LORENZO VALLOREJA (LEGA ABRUZZO): «DAZI USA, L’ITALIA CHIEDA UNA DEROGA E DIFENDA I PROPRI INTERESSI»
Il responsabile regionale per l’Abruzzo del Dipartimento Esteri della Lega, Lorenzo Valloreja, ha rilasciato la seguente dichiarazione in merito alle polemiche sorte a seguito della notizia secondo cui gli Stati Uniti intenderebbero applicare dazi del 30% sui prodotti provenienti dai Paesi dell’Unione Europea:
«Quando il sottosegretario Claudio Durigon afferma che “Ci troviamo in questa situazione per colpa dell’Europa. Di questa Unione guidata da Ursula von der Leyen, a completa trazione tedesca”, non dice un’eresia, ma esprime un concetto assolutamente vero.
A tal riguardo, voglio sommessamente far notare che la Gran Bretagna, essendo fuori dall’Unione grazie alla Brexit, ha potuto raggiungere un accordo con il Tycoon in cui gli aerei e i componenti aerospaziali britannici risultano completamente esentati, così come l’acciaio e l’alluminio. Per tutti gli altri beni, invece, si applicherà un dazio base del 10%, ovvero meno della metà rispetto al 27,5% preventivato lo scorso maggio.
Allo stesso modo, il Presidente Trump ha sottoscritto un accordo bilaterale persino con il suo storico rivale, la Cina, fissando dazi complessivi pari al 30% (20% per motivazioni antidroga legate al fentanyl, più un 10% di dazi reciproci).
Non si comprende, dunque, perché l’Italia — Paese fondatore dell’UE, con quasi 60 milioni di abitanti, terza economia dell’Unione per PIL nominale e seconda potenza manifatturiera del continente — non possa, o non debba, chiedere una deroga alla Commissione Europea per trattare autonomamente in difesa dei propri interessi nazionali.
D’altronde, l’Ungheria del nostro amico Viktor Orbán — Paese che conta meno di 10 milioni di abitanti e con un PIL paragonabile a quello dell’Emilia-Romagna — è riuscita, con grande abilità, per tutta la durata del conflitto in Ucraina, a ottenere deroghe su sanzioni e forniture energetiche. E non lo ha fatto imbrogliando i partner europei, ma semplicemente usando la ragione più dell’ideologia.
Un altro grande dramma di questa vicenda, e di cui nessuno vuole parlare, riguarda le perdite subite dall’Italia a causa delle sanzioni contro la Russia: nel 2011 esportavamo oltre 11 miliardi di euro di beni verso Mosca; oggi a malapena 3.
Sempre per effetto delle nostre sanzioni autolesionistiche, il Cremlino ha adottato contromisure drastiche: dazi del 20% sul valore doganale per i vini italiani (con un minimo di 1,5 USD per litro), oltre al divieto totale di importazione per molti prodotti alimentari, tra cui Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, San Daniele, salumi, carne e frutta.
Molte aziende del settore agroalimentare hanno subito — e subiscono tuttora — gravi danni da queste politiche russofobiche, ma si è taciuto, nella falsa speranza di poter contare per sempre su un unico grande partner commerciale: gli Stati Uniti. Come se l’economia fosse un accidente cristallizzabile e i dati scolpiti nella roccia, immutabili ed eterni. Ma non è così.
Basti pensare al caso dell’Argentina che, restando neutrale durante i due conflitti mondiali, divenne il principale fornitore di carne dei Paesi belligeranti, arrivando a coprire tra il 30 e il 35% dell’export mondiale di carne bovina. Tuttavia, a metà del secolo scorso, il ciclo positivo finì — anche a causa della modernizzazione agricola del blocco occidentale — e l’Argentina sprofondò in una lunga crisi economica.
Allo stesso modo, l’internazionalizzazione dei vini italiani — grazie all’introduzione delle DOC, DOCG, IGP/IGT tra gli anni ’70 e i primi 2000, nonché alla DOP per il Parmigiano Reggiano negli anni ’90 — ha condotto il settore agroalimentare a una fase di piena maturità, oggi esposta al rischio di crisi strutturale se non si individuano nuove strategie.
Il fenomeno dell’“Italian sounding” e la saturazione dei mercati — complici anche i nuovi, agguerriti competitor internazionali — aggravano ulteriormente lo scenario. I dazi di Trump, se confermati al 30%, o addirittura inaspriti — perché i dazi, parafrasando von Clausewitz, sono la continuazione della politica con altri mezzi — rischiano di distruggere improvvisamente un intero sistema economico.
Solo l’Abruzzo, tra vino, prodotti da forno, formaggi e olio, esporta all’estero beni per circa 606 milioni di euro. Di questi, il 20%, ovvero 125 milioni, proviene dal mercato statunitense. Con un embargo al 30% — perché di questo si tratterebbe — molte aziende abruzzesi potrebbero trovarsi costrette a chiudere.
Dunque, che fare?
Le opzioni sarebbero tre:
- Usare la stessa forza impiegata dagli Stati Uniti applicando dazi del 30% sui beni e servizi provenienti dagli USA. Ma ciò significherebbe un suicidio economico, poiché attualmente gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale dell’UE. E attendere che il mandato di Trump termini, ammesso e non concesso che il successore cambi strategia, equivarrebbe a far fallire il Vecchio Continente dieci volte di fila.
- Riaprirsi alla Russia e trovare nuovi mercati.
- Usare tutto il proprio peso all’interno dell’Unione per ottenere una deroga che consenta di trattare autonomamente.
Esclusa la prima ipotesi per manifesta follia, la seconda e la terza opzione dovrebbero procedere di pari passo con l’abbandono della strategia fin qui perseguita: quella di trattare tutti insieme sotto il cappello della von der Leyen, rimanendo ancora una volta ostaggi della Francia e della Germania».
A. Martino













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