SUL PALCO DI SAN REMO L’EMBLEMA DEL NUOVO IRAN CHE IL MONDIALISMO VORREBBE. AMICI IRANIANI, SE PROPRIO NON VOLETE PIU’ GLI AYATOLLAH, RIPRENDETEVI ALMENO UN IMPERATORE!

Della Signorina o Signora Pegah Moshir Pour si sa pochissimo, se non, fondamentalmente,  quello che la stessa fa filtrare dal suo profilo Instagram.

Arrivata in Italia (esattamente, in Basilicata) da bambina di nove anni attorno all’inizio del nuovo millennio, non vi ha più rimesso piede, ha frequentato la locale università, e vive ora più che altro a Los Angeles; attuale residenza del resto della famiglia, non pervenuta. Ha la cittadinanza iraniana e quella statunitense.

Professione? Content creator: pare che abbia a che fare con l’innovazione digitale. Nella generosa Italia, è stata inserita da StartupItalia nei “100 innovatrici e innovatori che hanno fatto la differenza nel 2022”. Delle sue fatiche letterarie le hanno anche reso un premio letterario in Iran nel 2015 (quando evidentemente chador e roba del genere non facevano ancora tanto orrore).

La intraprendente ragazza ha evidentemente alle spalle ottimi agganci e padrinati, non tanto in Italia che ahimè in questi maneggi fa da ufficio postale ricevente (filiale Farnesina e dintorni…), ma soprattutto negli States (è appunto cittadina statunitense). Comunque sia, in Italia riesce a trovare tempo per “innovare” e addirittura salire sul palco di San Remo a parlare contro la Repubblica Islamica. In Iran non mette piede da quando la famiglia è espatriata.

Però è stata chiaramente appioppata all’Italia non si sa esattamente da chi (Soros? CIA? Massoneria? Pentagono?), a fare da “simbolo della resistenza e delle donne iraniane”.

Il suo duetto predicatorio e strappa lacrime con Drusilla Foer (in realtà un mediocre attore che ha scoperto l’America travestendosi perpetuamente da anziana signora tra lo snob e il saccente, interessante ma monotona  macchietta che in Iran non so che destino avrebbe), è perfettamente emblematico, forse involontariamente, di come si vorrebbe, tra le due sponde dell’Atlantico, il nuovo Iran. E se così è, come è, auguro agli iraniani, se proprio il regime degli ayatollah dovesse cadere, di avere un nuovo Scià: sì, Reza Ciro Pahlevi erede della dinastia Pahlevi spodestata nel 1979 quando suo padre fu costretto all’esilio dalla rivoluzione più partecipata del Novecento dopo la messicana e soprattutto la russa.

Reza Ciro, residente e imprenditore negli USA, sarebbe anch’egli un arnese americano, è chiaro: ma coerente con il mio credo monarchico, che nel caso dei titoli imperiali arriva all’acriticità, ritengo pur sempre meglio il ripristino del Trono imperiale del Pavone che una Pegah Moshir Pour, o uno equivalente cosmopolita come la nostra Schlein, alla presidenza di una Repubblica democratica iraniana; si tutelerebbe almeno un minimo di tradizione e di orgoglio persiano.

Se poi la monarchia non dovesse avere alcuna chance, se qualcuno ci legge in Iran, ripeto, guardi questa foto e rifletta. Meglio la teocrazia (certo sperando che divenga assai meno forcaiola) invece di questa roba.

A. Martino

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