VANNACCI, CORONA E QUEL MILIONE DI VOTI IN PIÙ CHE NESSUNO HA MESSO IN CONTO

Parlando con alcuni amici, osservatori delle vicende politiche, oppure leggendo certi giornali, ho la sensazione che, tutto sommato, molti ritengano che il vannaccismo abbia ormai esaurito la propria corsa, perso la sua spinta propulsiva e che, in vista delle prossime elezioni politiche, sia destinato a uscire fortemente ridimensionato.

Ebbene, a tutti costoro mi sento di dire che non hanno capito proprio nulla!

Futuro Nazionale, da qui alle prossime elezioni politiche, diventerà sempre più rilevante e politicamente pesante, perché racchiude in sé tutti i caratteri del diciannovismo o, se preferite, alcune delle caratteristiche dei grandi partiti di massa.

Al proprio interno, infatti, c’è tutto e il contrario di tutto: dagli scappati di casa ai professoroni, dai picchiatori alle persone perbene, dagli avventurieri a coloro che credono sinceramente nella causa.

Ma soprattutto presenta una caratteristica comune a molte delle formazioni politiche che hanno segnato la storia di questo Paese: agli inizi, nessuno le aveva viste arrivare o, se preferite, tutti le avevano sottovalutate.

Nello specifico, l’affermazione che più mi ha colpito è quella di chi ha rappresentato Vannacci come una brutta copia, per giunta svilita, di Beppe Grillo: una sorta di oro a 8 carati, destinato a non superare mai il vaglio elettorale.

Ma il «bibitaro» Luigi Di Maio o l’«urlatrice» Paola Taverna erano forse migliori di certi imbarazzanti personaggi che oggi affollano le fila di Futuro Nazionale?

Persino nell’ormai defunta Balena Bianca gravitavano strani personaggi come Ciarrapico, Sbardella o Evangelisti, che di certo non sfigurerebbero al confronto con gli impresentabili di Vannacci.

Insomma, a ognuno il suo. E chi è senza peccato scagli la prima pietra!

Ma il punto non è questo. Non è questo bestiario politico a caratterizzare, o meno, una grande formazione. Ciò che la distingue è la capacità di attirare a sé il consenso di fasce sempre più consistenti della popolazione, comprese quelle quote di cittadini che troppo spesso sfuggono alle rilevazioni, che nessuno intervista e che, nel silenzio dell’urna, finiscono per pronunciarsi contro lo status quo.

Ed è stato così, in definitiva, anche in occasione dell’unica vittoria elettorale nazionale ottenuta dal fascismo durante il Ventennio: quella del 1924.

Al di là di una narrazione che talvolta trascura le profonde divisioni interne al movimento, pur in presenza di violenze e intimidazioni che segnarono pesantemente quella consultazione, il fascismo si presentò diviso in tre tronconi, non sempre concordi e, in alcuni casi, apertamente contrapposti.

Emblematico fu lo scontro tra il Listone della Lista Nazionale di Mussolini, all’epoca ormai approdato a posizioni conservatrici e monarchiche, e i Fasci nazionali di Cesare Forni, formazione dissidente che, rivendicando una maggiore fedeltà al programma di San Sepolcro e alle sue originarie istanze repubblicane e libertarie, si presentò soltanto in Piemonte e Lombardia, ottenendo lo 0,25% dei voti su scala nazionale, ma raggiungendo il 9,2% nella provincia di Pavia.

La Lista Nazionale di Mussolini, nella quale, oltre alle camicie nere, figuravano liberali, ex popolari e altri fiancheggiatori, conquistò invece il 60,09% dei suffragi, mentre la Lista Nazionale bis, espressione di settori fascisti più intransigenti, raccolse un ulteriore 4,85%.

Tre liste, tre diverse espressioni di un universo politico tutt’altro che omogeneo, nel quale convivevano ambizioni, interessi e visioni differenti, talvolta inconciliabili, riuscirono ugualmente a raccogliere oltre il 65% dei voti ufficialmente registrati, ossia più di due volte e mezzo la soglia del 25% dei consensi fissata dalla legge Acerbo per ottenere il noto premio di maggioranza. Segno, questo, che il fascismo dei primi anni godeva di un consenso popolare ben più ampio di quello che ci è stato tramandato attraverso i racconti di dissidenza o pentimento.

Si noti, infatti, che il partito del compianto Giacomo Matteotti, il Partito Socialista Unitario, quello che denunciò i brogli, non riuscì a raggiungere neppure il 6%, attestandosi al 5,90%, appena 1,05 punti percentuali sopra la Lista Nazionale bis.

Un risultato, quello fascista nel suo complesso, che va ben oltre la polemica sui brogli, non fosse altro perché la soglia del 25%, fissata dagli stessi fascisti attraverso la legge Acerbo, fu superata enormemente.

Ed è precisamente questo il punto che molti osservatori sembrano non voler comprendere quando giudicano Futuro Nazionale soltanto attraverso le intemperanze dei suoi esponenti o l’ostilità che oggi incontra negli altri partiti del centrodestra.

Le prime potrebbero essere progressivamente ricondotte a una disciplina politica dal suo stesso leader; la seconda potrebbe attenuarsi, fino a trasformarsi in disponibilità all’accordo, qualora i rapporti di forza elettorali e parlamentari rendessero conveniente un’intesa.

Perché in politica non contano soltanto le affinità dichiarate, ma anche, e soprattutto, i rapporti di forza.

Ebbene, come nel 1924 accorsero sul carro dei vincitori liberali, nazionalisti e popolari, così il generale Vannacci, a oggi ostracizzato da tutto il centrodestra, potrebbe correre alle prossime elezioni con una propria coalizione, composta non soltanto da partiti di destra, come Indipendenza, la formazione di Alemanno che sicuramente correrà in appoggio ai futuristi, ma anche da una nuova forza politica promossa da Fabrizio Corona.

Il Re dei Paparazzi, infatti, il 2 ottobre, intervenendo al Bagno Biondetti-Vienna Luce, in località Focette, a Marina di Pietrasanta, in Versilia, ha prima parlato con il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni e successivamente ha avuto un colloquio di circa mezz’ora con il generale, durante il quale si è proposto a quest’ultimo come una sorta di Musk italiano, capace di mettere in piedi una forza liberale tale da sostituire Forza Italia.

A sua volta, Vannacci ha risposto: «Pensiamoci, pensateci», senza formalizzare nulla. Tuttavia, accettando l’invito a Falsissimo e i suggerimenti di Corona su come comunicare, sembra aver avallato questa mia supposizione, che a questo punto può essere considerata una certezza.

Subito dopo questo incontro, molti sono stati i malumori all’interno di Futuro Nazionale, ma se il generale ha accettato la mano tesa da Corona è perché sa fare i conti, e non certo per il personaggio in sé, che è certamente quanto di più lontano dai valori e dal mondo di Vannacci.

Ma veniamo alla matematica dura e pura.

La Gruber, con il suo Otto e Mezzo, fa circa due milioni di telespettatori, mentre Quarta Repubblica, il talk politico di Porro, con sponsor, studio televisivo Mediaset, ospiti di livello, trucco e parrucco, fa poco più di un milione di telespettatori. Piazzapulita, dell’ormai collaudato Formigli, su La7, fa appena 770 mila spettatori. Bruno Vespa, con il suo Porta a Porta, che per anni è stato considerato la terza Camera della nostra Repubblica, fa a malapena mezzo milione di italiani. Peggio ancora va ad Accordi & Disaccordi, di Peter Gomez e Luca Sommi, che neanche arriva al mezzo milione, fermandosi a 452.000 telespettatori.

E poi, a scendere, troviamo Agorà, L’Aria che tira, Omnibus e Coffee Break, che oscillano dai 220 mila ai 150 mila telespettatori.

Insomma, interi palinsesti occupati 24 ore su 24 per bruciare pubblicità, visto che dei perfetti sconosciuti come Robby Giusti e Alice Campagna fanno numeri paragonabili a quelli di Omnibus, pur non avendo i mezzi di Cairo.

Ma, detto questo, sapete invece quanto fa Corona con il suo Falsissimo?

Oltre 1,1 milioni di iscritti, con puntate capaci di raggiungere anche 5–6 milioni di visualizzazioni e un canale YouTube che, a oggi, ha fatto registrare 50,8 milioni di visualizzazioni complessive.

E questo facendo tutto da solo!

Croce e delizia dei cosiddetti professionisti dell’informazione, che proprio per questo vedono come fumo negli occhi ogni manifestazione autonoma di pensiero attraverso il web, perché sentono che il quarto potere non è più nelle loro mani, ma in quelle di cattivi maestri come Fabrizio Corona, che di informazione e comunicazione forse ne capisce più del defunto Silvio Berlusconi.

E ha anche il pregio di avere un pubblico composto per il 60% da donne, con una quota del 36% di persone al di sotto dei 30 anni, mentre l’elettorato di Vannacci, secondo una delle rilevazioni considerate, è formato soltanto per il 18% da cittadini con meno di 40 anni e per appena il 25% da donne.

Dunque, il Re dei Paparazzi, con la sua azione, potrebbe realmente portare in dote al generale circa un milione di voti provenienti dai suoi cinque milioni di seguaci, pari a circa il 3,6% dei voti validi espressi alle ultime elezioni politiche, proprio in quella fascia di elettorato nella quale Vannacci risulta meno rappresentato: le donne e i giovani.

Ma c’è un’altra questione, forse ancora più importante, che quanti danno il generale per politicamente spacciato sembrano non aver preso minimamente in considerazione: la nuova legge elettorale, il cosiddetto Melonellum, approvata definitivamente l’8 ottobre e promulgata il giorno successivo.

La legge, infatti, prevede un premio di governabilità per la lista o la coalizione più votata, purché raggiunga almeno il 42% dei voti validi tanto alla Camera quanto al Senato. Se nessuno dovesse raggiungere questa soglia, la ripartizione dei seggi avverrebbe con criterio proporzionale.

Ed è proprio qui che una coalizione autonoma di Vannacci potrebbe diventare determinante.

Poniamo il caso che, alle prossime elezioni, né il centrodestra né il campo largo riescano a raggiungere quel fatidico 42%. A quel punto, in assenza di una maggioranza parlamentare autosufficiente, si aprirebbe inevitabilmente la partita per la formazione di un governo di coalizione.

Ebbene, il generale potrebbe ritrovarsi nella condizione di poter trattare non soltanto con l’intero centrodestra, ma anche con alcune delle sue singole componenti. E se Forza Italia o Noi Moderati dovessero rifiutarsi di governare insieme a Futuro Nazionale, ciò non significherebbe necessariamente che ogni possibilità di accordo sarebbe preclusa. Tutto dipenderebbe, naturalmente, dal numero di parlamentari eletti e dalla possibilità di raggiungere la maggioranza in entrambe le Camere.

Insomma, Vannacci potrebbe non aver bisogno di vincere le elezioni per diventare indispensabile a chi volesse governare.

Ma il paradosso più interessante sarebbe un altro: una legge elettorale concepita per garantire la governabilità potrebbe finire, qualora nessuno raggiungesse la soglia prevista per il premio, per attribuire proprio al generale quel potere contrattuale che oggi molti sembrano volergli negare.

E non finisce qui.

Perché cosa accadrebbe se una parte dell’attuale centrodestra, pur di non sedersi al tavolo con Vannacci, preferisse addirittura accordarsi con il campo largo?

Si potrebbe assistere alla nascita di un governo sostenuto da forze politiche che, durante la campagna elettorale, si erano presentate agli italiani come avversarie. E il generale, rimasto all’opposizione, avrebbe a quel punto un argomento politico formidabile da utilizzare contro coloro che, pur di escluderlo, avessero scelto di governare con gli avversari di sempre.

È uno scenario che potrebbe consentirgli di intercettare ulteriori consensi tra gli elettori del centrodestra delusi da un simile accordo, trasformando quella che oggi viene descritta come una marginalizzazione politica in una nuova occasione di crescita.

Naturalmente, nessuno può sapere in anticipo come reagirebbero gli elettori. Ma sarebbe quantomeno azzardato escludere che un governo di larghe intese, nato anche per tenere fuori Vannacci, possa finire per rafforzare proprio colui che si voleva isolare.

Ecco perché ritengo che il problema non sia soltanto quanti voti riuscirà a conquistare Futuro Nazionale alle prossime elezioni, ma soprattutto quale peso potranno avere quei voti nella formazione del governo e, successivamente, negli equilibri politici del Paese.

Riguardo, poi, alle intemperanze di quest’ultimo e di molti dei suoi attuali sodali, sono convinto che, come è stato per il fascismo prima, per il Movimento 5 Stelle poi, così come per ogni altra forza politica degna di questo nome, anche questa volta il proprio leader sarà in grado di ricondurre tutto alla normalità.

D’altronde, se così non fosse e avessero voluto fermare Vannacci con qualche cavillo burocratico o con qualche scusa, nell’arco di questi ultimi anni le occasioni non sarebbero certo mancate: ce ne sarebbero state a bizzeffe. Ma così non è stato, perché evidentemente così doveva e deve andare, con buona pace di chi ancora crede alle favole dei ridimensionamenti che, almeno per ora, sono ben lungi dal realizzarsi.

Lorenzo Valloreja

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