREZZI VOLANO E LE PIAZZE SI RIEMPIONO. ABBIAMO CAMBIATO FORNITORI DI ENERGIA, MA A QUALE PREZZO?
C’è un’Italia che ogni mattina si alza presto, lavora, produce, paga le tasse e cerca, non senza difficoltà, di arrivare alla fine del mese. È l’Italia degli operai, degli impiegati, degli insegnanti, degli artigiani, dei commercianti, degli agricoltori e dei pensionati. Un’Italia che non frequenta i salotti televisivi, che non partecipa ai vertici internazionali e che, soprattutto, non ha il privilegio di poter scaricare su qualcun altro il costo delle proprie scelte.
Poi c’è un’altra Italia, quella della politica, che continua a parlare di crescita, stabilità, sicurezza, alleanze strategiche e responsabilità internazionale.
Due Italie che sembrano vivere su pianeti differenti.
Eppure, basterebbe leggere gli ultimi dati dell’ISTAT, pubblicati il 30 ottobre, per comprendere che qualcosa, nel nostro Paese, non sta funzionando affatto.
L’inflazione è salita al 5,4% su base annua, mentre il prodotto interno lordo, nel terzo trimestre del 2026, è rimasto sostanzialmente fermo rispetto al trimestre precedente. La crescita acquisita per l’intero anno si attesta allo 0,8%.
Tradotto in termini comprensibili anche a chi non possiede una laurea in economia: l’Italia non cresce, ma vivere in Italia costa sempre di più!
E non si tratta soltanto di una percezione.
I prezzi dei beni energetici, secondo l’ISTAT, sono aumentati del 31,4% rispetto all’ottobre dello scorso anno. Gli alimentari non lavorati registrano un incremento del 7,5%, mentre il cosiddetto carrello della spesa torna ad accelerare.
Numeri che, presi singolarmente, potrebbero sembrare soltanto percentuali. Ma dietro quelle percentuali ci sono persone in carne e ossa.
Ci sono famiglie che rinunciano a determinati alimenti, pensionati che devono scegliere quanto riscaldare la propria abitazione, lavoratori che vedono aumentare le spese senza che le proprie retribuzioni riescano a tenere il passo.
Perché questo è il vero problema: non è necessario che uno Stato precipiti nella miseria assoluta per comprendere che il suo popolo si sta impoverendo. È sufficiente osservare quanto diminuisca, anno dopo anno, la capacità dei cittadini di acquistare ciò che prima potevano permettersi.
E allora una domanda sorge spontanea: ma chi sta pagando il prezzo delle scelte economiche e geopolitiche compiute negli ultimi anni?
Perché, a mio modesto avviso, sarebbe intellettualmente disonesto analizzare questi dati senza prendere in considerazione ciò che è accaduto sul piano internazionale, soprattutto a partire dal febbraio del 2022.
La guerra in Ucraina ha certamente rappresentato uno spartiacque, ma non soltanto dal punto di vista militare e diplomatico.
Ha modificato profondamente anche gli equilibri energetici europei.
L’Unione europea ha progressivamente ridotto la propria dipendenza dalle forniture russe, presentando questa scelta come un passaggio necessario verso una maggiore autonomia strategica.
Ma siamo davvero diventati più autonomi?
Oppure abbiamo semplicemente sostituito una dipendenza, tra l’altro conveniente, con altre dipendenze sconvenienti?
Prima acquistavamo ingenti quantità di gas dalla Russia. Oggi ci rivolgiamo maggiormente ad altri fornitori, dagli Stati Uniti ai Paesi del Nord Africa, passando per ulteriori mercati internazionali.
Non sto sostenendo che si sarebbe dovuto continuare a dipendere esclusivamente da Mosca. Una dipendenza eccessiva da un solo fornitore rappresenta, evidentemente, un rischio strategico.
Sto ponendo una questione differente: perché la diversificazione delle forniture non si è tradotta in una maggiore sicurezza economica per le famiglie e le imprese italiane?
Perché, se il risultato è quello di ritrovarsi nuovamente con prezzi energetici alle stelle, qualche interrogativo sulla bontà delle strategie adottate sarebbe quantomeno doveroso.
Soprattutto considerando che l’energia non è un bene di lusso.
L’energia serve a riscaldare le abitazioni, alimentare le fabbriche, far funzionare i frigoriferi dei supermercati, muovere i mezzi di trasporto e consentire agli agricoltori di produrre.
Quando aumenta il costo dell’energia, non aumenta soltanto la bolletta.
Aumenta, direttamente o indirettamente, il costo di quasi tutto ciò che acquistiamo.
E così il problema energetico diventa un problema industriale, agricolo, commerciale e, inevitabilmente, sociale.
È proprio questo collegamento che una parte considerevole della classe politica italiana e occidentale continua a sottovalutare.
Si parla continuamente di sicurezza militare, di difesa comune, di riarmo, di deterrenza e di nuovi impegni internazionali.
Tutti argomenti certamente importanti per le élite, ma non per i semplici cittadini, che hanno ben altre percezioni dei pericoli esterni.
Ma, al di là di questo, è mai possibile che si sia progressivamente smarrito il concetto di sicurezza economica dei cittadini?
Perché uno Stato può anche disporre di eserciti efficienti e alleanze internazionali prestigiose, ma se una parte crescente della sua popolazione fatica a sostenere il costo della vita, qualcosa nel suo modello di sviluppo evidentemente non funziona.
E non mi si venga a dire che questa sarebbe una posizione contraria alla difesa nazionale.
Semmai è esattamente il contrario.
La solidità di una Nazione non si misura soltanto attraverso il numero dei carri armati o degli aerei da combattimento, ma anche attraverso la salute della sua economia, la capacità produttiva delle sue imprese e il benessere dei suoi cittadini.
Un Paese economicamente fragile difficilmente potrà essere davvero forte sul piano internazionale.
Ecco perché le manifestazioni di questi giorni meritano una riflessione che vada oltre le consuete contrapposizioni ideologiche.
Il 30 ottobre lavoratori e studenti sono scesi in piazza per contestare, tra le altre cose, il carovita e le priorità della politica economica e militare.
Naturalmente, quando una manifestazione degenera nella violenza, questa va condannata senza esitazioni.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare eventuali episodi di violenza per ignorare le ragioni di chi protesta pacificamente.
Perché non tutti coloro che scendono in piazza sono facinorosi, estremisti o professionisti della contestazione.
Ci sono anche cittadini che chiedono semplicemente di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro.
E sarebbe un grave errore politico confondere il disagio sociale con una questione esclusivamente di ordine pubblico.
La storia, del resto, dovrebbe averci insegnato che le crisi economiche, quando si protraggono troppo a lungo, finiscono inevitabilmente per trasformarsi in crisi politiche, poi sociali e, infine, in conflitti armati. Dunque, se si volesse veramente salvaguardare la sicurezza dell’Italia in primis e di tutto il continente a seguire, la prima cosa da fare sarebbe quella di avere un’economia sana e forte, e non il contrario.
E allora, mentre il Parlamento si prepara a discutere la manovra economica per il 2027, sarebbe opportuno domandarsi se le misure previste siano davvero sufficienti a fronteggiare un quadro economico di questo genere.
Perché non basta annunciare una riduzione fiscale per restituire automaticamente potere d’acquisto alle famiglie.
Se il costo dell’energia continua ad aumentare, se gli alimentari rincarano e se i salari non recuperano il terreno perduto, anche un eventuale beneficio fiscale rischia di essere rapidamente assorbito dalle spese quotidiane.
E qui la responsabilità non può essere attribuita esclusivamente all’attuale governo.
Sarebbe troppo semplice, oltre che storicamente scorretto.
La progressiva perdita di competitività di parte del nostro sistema produttivo, le fragilità energetiche, la stagnazione dei salari e le difficoltà strutturali dell’economia italiana sono problemi che attraversano governi di differente colore politico.
Centrodestra, centrosinistra, governi tecnici: nessuno può dichiararsi completamente estraneo alle scelte che hanno contribuito a determinare la situazione attuale.
Tuttavia, chi governa oggi ha il dovere di affrontare i problemi di oggi.
E non può limitarsi a ricordare gli errori dei predecessori.
Così come le opposizioni non possono pensare di recuperare credibilità denunciando problemi che, almeno in parte, hanno contribuito anch’esse a creare.
Il punto, infatti, non è stabilire chi abbia maggiori responsabilità nella costruzione di questa situazione.
Il punto è comprendere come uscirne.
Personalmente continuo a ritenere che l’Italia debba recuperare una maggiore autonomia nelle proprie scelte economiche ed energetiche.
Un’autonomia che non significa necessariamente rompere le alleanze internazionali, ma smettere di considerarle come vincoli assoluti, ai quali sacrificare qualsiasi interesse nazionale.
Essere alleati non dovrebbe significare rinunciare a ragionare con la propria testa.
E appartenere all’Unione europea non dovrebbe impedire di interrogarsi criticamente sulle conseguenze economiche delle decisioni assunte a Bruxelles.
Perché le alleanze dovrebbero servire a rafforzare gli Stati che ne fanno parte, non a renderli progressivamente più vulnerabili.
Lo stesso ragionamento vale per il rapporto con la Russia.
Ritengo che prima o poi l’Europa dovrà necessariamente affrontare il problema della ricostruzione di un sistema di relazioni politiche, economiche e di sicurezza con Mosca.
Non perché si debba giustificare l’invasione dell’Ucraina, ma perché la geografia non può essere cancellata attraverso le sanzioni.
La Russia continuerà a esistere, così come continueranno a esistere le sue risorse energetiche, il suo peso geopolitico e la sua collocazione nel continente eurasiatico.
Pensare di costruire una stabilità europea duratura prescindendo completamente da questa realtà mi sembra quantomeno discutibile.
Naturalmente, riaprire un dialogo non significa rinunciare alla diversificazione energetica, né ripristinare automaticamente le condizioni precedenti alla guerra.
Significa semplicemente riconoscere che la diplomazia, prima o poi, dovrà tornare a svolgere il proprio mestiere.
Nel frattempo, però, gli italiani continuano a fare i conti con una realtà assai meno astratta.
Quella delle bollette, dei mutui, degli affitti, della spesa alimentare e dei carburanti.
E poco importa, a chi deve pagare queste spese, se il rincaro sia stato determinato dalle tensioni internazionali, dalla speculazione, da un mercato energetico inefficiente oppure da decisioni politiche sbagliate.
Alla fine, il conto arriva sempre allo stesso indirizzo.
Quello del cittadino.
E allora torno alla domanda iniziale.
Quanto può resistere un Paese nel quale l’economia ristagna, il costo della vita aumenta e una parte della popolazione avverte una distanza sempre maggiore tra le proprie necessità e le priorità della politica?
Non conosco la risposta.
Ma so che sarebbe profondamente sbagliato liquidare questa inquietudine come semplice malcontento.
Perché dietro il malcontento può nascondersi qualcosa di molto più serio: la progressiva perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella capacità della politica di migliorare concretamente le loro condizioni di vita.
E quando viene meno quella fiducia, non sono soltanto i governi a entrare in difficoltà.
È l’intero sistema democratico a risentirne.
Forse, prima di continuare a discutere esclusivamente di nuovi armamenti, nuovi pacchetti di sanzioni e nuovi equilibri geopolitici, sarebbe opportuno ricordare una verità tanto semplice quanto spesso dimenticata.
Le Nazioni non sono fatte soltanto di confini, trattati e alleanze.
Sono fatte soprattutto di persone.
E quelle persone, prima ancora di preoccuparsi degli equilibri mondiali, hanno il diritto di poter vivere dignitosamente nella propria terra.
Altrimenti rischiamo di ritrovarci con un’Europa sempre più impegnata a difendere il proprio ruolo nel mondo, ruolo che, tra l’altro, nessuno le ha mai riconosciuto, ma sempre meno capace di difendere il benessere dei propri cittadini.
E sarebbe davvero un bel paradosso!
Lorenzo Valloreja













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