DALL’UCRAINA ALLE PERIFERIE DI MILANO, DAL RIARMO ALLA CRISI DEI VALORI: L’ITALIA DEVE TORNARE A INTERROGARSI SUL PROPRIO FUTURO

C’è un filo conduttore che lega la guerra in Ucraina alle periferie di Milano, le politiche di riarmo dell’Unione Europea alla crisi della sanità pubblica, il disagio giovanile alla progressiva scomparsa dei valori culturali e spirituali della nostra società. È il rapporto, sempre più problematico, tra le scelte della politica e le conseguenze che quelle stesse scelte producono sulla vita quotidiana dei cittadini.

Di questo ho avuto modo di discutere lunedì 19 ottobre 2026, durante la trasmissione «Notizie Oggi» di Canale Italia, ospite di Massimo Martile. Un confronto nel quale ho cercato di mettere in relazione fenomeni apparentemente distanti, ma che, a mio giudizio, rappresentano manifestazioni differenti di una medesima crisi politica, economica, sociale e culturale.

L’EUROPA SI RIARMA, MA CHI PAGHERÀ IL CONTO?

Il primo interrogativo riguarda il futuro del continente europeo e le conseguenze delle scelte compiute nei confronti della Russia.

Da anni assistiamo a un progressivo deterioramento dei rapporti diplomatici tra Mosca e le capitali occidentali. Il conflitto in Ucraina ha accelerato questo processo, mentre l’Europa sembra avere individuato nel riarmo una delle proprie principali priorità.

Durante la trasmissione ho sostenuto la necessità di recuperare una dimensione diplomatica autentica, capace di mantenere aperto il dialogo anche con gli interlocutori più difficili. La diplomazia, del resto, non consiste nel parlare soltanto con coloro con i quali si è già d’accordo.

Ho inoltre espresso forti perplessità sulla rappresentazione di una Russia pronta a occupare militarmente l’intero continente europeo. Si tratta, naturalmente, di una mia valutazione strategica, fondata soprattutto sulle difficoltà demografiche e logistiche che un’eventuale occupazione comporterebbe, e non di una negazione dei rischi connessi alla guerra.

Il punto centrale, tuttavia, è un altro: quanto costerà ai cittadini europei questa nuova stagione di investimenti militari?

Nel corso del dibattito ho richiamato il programma europeo SAFE, che prevede finanziamenti destinati alla difesa attraverso prestiti da restituire nel lungo periodo.

Non stiamo parlando di risorse regalate, ma di impegni finanziari che peseranno anche sui bilanci futuri.

Ed è qui che sorge la domanda fondamentale: quando aumentano le spese militari, quali altre priorità rischiano di essere sacrificate?

«La coperta è corta: tagliamo sulla scuola, tagliamo sulla sanità».

Una considerazione che non intende negare l’importanza della sicurezza nazionale, ma richiamare l’attenzione sulla necessità di valutare attentamente le conseguenze economiche e sociali di ogni decisione.

GAS RUSSO, COSTI ENERGETICI E FUTURO DELLA SANITÀ PUBBLICA

Il ragionamento si è poi esteso alla questione energetica.

L’Italia ha costruito per decenni una parte significativa del proprio sistema di approvvigionamento sul gas proveniente dalla Russia. Le tensioni geopolitiche e le scelte successive all’invasione dell’Ucraina hanno profondamente modificato questo equilibrio.

Nel mio intervento ho richiamato anche l’esistenza delle infrastrutture attraverso le quali il gas russo è storicamente arrivato nel nostro Paese, interrogandomi sulle conseguenze economiche dell’allontanamento da quella fonte di approvvigionamento.

La diversificazione energetica può certamente rispondere a esigenze strategiche. Ma non possiamo ignorare il peso che i costi dell’energia esercitano sulle famiglie e sulle imprese.

A questa questione se ne aggiunge un’altra, per molti versi ancora più delicata: il futuro della sanità pubblica.

Ho espresso il timore che, nel lungo periodo, il nostro sistema sanitario possa scivolare verso un modello sempre più dipendente dalle assicurazioni private e dalla capacità economica dei singoli cittadini.

La sanità italiana presenta indubbiamente numerosi problemi, dalle liste d’attesa alle carenze organizzative. Eppure, il principio secondo il quale una persona deve poter ricevere cure essenziali indipendentemente dal proprio patrimonio rimane una conquista civile che non possiamo permetterci di sottovalutare.

La domanda è semplice: vogliamo un’Europa capace di difendersi militarmente, ma incapace di garantire ai propri cittadini il diritto alla salute?

MILANO, LE PERIFERIE E IL FALLIMENTO DELLE POLITICHE DI INTEGRAZIONE

Un altro tema affrontato durante la trasmissione è stato quello delle violenze verificatesi a Milano.

Le immagini delle devastazioni, dei saccheggi e degli scontri hanno riportato al centro del dibattito il problema del disagio giovanile e delle periferie urbane.

Ho sostenuto che non sia sufficiente liquidare questi episodi come semplici manifestazioni di criminalità, pur ribadendo la necessità di perseguire chi commette reati.

Occorre domandarsi quali condizioni sociali, culturali ed educative favoriscano determinati comportamenti.

Nel corso dell’intervento ho espresso una valutazione fortemente critica delle politiche di integrazione adottate negli ultimi decenni, con particolare riferimento alle difficoltà che interessano alcune realtà delle seconde e terze generazioni.

Non si tratta di attribuire responsabilità collettive sulla base dell’origine familiare, ma di interrogarsi sull’efficacia delle politiche pubbliche, sul ruolo della scuola, sulla presenza dello Stato e sulla capacità di costruire un’autentica appartenenza alla comunità nazionale.

L’integrazione non può ridursi a una formula burocratica. Richiede opportunità concrete, rispetto reciproco, conoscenza delle regole e condivisione dei principi fondamentali della convivenza civile.

Le periferie non possono essere ricordate soltanto quando diventano teatro di disordini.

GIOVANI, SOCIAL NETWORK E CULTO DEL DENARO

Da docente, oltre che da osservatore della realtà politica, ho voluto soffermarmi sul rapporto tra le nuove generazioni e i modelli culturali contemporanei.

Durante le immagini delle violenze milanesi, mi ha colpito la presenza di ragazzi intenti a filmare con il telefonino quanto stava accadendo, talvolta con atteggiamenti che sembravano trasformare la devastazione in uno spettacolo.

I social network rappresentano strumenti straordinari di comunicazione, ma possono diventare anche veicoli di emulazione e ricerca ossessiva della visibilità.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia.

Riguarda i modelli di successo che la nostra società propone quotidianamente: automobili di lusso, abiti firmati, ricchezza ostentata, popolarità misurata attraverso visualizzazioni e approvazione digitale.

Il possesso di un oggetto costoso finisce così per diventare, nell’immaginario di alcuni ragazzi, una misura del valore personale.

Ma sarebbe ingiusto descrivere un’intera generazione attraverso questi comportamenti.

Nella mia esperienza scolastica incontro anche giovani seri, generosi, capaci di sacrificarsi per lo studio e per il proprio futuro.

Il vero problema è comprendere quali esempi gli adulti siano ancora in grado di offrire.

Prima di accusare i nostri figli di essere materialisti, dovremmo domandarci quale idea di felicità e di successo abbiamo trasmesso loro.

UNA SOCIETÀ CHE HA SMARRITO LE PROPRIE RADICI

Da questa riflessione nasce un altro tema affrontato durante il confronto televisivo: la progressiva perdita della dimensione spirituale.

Non mi riferisco esclusivamente alla pratica religiosa, ma a quel patrimonio di tradizioni, memoria, cultura e interrogativi esistenziali che per secoli ha contribuito a formare l’identità delle nostre comunità.

Ho ricordato, per esempio, la consuetudine di recarsi al cimitero in occasione della commemorazione dei defunti, il primo e il due novembre: un gesto che rappresentava non soltanto un momento religioso, ma anche un’occasione per trasmettere ai più giovani il rispetto della memoria familiare.

Oggi molte di queste tradizioni sembrano aver perso centralità.

Durante la trasmissione ho richiamato anche la necessità di riscoprire il sacro e la dimensione spirituale dell’esistenza, indipendentemente dalle convinzioni personali di ciascuno.

«La nostra è diventata una società senza più spirito».

Una frase che sintetizza una preoccupazione più ampia: una comunità che smarrisce la propria memoria e rinuncia a interrogarsi sul significato dell’esistenza rischia di ridurre ogni aspirazione alla dimensione materiale.

E una società che considera il denaro l’unico parametro del successo difficilmente potrà insegnare ai giovani il valore della solidarietà, del sacrificio e della responsabilità.

LA LEVA MILITARE NON PUÒ SOSTITUIRE L’EDUCAZIONE

Infine, il dibattito ha toccato il tema della possibile reintroduzione del servizio militare obbligatorio.

Su questo argomento ho richiamato la mia esperienza personale di paracadutista di leva nella Brigata Folgore.

Il servizio militare ha rappresentato, per molte generazioni, un’esperienza importante di disciplina, convivenza e assunzione di responsabilità.

Tuttavia, ho sostenuto che sarebbe illusorio immaginare di risolvere attraverso la sola leva obbligatoria i problemi educativi della società contemporanea.

Prima ancora dell’addestramento militare, occorre ricostruire il senso del dovere, il rispetto delle regole e la consapevolezza delle responsabilità individuali.

Sono valori che dovrebbero essere trasmessi innanzitutto dalla famiglia, dalla scuola e dall’intera comunità.

Nel corso del confronto ho sottolineato come molti ragazzi conoscano perfettamente i propri diritti, ma non sempre abbiano altrettanta consapevolezza dei doveri che accompagnano la vita in una società organizzata.

«Il problema è creare prima i valori».

Una divisa può rafforzare un percorso educativo, ma difficilmente può sostituirlo.

IL FUTURO DELL’ITALIA DIPENDE ANCHE DALLE DOMANDE CHE ABBIAMO IL CORAGGIO DI PORCI

Dalla geopolitica alla scuola, dalla sanità alle periferie, il confronto televisivo ha messo in evidenza una questione che considero decisiva.

Non possiamo continuare ad affrontare ogni problema come se fosse isolato dagli altri.

Le decisioni economiche influenzano la qualità dei servizi pubblici. Le condizioni sociali incidono sulle opportunità dei giovani. I modelli culturali condizionano i comportamenti. E la progressiva perdita del senso di appartenenza rende più fragile la coesione delle nostre comunità.

La politica dovrebbe tornare a interrogarsi non soltanto su quanto spendere, ma soprattutto su quali obiettivi perseguire.

Allo stesso modo, gli adulti dovrebbero smettere di attribuire esclusivamente ai giovani le responsabilità di una crisi che coinvolge l’intera società.

Perché, in definitiva, il futuro dell’Italia non dipenderà soltanto dalla quantità di armi che acquisteremo, dall’energia che importeremo o dalle risorse che riusciremo a mobilitare.

Dipenderà anche dalla nostra capacità di ricostruire una comunità consapevole della propria storia, dei propri diritti, dei propri doveri e dei valori che intende trasmettere alle generazioni future.

Lorenzo Valloreja

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