PASOLINI, IL PIÙ CONSERVATORE TRA GLI ETERODOSSI. IL GENIO CHE AVEVA CAPITO TUTTO

Il 2 novembre 1975 moriva tragicamente colui che Alberto Moravia definì semplicemente un «poeta». Ma quella non era affatto una definizione comune, perché, come disse lo stesso autore de La ciociara, «di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo».

Ma Pasolini, per me – che ho militato nel Movimento Sociale e che ho sempre amato l’intelligenza e la cultura, da qualunque parte provengano – è molto più di un poeta: è un genio, un visionario, uno che era capace, come Gramsci, che di mestiere faceva tutt’altro, di leggere l’animo umano come pochi e di vaticinare il futuro, guardando in maniera critica e laica la società che lo circondava.

Una persona, insomma, che viene al mondo ogni cinquecento anni, altro che tre o quattro ogni secolo!

Qualcuno che ha dei forti limiti mentali certamente mi chiederà: «Ma che razza di intellettuale eterodosso sei? Come puoi tu, che hai militato nel partito di Almirante, amare Pasolini, quando quest’ultimo ne ha dette di cotte e di crude non soltanto contro la dirigenza missina, ma anche contro tutto quel mondo che le gravitava intorno?». E non ultimi furono anche i numerosi scontri fisici con i giovani missini dell’epoca, alcuni dei quali arrivarono persino a essere presi a schiaffi dal regista friulano.

Ebbene, posso ben dire, col senno di poi, che Pasolini aveva ragione nel difendersi, perché era stato contestato durante la legittima proiezione delle proprie opere e la sua reazione fisica altro non era che una risposta muscolare e machista, tipica di quegli anni, per lui che, a causa della sua diversità di vedute, sia in ambito antropologico sia sessuale, era stato sempre costretto a difendersi anche fisicamente.

Ma questo suo odio verso il fascismo e il postfascismo, oggi lo possiamo ben comprendere e derubricare grazie allo studio approfondito della sua vita e della sua psiche: altro non era che un mezzo narrativo per denunciare non il fascismo in quanto tale, ma il totalitarismo della nascente società dei consumi.

Affermo questo e ho certezza di ciò che dico perché Carlo Alberto Pasolini, il padre di Pier Paolo, fu un convinto fascista. Ufficiale di carriera del Regio Esercito, il 31 ottobre 1926, a Bologna, contribuì a fermare Anteo Zamboni, il quindicenne accusato di aver attentato alla vita di Benito Mussolini e, per questo, linciato e ucciso con numerose coltellate, senza alcun processo, dalle camicie nere accorse sul posto.

Quando poi, nel 1941, l’Impero italiano capitolò in Africa orientale, Carlo Alberto era lì in servizio e venne fatto prigioniero, come il viceré, duca d’Aosta, e trasferito in Kenya. Qui, dopo l’8 settembre, sarebbe potuto tornare in Patria, come molti altri militari italiani fatti prigionieri dagli Alleati, se avesse collaborato con il governo cobelligerante del secondo Badoglio, ma non lo fece e rimase prigioniero fino alla fine della guerra.

Di tutt’altro avviso era il fratello minore di Pier Paolo, Guido, il quale – nello stesso periodo in cui il fratello maggiore era riuscito, non si sa bene come, dopo una fuga rocambolesca dai tedeschi in quel di Livorno, a continuare la propria attività di insegnante in Friuli, in un territorio controllato sia dalla Repubblica Sociale Italiana sia direttamente dall’Alto Comando tedesco, in quanto zona d’operazioni del Litorale Adriatico – aveva, questi sì, scelto la strada della Resistenza, ma nelle Brigate Osoppo, cioè in una formazione partigiana di ispirazione prevalentemente cattolica e azionista.

Segno, questo, della profonda fede della famiglia Pasolini e, quindi, anche di Pier Paolo, che infatti la trasporrà in molte sue opere, tra le quali spiccano Il Vangelo secondo Matteo e Uccellacci e uccellini.

Ebbene, Guido, con la Osoppo, troverà la morte non per mano dei tedeschi, ma di altri partigiani, quelli comunisti di Tito, che lo uccideranno nell’eccidio di Porzûs.

Questo evento segnerà profondamente la vita del poeta friulano: il padre, fascista, virile, dominante, sarà visto come responsabile, in quanto aveva abbandonato la sua famiglia per le proprie convinzioni politiche, seguendo il Duce in tutte le sue avventure guerresche. Ed egli stesso si sentiva responsabile, come il padre, perché non aveva avuto il medesimo coraggio del fratello nell’imbracciare un fucile e andare in montagna per riscattarsi dal fascismo storico, del quale, al di là della retorica pasoliniana, il regista di Casarsa aveva sempre, in un certo qual modo, beneficiato fino a quel momento.

Ed infatti è forse anche grazie alle entrature del padre che Pasolini, già in gioventù autore di numerosi articoli pubblicati su diverse riviste fasciste, poté sostanzialmente vivere senza problemi, come insegnante, dopo l’8 settembre 1943, pur essendo stato un allievo ufficiale del Regio Esercito prima dell’armistizio e poi renitente alla leva nella zona d’operazioni del Litorale Adriatico, cioè in un’area strategica sottratta al controllo italiano e posta de facto sotto l’amministrazione del Terzo Reich. Una tranquillità certamente pagata con il prezzo non della collaborazione, ma di certo della coabitazione opportunistica, una caratteristica, questa, comune a molti intellettuali dell’epoca: da Dario Fo, paracadutista repubblichino, a Walter Chiari, a Ugo Tognazzi, passando per Raimondo Vianello, fino a Giorgio Albertazzi, che non ha mai fatto mistero della sua adesione piena e convinta alla RSI.

Contraddizioni, luci e ombre che hanno segnato, segnano e sempre segneranno la vita di ogni singolo essere umano, per quanto questi sia grande, intelligente ed eticamente perfetto.

E Pasolini non poteva certo esserne esente: da quelle più gravi, come poc’anzi detto, a quelle meno conosciute, come lo scandalo di Ramuscello, dove, il 30 settembre 1949, durante la sagra di Santa Sabina, vicino a Casarsa, Pasolini si appartò con alcuni adolescenti del luogo. Secondo gli atti giudiziari, tra i ragazzi coinvolti ve n’era almeno uno di età inferiore ai sedici anni. Il procedimento riguardò due contestazioni: atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minorenni. Per questo, il mese successivo venne espulso dal PCI per «indegnità morale» e successivamente allontanato dall’insegnamento. Ergo, anche il mondo comunista, al quale aveva aderito per lavare l’onta del passato fascista, lo aveva respinto.

Ma le contraddizioni non finiscono qui: Pasolini era contro il consumismo e contro il capitalismo, ma era certamente, come egli stesso si definiva, un borghese e, per questo, anche edonista. Cioè, ad esempio, si tingeva i capelli, cosa non comune tra i maschi degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, portava occhiali scuri per non far vedere le rughe del contorno occhi, trascorreva vacanze da sogno con la Callas, vestiva abiti di lusso e guidava macchine sportive di grido, dalla mitica Ferrari alle Alfa Romeo 1750 e 2000 GT Veloce. E sarà proprio quest’ultima a essere coinvolta nella tragica notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia.

Una vita, quindi, maledetta, come furono quelle di Caravaggio, Wilde o Malaparte, e per questo non meno godereccia delle loro. Artisti che, pur godendosi la vita, denunciarono egualmente il sistema in cui vivevano e che, nel caso di Curzio, come di Pier Paolo, passarono dal fascismo al comunismo, ottenendo da quest’ultimo partito anche la tessera.

D’altronde, il nemico può essere anche immaginario, di plastica, tale da poterlo persino attraversare nella realtà, conviverci e trarne, perché no, anche dei benefici. L’importante, dunque, non è che esista o sia reale, ma che indichi, quello sì, dov’è il male e cosa combattere. O, se preferite, in maniera più semplice: «Parlo a te, figlia, perché intenda tu, nuora». È lo stesso espediente usato da Manzoni, parlando della Lombardia spagnola del Seicento per denunciare i soprusi austriaci dell’Ottocento, così come Shakespeare, quando afferma che c’è del marcio in Danimarca, non si riferiva veramente alla Danimarca, ma all’Inghilterra della sua epoca.

Pasolini questo lo sa e usa lo stesso sistema per denunciare l’Italia del boom attraverso quello che allora, dopo una guerra perduta rovinosamente, era, nella retorica italiana, il male assoluto: il nazifascismo. Usandolo come termine di paragone, ogni denuncia diventava possibile e assumeva un’aura mistica e inoppugnabile.

Ed infatti, tutto ciò che Pasolini non condivideva del fascismo – e che da questo regime era stato appena abbozzato durante il Ventennio, oltre a essere sopravvissuto a Mussolini, permanendo e ingigantendosi nel nuovo corso repubblicano e democratico dell’Italia postbellica – venne sistematicamente denunciato: dall’orgia cementificatoria di quegli anni, i cui prodromi si videro nell’urbanizzazione ordinata durante il fascismo, alla scolarizzazione forzata degli italiani, la cui finalità era quella di farne, nell’età repubblicana, dei buoni cittadini e degli ottimi lavoratori e, nel passato Ventennio, dei convinti soldati, ma sempre al prezzo della perdita della propria anima. Un’anima che si stava smarrendo anche a causa della progressiva scomparsa dei dialetti, anch’essi contrastati dal fascismo, ma che ora venivano schiacciati dai media dell’epoca, televisione e radio in primis.

Infatti, per l’autore degli Scritti corsari, il fascismo del Ventennio aveva tentato di italianizzare e fascistizzare le masse con la violenza, la retorica e l’imposizione dall’alto, ma non era riuscito a cambiarle dentro. Il contadino del Sud o l’operaio del Nord conservavano la loro cultura popolare, i loro valori etici e la loro diversità di fondo. Il nuovo potere capitalistico e consumistico riesce invece a fare ciò che il fascismo non ha mai potuto: penetrare nell’intimo delle persone, modificarne l’antropologia e l’anima. Attraverso il mito del benessere, del denaro e della merce, il consumismo impone un’omologazione culturale totale. Mentre il fascismo storico reprimeva apertamente il dissenso con la forza fisica, la società dei consumi usa una falsa permissività. Non ha bisogno di proibire con la violenza perché anestetizza lo spirito critico e impedisce persino che un’alternativa o un dissenso possano nascere. Pasolini definisce questo processo una forma di «degradazione antropologica» o un vero e proprio genocidio culturale, che cancella le diverse identità locali e storiche d’Italia per trasformare tutti in consumatori seriali. Che poi è quello che, in maniera scanzonata, iperbolica e grottesca, Paolo Villaggio metterà prima su carta, con la mitica maschera di Fantozzi, nel 1971, e poi porterà sul grande schermo, con la regia di Luciano Salce, nel marzo del 1975.

Per questo amo Pasolini, perché Pier Paolo non sta parlando di fascismo, ma sta «sparando sulla Croce Rossa» per far conoscere al grande pubblico un problema, una stortura della nostra società che nessuno, né allora né oggi, vuole vedere. Ed è questo che conta per me.

Come posso non essere con chi affermava quanto segue: «Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi, 1975. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti». E ancora: «Un vecchio contadino tradizionalista e religioso non consumava delle sciocchezze preconizzate dalla televisione. Bisognava fare in modo che invece le consumasse. In realtà, i produttori costringono i consumatori a mangiare merda».

«L’unico sistema ideologico che ha davvero coinvolto anche le classi dominate è il consumismo, perché è l’unico che è arrivato fino in fondo, che dà una certa aggressività perché quest’aggressività è necessaria al consumo. Se uno è puramente sottomesso, segue l’istinto puro della sottomissione, come un vecchio contadino che chinava la testa e si rassegnava, cosa sublime come l’eroismo. Adesso questo spirito di rassegnazione, di sottomissione non c’è più, perché altrimenti che consumatore è uno che si rassegna e accetta un suo stato arcaico, retrogrado e inferiore? Deve lottare per elevare il suo stato sociale. “Io chino la testa in nome di Dio” è già una grande frase. Mentre adesso il consumatore non sa affatto chinare la testa, anzi crede stupidamente di inchinarla e avere i suoi diritti. Anzi, è sempre lì a pretendere i suoi diritti, a crederci, invece è un povero cretino».

È veramente Pasolini il più conservatore dei conservatori, altro che chiacchiere! Solo che la gente guarda alla copertina di Pasolini e non a quello che c’è scritto dentro, al suo pensiero… Che poi, copertina per copertina, come si fa ad arruolare veramente Pier Paolo tra gli antifascisti quando, nel 1967, per la RAI, fu uno degli interlocutori del mitico Ezra Pound, l’americano eretico, cultore di Mussolini e del fascismo, che seguì il Duce anche nell’avventura di Salò e che, alla maniera di Dante, compose i Cantos, esaltandone la figura nel Canto XLI?

Beh, io una copertina la so leggere e, se è per questo, so interpretare anche il sottotitolo. E da tutto ciò vi posso dire che Pasolini, oggi più che mai, non può che essere nel pantheon dei sovranisti…

Dunque, che la terra ti sia lieve, maestro… ovunque tu sia…

Lorenzo Valloreja

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