QUALCUNO IN EUROPA È ANDATO A WASHINGTON CONVINTO DI POTER SUONARE. ED INVECE… È RIMASTO SONORAMENTE SUONATO: POTENZA DELL’APPARENTE CONFUSIONE

La decisione di Sánchez di andare al voto il prossimo 29 novembre ha sorpreso un po’ tutti. Ma non me. Perché, come al solito, per cercare di capire ciò che accade in un singolo Paese tendo a unire tutti i puntini che mi trovo davanti e a guardare sempre e comunque il quadro nella sua interezza.

E così eventi che, apparentemente, sembrano scollegati e a sé stanti — dal confronto in Brasile tra il figlio di Bolsonaro e l’ottantenne Lula, alla decisione della Meloni di ridimensionare, rispetto alle posizioni espresse da Crosetto e Urso, l’aumento della spesa per la Difesa; dall’esplosione dello spread francese, che ha finito per trascinare sopra quota 100 anche quello italiano, fino alle manifestazioni che stanno attraversando Francia e Spagna — nella mia lettura finiscono invece per comporre un unico disegno. E dietro quel disegno io vedo una regia e un mandante: gli Stati Uniti d’America dell’amministrazione Trump.

Ma andiamo per ordine.

Il PP e Vox hanno votato contro i decreti sulla casa di Sánchez sostenendo, in sostanza, che un maggiore intervento dello Stato sul mercato degli affitti avrebbe finito per aggravare proprio il problema che pretendeva di risolvere: rendere più difficile sfrattare un inquilino vulnerabile, limitare gli aumenti dei canoni e comprimere ulteriormente la disponibilità del proprietario avrebbe potuto spingere una parte di questi ultimi a ritirare gli immobili dal mercato, riducendo ancora l’offerta e facendo aumentare, anziché diminuire, i prezzi. Il governo e la sinistra sostenevano esattamente il contrario: che senza quelle misure migliaia di inquilini vulnerabili sarebbero rimasti esposti agli sfratti, agli aumenti dei canoni e a una precarietà abitativa ormai diventata socialmente esplosiva. Ma a far cadere i decreti non sono stati soltanto PP e Vox: insieme a loro ha votato anche Junts, cioè proprio una delle forze sulle quali Sánchez aveva costruito la difficilissima geometria parlamentare che gli aveva consentito di restare alla Moncloa.

Ed è qui che Sánchez ha deciso, come si dice al tavolo da poker, di andare a vedere il piatto. Convinto di poter interpretare la protesta che arrivava dalla piazza, ha rimesso le carte nelle mani degli spagnoli e li ha chiamati a una scelta che egli stesso vuole rendere quasi plebiscitaria: da una parte il governo che ha denunciato con estrema durezza l’operato dello Stato d’Israele a Gaza, che può rivendicare una crescita economica superiore a quella di gran parte dell’Unione Europea e che ha gestito il fenomeno migratorio secondo una linea assai più aperta di quella perseguita da altri governi europei; dall’altra PP e Vox, portatori di una linea molto diversa sull’immigrazione, sulla politica internazionale e sulla sicurezza. Sánchez ha avuto coraggio, questo gli va riconosciuto: avrebbe potuto tentare di trascinare ancora avanti una legislatura ormai paralizzata e ha invece scelto di rimettersi al giudizio degli elettori.

Ma, insieme al coraggio, io vedo anche una notevole dose di avventatezza. Perché Sánchez sembra dare per scontato che gli spagnoli leggeranno questi otto anni di governo nello stesso modo in cui li legge lui. E non è affatto detto. I numeri dell’economia spagnola sono indubbiamente positivi, ma il dato macroeconomico e la percezione della vita quotidiana non sono la stessa cosa: un Paese può crescere più degli altri e contemporaneamente avere centinaia di migliaia di cittadini che scendono in piazza perché non riescono più a permettersi una casa. Anzi, c’è qui uno dei paradossi più interessanti della Spagna contemporanea: la crescita demografica e l’immigrazione che hanno contribuito alla crescita economica hanno contemporaneamente aumentato la pressione su un mercato immobiliare già incapace di produrre abbastanza abitazioni.

E poi c’è Ceuta. L’ingresso di circa 72.000 migranti il 30 luglio non può essere cancellato dalla memoria collettiva spagnola come se nulla fosse accaduto. Io ho già spiegato in un precedente editoriale perché ritengo che quella gigantesca pressione migratoria non sia avvenuta per caso e tornerò su questo punto più avanti. Ma, indipendentemente dalla mia interpretazione delle cause, resta il fatto politico: Sánchez arriva alle urne dopo una crisi migratoria senza precedenti, mentre una parte consistente della società protesta per il costo della casa e mentre la legislatura è stata segnata da scandali che hanno coinvolto persone a lui molto vicine e dal controverso accordo con gli indipendentisti catalani che gli ha consentito di mantenere la maggioranza.

Ed ecco il vero azzardo. Sánchez sembra voler chiedere agli spagnoli di giudicarlo sul terreno sul quale ritiene di essere più forte: crescita economica, diritti sociali, casa, politica estera e contrapposizione alle destre. Ma i sondaggi disponibili alla vigilia della sua decisione raccontavano un Paese diverso da quello sul quale sembra voler scommettere: il barometro 40dB pubblicato il 5 ottobre attribuisce il 31,6% al PP, il 27,4% al PSOE e il 18,4% a Vox. La stessa rilevazione porta complessivamente l’area PP-Vox-SALF al 52%, contro il 35,7% di PSOE-Sumar-Podemos. È una fotografia, naturalmente, non il risultato delle elezioni, ma spiega perfettamente la dimensione della scommessa che Sánchez ha deciso di fare.

Sánchez, dunque, ha deciso di giocarsi tutto. E questo tutto, nella mia lettura, fa tremendamente comodo a Donald Trump, che sta cercando di ridisegnare i rapporti di forza europei e di liberarsi politicamente di chiunque possa ostacolare quel nuovo equilibrio russo-americano che, a mio avviso, è uscito da Anchorage.

E la Spagna non è sola. Perché l’altro grande rompiballe europeo, Emmanuel Macron, l’uomo che da anni coltiva velleità di grandeur quasi golliste e che più di ogni altro leader europeo ha provato a immaginare un’Europa capace di muoversi autonomamente dalle due superpotenze, ma certamente dipendente dall’ombrello nucleare francese, si trova oggi stretto in una crisi sociale che rischia di diventare politica.

In Francia sta infatti prendendo forma quella che Le Monde ha definito una possibile «coalizione delle collera»: la convergenza fra la protesta degli studenti, partita il 21 settembre da un liceo di Créteil, nella periferia parigina, e un malcontento sociale assai più vasto. In appena dieci giorni quella protesta, nata per denunciare posti di insegnamento rimasti vacanti, si è propagata in tutto il Paese, fino a coinvolgere il 1° ottobre più di mille licei, quasi uno su quattro.

Là dove non riuscirono fino in fondo i gilets jaunes, potrebbero insomma riuscire gli studenti. E non stiamo parlando di ragazzi scesi in piazza per qualche astratta parola d’ordine ideologica: protestano per classi sovraffollate, insegnanti mancanti o non sostituiti, edifici scolastici degradati, orari pesanti e contro Parcoursup, il sistema di accesso all’università accusato da molti di produrre stress e disuguaglianze.

Poi, inevitabilmente, è arrivata la politica. Mélenchon e La France Insoumise hanno compreso immediatamente il potenziale di quella protesta e hanno cercato di cavalcarla. Dirigenti ed eletti di LFI si sono presentati davanti ai licei e il governo li ha accusati di strumentalizzare e alimentare il movimento. Ma una cosa va detta chiaramente: la protesta non nasce da LFI. Nasce a Créteil da problemi concreti della scuola e soltanto successivamente la politica tenta di metterci sopra il proprio cappello.

Macron si trova così stretto tra due fuochi: una sinistra radicale che tenta di trasformare la protesta sociale in consenso politico e un Rassemblement National che continua a rappresentare una minaccia elettorale enorme per il sistema politico che ha sostenuto il macronismo. Ed è proprio in Francia, peraltro, che Elon Musk ha recentemente preso posizione in maniera inequivocabile, arrivando a definire Marine Le Pen «l’ultima speranza della Francia», un intervento che ha provocato accuse di ingerenza straniera.

Poi ci sarebbe l’altro azionista di maggioranza di questa Europa, nata e cresciuta soprattutto intorno agli interessi e all’asse franco-tedesco: Friedrich Merz. Ma il cancelliere tedesco, a differenza di Sánchez e Macron, non sembra avere bisogno in questo momento di nessuna sonora bastonatura proveniente dall’estero, perché nella merda fino agli occhi riesce a mettersi benissimo da solo.

Il dato politico tedesco è impressionante. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha appena conquistato il 43,8%, contro appena il 17,2% della CDU, ottenendo 39 degli 83 seggi del Landtag. Non governa perché non possiede da sola la maggioranza assoluta e gli altri partiti continuano a mantenere il Brandmauer, il cordone sanitario nei suoi confronti, ma è difficile continuare a considerarla semplicemente un fenomeno marginale quando quasi un elettore su due di un Land tedesco sceglie di votarla.

E qui arriviamo a un paradosso che trovo straordinario. Quella stessa AfD che per anni il mainstream occidentale ha rappresentato come la ragione di tutti i mali è oggi percepita da una parte crescente dell’elettorato tedesco come la forza più pacifista del Paese. E non lo dico soltanto sulla base delle dichiarazioni dei suoi dirigenti o delle interviste televisive agli elettori: secondo i dati ARD relativi alle elezioni della Sassonia-Anhalt, «la pace in Europa» è stata la seconda motivazione più importante nella scelta di voto.

L’AfD chiede di interrompere il sostegno militare all’Ucraina, di tornare a parlare con Mosca e di ripristinare i rapporti economici ed energetici con la Russia. È una linea diametralmente opposta a quella di Merz, che proprio il 4 ottobre è tornato a Kiev annunciando un altro miliardo di euro di aiuti militari tedeschi, oltre a 350 milioni per il ripristino delle infrastrutture energetiche ucraine.

E poi c’è Elon Musk. Dire semplicemente che simpatizza per l’AfD sarebbe persino riduttivo. Musk ha utilizzato pubblicamente la propria notorietà e la propria piattaforma X per sostenerla, amplificarne i messaggi e offrire ai suoi dirigenti una visibilità internazionale che, per dimensioni, possiede inevitabilmente anche un enorme valore economico. Gli stessi esponenti dell’AfD lo hanno pubblicamente ringraziato per il sostegno ricevuto. Non ho bisogno, dunque, di sostenere che Musk abbia staccato un assegno all’AfD: il sostegno politico e mediatico è avvenuto alla luce del sole. Lo stesso Reuters, raccontando il trionfo in Sassonia-Anhalt, ricorda che Musk ha apertamente celebrato il risultato dell’AfD.

E si badi bene a ciò che sta accadendo. Mentre Merz continua a parlare di armi, sicurezza europea, difesa dell’Ucraina e confronto con Mosca, una parte crescente dell’elettorato tedesco premia il partito che dice esattamente il contrario: basta armi, trattativa con la Russia, ritorno del gas russo. Non sto dicendo che sia questa l’unica ragione per cui si vota AfD — sarebbe falso, perché immigrazione, sicurezza e identità nazionale rimangono componenti fondamentali del suo consenso — ma sarebbe altrettanto falso fingere che la questione della pace e della guerra sia marginale quando le analisi del voto ci dicono esattamente il contrario.

Ed è a questo punto che Spagna, Francia e Germania cominciano, almeno ai miei occhi, a parlare una lingua sorprendentemente simile.

Perché, seppure con motivazioni diverse, nelle proteste che stanno attraversando Spagna e Francia non sono l’Ucraina, il riarmo, i diritti LGBT o la rivoluzione green a rappresentare il detonatore della mobilitazione. Sono questioni infinitamente più semplici e terra terra: la casa, la scuola, gli stipendi, il costo della vita, il welfare. In Germania la protesta prende soprattutto la strada delle urne e premia una forza che, oltre alla sua durissima linea sull’immigrazione, propone di interrompere l’attuale politica verso l’Ucraina e di riaprire economicamente alla Russia.

È come se una parte dell’Europa reale stesse dicendo all’Europa politica qualcosa di terribilmente semplice: voi continuate a parlarci del mondo che volete salvare; noi siamo tornati a preoccuparci del mondo nel quale dobbiamo riuscire a vivere.

E la Meloni, che ha senz’altro tra le proprie caratteristiche quella di saper galleggiare e tirare a campare, comprendendo prima degli altri l’aria che tira e, quando serve, sgomitando anche a destra con Vannacci, nell’ultima settimana ha pensato bene prima di rendere pubblico e poi di mettere nero su bianco il ridimensionamento dell’aumento della spesa per la Difesa. Una scelta tutt’altro che secondaria, perché va a solleticare una delle poche caratteristiche che, al di là delle appartenenze politiche, continua ad accomunare una larga parte degli italiani: una sostanziale allergia a tutto ciò che profuma di guerra e, soprattutto, all’idea di dover abbassare la propria qualità della vita per finanziare il riarmo.

Meloni ha così preso le distanze soprattutto dalla linea sostenuta da Crosetto, tornando per un momento a vestire i panni della Giorgia popolana e populista, certamente più adatti alla tenzone elettorale imminente che alla realpolitik internazionale. E lo ha fatto ridimensionando proprio quella crescita della spesa militare sulla quale Donald Trump ha costruito una delle proprie principali richieste agli alleati europei. Una presa di distanza che acquista ancora più significato se consideriamo che il presidente americano, nel Bel Paese, gode certamente di simpatie assai inferiori rispetto a quelle di cui continua a beneficiare Putin.

Ed è proprio qui, secondo me, che Meloni rischia di aver commesso lo stesso errore di valutazione nel quale sembrano essere caduti Sánchez, Macron e Merz: credere che Trump, tra Iran, Russia, Ucraina e gli altri dossier aperti, non ci stia capendo più nulla.

Io penso esattamente il contrario.

Trump mi ricorda il kalingono, il “dormiente” del lago Malawi, il Nimbochromis livingstonii: un pesce predatore che possiede una tecnica di caccia tanto semplice quanto micidiale. Si adagia sul fondo, immobile, su un fianco, assumendo l’aspetto di un animale morto o moribondo. Non rincorre la preda, non la spaventa, non mostra i denti. Aspetta. Lascia che sia lei, convinta di non avere più davanti alcun pericolo, ad avvicinarsi. E soltanto allora scatta e la divora.

Ecco, nella mia lettura, il Trump di questa fase politica internazionale. Mentre in Europa molti osservatori sembrano interpretarne le mosse come contraddittorie, improvvisate o persino come il segnale di un presidente incapace di tenere insieme tutti i dossier aperti, io vedo qualcosa di completamente diverso: un uomo che lascia muovere gli altri, aspetta che scoprano le proprie carte e soltanto dopo decide quale leader colpire e dove esercitare la propria pressione.

Ed è qui che la coincidenza temporale diventa, quantomeno ai miei occhi, straordinariamente interessante. A neppure ventiquattr’ore dalla notizia secondo cui Meloni aveva deciso di ridimensionare l’aumento della spesa militare italiana, la pressione sui titoli francesi è tornata a ricordare all’Europa l’esistenza di una parola apparentemente innocua che noi italiani conosciamo fin troppo bene: spread. E quando brucia Parigi, con un debito pubblico enorme e una crisi politica già aperta, Roma difficilmente può pensare di restare al riparo.

Naturalmente nessuno si aspetti di trovare un comunicato della Casa Bianca nel quale Washington annunci di voler destabilizzare finanziariamente la Francia o l’Italia. Sarebbe ridicolo persino immaginarlo. Il punto che pongo è un altro. Gli Stati Uniti possono permettersi squilibri finanziari che per Francia e Italia sarebbero politicamente devastanti, perché dispongono della valuta di riserva mondiale, della Federal Reserve, del mercato dei Treasury e di una capacità di condizionamento dei mercati finanziari che nessun singolo Stato dell’Eurozona possiede. Parigi e Roma, al contrario, hanno debiti giganteschi ma non possiedono né la moneta nella quale quei debiti vengono emessi né una banca centrale nazionale capace di intervenire autonomamente per difenderli.

È questa asimmetria che rende lo spread un’arma potenziale infinitamente più pericolosa per noi che per Washington. Perché per mettere in difficoltà un governo europeo non è necessario portare il suo Paese al fallimento. È sufficiente instillare nei mercati il dubbio che quel debito possa diventare meno sicuro, lasciare che i rendimenti comincino a salire e attendere che il panico faccia il resto. Noi italiani dovremmo saperlo meglio di chiunque altro: abbiamo già visto quanto possa diventare politicamente mortifero quello che, in fondo, non è altro che un differenziale tra due tassi d’interesse.

Ed è proprio per questo che trovo interessante la coincidenza. Meloni ridimensiona il riarmo, prendendo le distanze da una delle richieste fondamentali di Trump all’Europa; quasi contemporaneamente la crisi francese torna a incendiare i mercati obbligazionari e il contagio arriva inevitabilmente anche all’Italia. Due piccioni con una fava, verrebbe da dire: Macron viene colpito nel punto più fragile della Francia e Meloni riceve un promemoria su quanto possa essere costoso, per un Paese con il debito italiano, ritrovarsi improvvisamente dalla parte sbagliata della barricata.

Con questo voglio dire che anche in Italia, alle prossime elezioni, arrivino esse presto o tardi, assisteremo necessariamente a un cambio?

Io credo di sì. Ma non penso affatto che quel cambiamento debba necessariamente assumere le forme del Campo Largo, né che la questione possa essere ridotta al solito derby domestico tra centrodestra e centrosinistra. Sarebbe ancora una volta guardare il singolo puntino anziché l’intero disegno. Io credo piuttosto che, in Italia come in Germania, in Francia e progressivamente nel resto d’Europa, assisteremo al tentativo di far emergere leadership e maggioranze quanto più possibile funzionali a quello che considero il nuovo Condominio russo-americano nato dall’incontro di Anchorage. Non necessariamente governi amici di Mosca o servi di Washington, dunque, ma governi meno inclini a costruire un’Europa autonoma dalle due grandi potenze e soprattutto meno disposti a trasformare il Vecchio Continente nel terzo incomodo tra Russia e Stati Uniti.

Ed è proprio per questo che, arrivati alla fine, dobbiamo tornare al primo puntino dal quale eravamo partiti: il Brasile.

Perché anche il secondo atto dello scontro tra Lula e il figlio di Bolsonaro per la presidenza del gigante sudamericano, nella mia lettura, non può essere considerato un episodio separato da tutto il resto. Cambia il continente, cambiano gli uomini, cambiano gli strumenti, ma non cambia la logica. In Europa c’è da ridimensionare chi immagina un continente geopoliticamente autonomo; nell’emisfero occidentale c’è invece da riaffermare quella Dottrina Monroe che con Trump è tornata prepotentemente al centro della politica americana: l’America agli americani e, soprattutto, il cortile di casa degli Stati Uniti nuovamente sotto la loro influenza.

E allora Sánchez, Macron, Merz, Meloni, Lula e Bolsonaro smettono di essere sei storie diverse. Diventano sei tessere di una stessa partita globale nella quale Washington sta tentando di ridisegnare la propria area d’influenza mentre Mosca consolida la propria, e nella quale l’Europa rischia di scoprire troppo tardi di non essere diventata una terza superpotenza, ma semplicemente il territorio sul quale le altre due stanno ridisegnando i propri confini politici.

Naturalmente questa è la mia lettura. Ma è proprio questo il mestiere dell’analista: non limitarsi a raccontare i sintomi uno alla volta, bensì provare a capire se appartengano oppure no alla stessa malattia.

E qui torno, per l’ultima volta, al kalingono.

In medicina un medico può avere davanti agli occhi tutti i sintomi del mondo, ma se non riesce a interpretarli correttamente difficilmente troverà la cura. E lo stesso accade in geopolitica: puoi avere davanti Sánchez che convoca le elezioni, Macron assediato dalle proteste, Merz travolto dall’AfD, Meloni che ridimensiona il riarmo, gli spread che tornano a muoversi e il Brasile che si prepara nuovamente allo scontro tra Lula e i Bolsonaro. Puoi considerarli avvenimenti separati oppure provare a unirli.

Io ho provato a unirli.

Se avrò sbagliato diagnosi, lo diranno i fatti. Ma se la diagnosi fosse giusta, il problema per l’Europa sarebbe molto più serio di quanto oggi immaginiamo. Perché mentre noi discutiamo ancora se il kalingono sia vivo, morto, forte, debole, confuso o semplicemente immobile, potremmo non esserci accorti di essere già arrivati abbastanza vicini alla sua bocca.

E, come nella medicina, chi sa interpretare per tempo i sintomi può ancora salvare il paziente. Chi non li comprende rischia invece di arrivare alla diagnosi quando ormai non serve più a nulla.

E non so voi, ma diventare terra per i ceci non mi ha mai appassionato.

Lorenzo Valloreja

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