IL COMUNE DI VARESE TENTA DI CANCELLARE LA MEMORIA DELL’EROE DI GUERRA PLURIDECORATO ANCHE CON ORO ALLA MEMORIA PADRE REGINALDO GIULIANI SOSTITUENDOGLI ALLA TITOLAZIONE DI UNA VIA GINO STRADA
Apprendiamo che qualche giorno fa il Comune di Varese ha cancellato l’intitolazione di una via al domenicano ed eroe di guerra Padre Reginaldo Giuliani, sostituendola con quella al medico e fondatore di Emergency Gino Strada.
L’intento chiaramente bellaciao del Comune varesino (iniziativa che qualche membro dell’opposizione si ripropone di cancellare se vi sarà un cambio di indirizzo politico locale) ha riacceso i riflettori su una figura affascinante nella sua ibrida eroicità cristiana e militare quanto indubbiamente inattuale per i tempi.
Egli fu scomodo per la Chiesa sempre più penetrata sebbene allora in modo solo “carbonaro” e sotterraneo dal modernismo democraticista nonostante quel Concordato lateranense che comprensibilmente mandò Padre Reginaldo al settimo cielo proverbiale; ma anche per il fascismo dove la polemica contro “ i preti” non venne mai meno fino all’ultimo pur comprendendo sempre più, e anche con sincerità almeno dello stesso Mussolini, che la cattolicità era non solo funzionale al regime ma anche parte essenziale e preziosa del retaggio italiano.
Non vi fu comunque, forse, cattolico consacrato più fascista, e fascista più cristiano di quell’ Andrea Giuliani al secolo, futuro padre Reginaldo Giuliani che a Torino nel 1887 vide la luce. Ben presto conscio della sua vocazione, nel 1904 intraprese il noviziato domenicano a Chieri come fra Reginaldo, e nel 1911 l’arcivescovo di Torino lo ordinò sacerdote dopo gli opportuni studi.
L’intervento italiano nel conflitto mondiale lo colse presso il convento di Trino Vercellese ove si distingueva per statura intellettuale e una fervente (per qualcuno “violenta”) attività predicatoria nazionalista, interventista e antisocialista.
Tenente cappellano nel 1916 si guadagnò una medaglia di bronzo sull’ Isonzo, ma l’esperienza che ancora più lo segnò fu l’assegnazione alla III armata quale cappellano degli Arditi, che ricorderà con toni degni della migliore, e più cristallina memorialistica di guerra, nei suoi scritti, sempre congiunta a una profonda spiritualità che si rallegrava pur fra tanto orrore bellico, di riuscire a diffondere Fede e consolazione.
Egi fu capace persino di dirigere un Rosario fra gli uomini in trincea. E prima che la guerra finisca, come Ardito, verrà fregiato di ulteriore medaglia di bronzo e di una d’argento. Questa ultima negli ultimi giorni di ostilità, circostanza nella quale riuscì addirittura, unico ufficiale non caduto, ad assumere con professionalità il comando di una unità.
Questa la motivazione: “ Giunto al Reparto
immediatamente dopo aver partecipato ad un’azione su di un altro tratto della
fronte prendeva parte con inesauribile lena a un nuovo combattimento incuorando
e incitando le truppe nei più gravi momenti. Nelle soste della lotta anziché concedersi
riposo, pietosamente si dava alla ricerca dei feriti e prestava loro
amorevolmente assistenza e conforto. In una critica circostanza essendo un
ragguardevole tratto della fronte rimasto, a causa delle forti perdite, privo
di ufficiali, volontariamente ne assumeva il comando disimpegnando le relative
mansioni con vigorosa energia e mirabile arditezza»
— Romanziol, 30 ottobre 1918[8]
“.
Il capitano cappellano Padre Reginaldo, che non aveva disdegnato l’assistenza spirituale degli squadristi cattolici della Fiamma bianca, come tanti fascisti e nazionalisti, si recò a Fiume nonostante l’impronta nettamente laica (ma non ateistica) della Reggenza dannunziana. Sembra che partecipò alla benedizione del pugnale donato al grande Pescarese dalle donne fiumane. Il Comandante-Vate fu conquistato dalla personalità del frate, e un improbabile quanto fantastico duo col religioso fu evitato solo dall’ ordine dei suoi superiori di tornare al convento di Trino; ordine al quale ovviamente, con spirito tanto militare quanto di disciplina ecclesiastica, Giuliani ottemperò.
Come già accennato, la sua fatica letteraria (fra tante, più nettamente spirituali e teologiche) dal titolo Gli Arditi: breve storia dei reparti d’assalto della Terza armata è una ottima testimonianza di storia militare. Padre Reginaldo si iscrisse ai Fasci di combattimento ben prima che al Partito nazionale fascista, potendosi quindi a tutti gli effetti dire fascista della prima ora. Trascorrerà gli anni del regime fra cattedre, anche di università, e la mai dismessa attività di cappellano militare, ormai della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale detta Camicie nere.
Tra il 1928 e il 1930 però, fu nelle Americhe a svolgere il ministero di predicatore.
Nel 1934 ad Asti, diresse l’intronizzazione di un Crocifisso miracoloso che avrebbe emesso sangue. La folla dei fedeli desiderosi di confessarsi presso di lui o almeno i suoi confratelli fu tale da avere eco anche fuori dall’ Italia.
Nel 1935 partì per la guerra contro l’Etiopia in adempimento dei suoi doveri di cappellano-camicia nera.
Ivi, in un momento non facile della campagna, sarebbe eroicamente (sia nel senso militare che in quello cristiano) caduto nella battaglia del Trembien in località Mai Beles.

Questa la motivazione della medaglia d’oro alla memoria: “
Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze
soverchianti, si prodigava nell’assistenza dei feriti e nel ricupero dei
caduti. Di fronte all’incalzare del nemico alimentava con la parola e con
l’esempio l’ardore delle camicie nere gridando: «Dobbiamo vincere, il Duce
vuole così». Chinato su di un caduto mentre ne assicurava l’anima a Dio, veniva
gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico
ardimento all’azione per impedire al nemico di gettarsi sui moribondi, alto
agitando un piccolo crocifisso di legno. Un colpo di scimitarra, da barbara
mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un
apostolo, dando inizio a quella di un martire.»
— Mai Beles, 21 gennaio 1936[7][
I duecento grammi o qualcosa del genere, delle sue quattro medaglie al valore compresa quella somma alla memoria varranno sempre, per ogni italiano amante della patria e devoto al sacrificio di chi lo ha preceduto, più di qualunque pesante lapide toponomastica che il Comune di Varese ha destinato a una discarica per sostituirla con quella di una icona del globalismo bellaciao e bergogliano.
A. Martino













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