SE I CADUTI DI EL ALAMEIN AVESSERO POTUTO SOLO IMMAGINARE CHE LE LORO TRINCERAZIONI, OGGI, SAREBBERO DIVENTATE DEI CENTRI COMMERCIALI, PIUTTOSTO CHE DEI RISTORANTI, CREDO CHE NON AVREBBERO MAI COMBATTUTO COME INVECE FECERO!

Nell’autunno del 2004 ero in viaggio in Egitto, così, da buon Paracadutista della Folgore, dopo aver visitato le città de Il Cairo ed Alessandria, prima di ripartire per l’Italia, mi decisi ad andare ad El Alamein per andare a rendere omaggio a tutti i caduti tumulati presso il Sacrario Militare Italiano.

Ricordo di aver noleggiato per l’occasione un Taxi ad Alessandria d’Egitto, una vecchia Fiat 131, guidato in maniera spericolata da un autista che, “sfrecciava” a tutto gas tra case e vicoli, incurante, in maniera disumana, dei bambini e degli animali che puntualmente gli si palesavano davanti, ma che, fortunatamente, per volontà divina o per sua capacità, non investiva.

Percorremmo verso Ovest la strada litoranea per più di 100km.

Il mezzo, per quanto era instabile, sembrava che, da un momento all’altro, dovesse decollare ed invece impiegammo quasi un’ora e mezza per arrivare a destinazione.

Durante il viaggio, guardando fuori dai finestrini, rimasi impressionato dal panorama che mi si palesava dinnanzi agli occhi.

Alla mia destra, a circa un chilometro di distanza in linea d’aria, vedevo il Mar Mediterraneo e, tra la linea blu della costa ed il ciglio di quel interminabile nastro d’asfalto, scorgevo una miriade di case in costruzione: Ville, Villette, Bungalow.

Era una vera e propria megalopoli che mi si palesava d’innanzi, chilometri e chilometri di costruzioni, tutte con il tetto finito, le mura perfettamente tamponate, la recinzione in calcestruzzo intonacato, ma senza infissi montati né cancelli installati, quindi abitazioni per il momento ancora disabitate ma che, in un futuro non ben definito, avrebbero potuto tranquillamente ospitare centinaia di migliaia di persone, se non milioni.

Il tutto faceva gran contrasto con ciò che scorgevo alla mia sinistra: sabbia e pietre, una lunga, indistinta, interminabile, rovente striscia gialla.

A circa 20 km dalla meta ricordo che il paesaggio di colpo cambiò radicalmente: le case terminarono ed il giallo della sabbia e del deserto si unirono in un tutt’uno con il mare.

Solo allora iniziai a comprendere cosa potevano provare i militari italiani impegnati, dal luglio al novembre del 1942, lungo una linea che andava per 50 km di profondità dal mare fino alla depressione di El Qattara, nel tentativo di raggiungere il Canale di Suez.

Se, a 2 km dalla costa, è il nulla che troneggia, immaginate cosa doveva essere in pieno deserto, dentro una buca, ad attendere i carri inglesi.

Solo la forza di volontà, l’abnegazione, ed un ideale, per quanto discutibile o meno, permisero di scrivere quelle pagine gloriose che dimostrarono, al mondo intero, di che cosa era capace il soldato italiano.

Consapevole di ciò, appena arrivato dentro la torre ottagonale, che, dall’alto dei suoi 30 metri, custodisce i resti di 4634 eroi, un nodo mi prese alla gola e d’innanzi alla scritta “QUESTE PARESTI CUSTODICONO MILLETRECENTO CADUTI IGNOTI A NOI – NOTI A DIO” mi ricordo che mi sciolsi in un pianto lungo e disperato tanto che il custode dell’epoca, il buon Abd El Rasoul Aghila, chiese al mio accompagnatore se avessi lì, sepolto, un parente, un nonno, uno zio.

Invece no, su quel fronte proprio non avevo consanguinei da piangere, ma tanta fu l’emozione che mi ripresi solo dopo una decina di minuti.

Questo crollo psicologico forse è avvenuto perché chi muore da eroe, a 20 anni, resta per sempre giovane, o forse perché conoscevo le loro storie ed i loro ideali, comunque, sta di fatto che, nonostante l’enorme differenza generazionale, mi sentivo e mi sento tutt’ora sinceramente e profondamente legato a questi miei “fratelli” maggiori e come me tanti in Italia nutrono gli stessi sentimenti, anche tra chi, ad esempio, non condivideva e continua a non condividere, le idee che portarono tanti giovani a morire tra il sole accecante e la sete delirante.

Tanto fu la comune ammirazione per questi eroi che, non solo i nemici di allora, gli inglesi, ne riconobbero l’indiscusso valore, quanto, anche gli avversari ideologici del dopoguerra né celebrarono il ricordo.

Fu così, che nel 1948, il reduce Paolo Caccia Dominioni – già Maggiore Comandante del 31º Battaglione Guastatori del Genio Militare impiegato proprio ad El Alamein – fu incaricato dal Governo italiano di redigere una relazione sullo stato del nostro cimitero di guerra  presente, fin dal 1943,  a “Quota 33” a cui seguì presto l’incarico di risistemazione.

Ebbe così inizio una missione di recupero che durò circa quattordici anni, spesi in gran parte nel deserto, alla ricerca delle salme dei caduti e dei loro miseri resti.

L’opera realizzata dall’Architetto Dominioni è meravigliosa e straziante al tempo stesso ed aumenta, con la propria fattura, la già percepita sacralità del luogo.

L’Italia nel 2008, grazie al Governo Berlusconi, ottenne dall’allora Presidente Egiziano Mubarak la promessa ad impegnarsi affinché il territorio del sacrario militare in questione divenisse suolo italiano.

A seguito di questa notizia molte furono le iniziative nate per tutelare il patrimonio storico di quel Campo di Battaglia, e tra queste non possiamo non citare il “Progetto El Alamein” nato come attività di ricerca istituzionale dell’Università degli Studi di Padova su iniziativa dei soci fondatori della Società Italiana di Geografia e Geologia Militare (S.I.G.G.Mi.).

Scopo principale del Progetto era la salvaguardia dell’omonimo campo di battaglia mediante l’individuazione, la mappatura ed il ripristino dei siti della linea del fronte, teatro del ciclo di combattimenti culminato con l’ultima Battaglia grande.

Tuttavia, a seguito della Primavera Araba del 2011 e delle dimissioni di Hosni Mubarak, la questione rimase sospesa e la Torre Ottagonale, con le proprie pertinenze, rimane ancora oggi solo in comodato d’uso all’Italia e non in proprietà.

Poi, come se non bastasse, la megalopoli da me vista circa vent’anni fa, che si fermava grossomodo a 20 km dalle vecchie linee di trincea, oggi si è espansa a tal punto da prevedere di sommergere, come una marea iconoclasta, con un’autostrada ad otto corsie, buona parte delle 30mila, buche, trincee e camminamenti, scavate dai nostri soldati.

Un vero e proprio scempio che, anche in questo caso, funge da cartina di tornasole per farci comprendere quanta sovranità abbiamo ceduto in tutti questi anni e in conseguenza di ciò, quanta credibilità abbiamo perso in ambito internazionale.

La Folgore dunque e El Alamein nello specifico, tornano prepotentemente, con questa prova, a marcare un discrimine tra coloro che vogliono amare la Patria e chi invece, altamente se ne infischia.

Noi de l’Ortis siamo per la sacralità e l’inviolabilità, di El Alamein e voi con chi siete?

Lorenzo Valloreja

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