INTERESSE DI PUBBLICO PER LA RICOSTRUZIONE DEL FATIDICO 25 LUGLIO 1943 IN TV DI STATO: FASCISMO E DINTORNI LETTI DAL MELONISMO.

Giorni fa, una “fiction” televisiva ha insperatamente rotto la monotonia sentimentale e politicamente corretta della serialità televisiva incentrata su quotidianità questurina e professionalità eroiche quanto irreali particolarmente alla moda (il professore progressista e amicone, il medico eroe, l’assistente sociale missionaria etc.).

Infatti, dal 29 al 31 gennaio Rai 1 ha trasmesso in tre serate “La lunga notte-La caduta del duce” dedicata alla maturazione e svolgimento dei fatidici 24 e 25 luglio, che videro una lunga riunione serale e notturna del Gran consiglio del fascismo culminata nella votazione dell’ o.d.g. del gerarca Dino Grandi (presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni) approvato in larga maggioranza. In tal modo, Benito Mussolini fu (consultivamente) sfiduciato almeno militarmente, e Vittorio Emanuele III ebbe il pretesto per indurre uno stanco e disorientato Duce, pagante duramente la sovravalutazione politica di sé stesso, a farsi genericamente da parte; in realtà, eseguendo un piano ben orchestrato molto italiano e poco regale, il duce fu caricato su una autoambulanza carica di carabinieri col pretesto della sua sicurezza e imprigionato. Un vero golpe orchestrato tra Vaticano, ingenui vertici fascisti credenti in una semplice demussolinizzazione del regime, l’immancabile massoneria strutturalmente distrutta da Mussolini ma non umanamente decapitata, e Casa Savoia.

Tralasciando il pedante esercizio storico di discernere il reale dal romanzesco, preso atto con sorpresa dell’interesse tra un pubblico anche giovanile, fatti i complimenti a interpreti vigorosi quali Alessio Boni-Dino Grandi e tralasciando di stigmatizzare la caricaturizzazione di Mussolini quanto la postribolare interpretazione di Clara “Claretta” Petacci, noto anche qui, un po’come nel film Comandante a livelli più militari e antropologici, una visione storica molto “meloniana”. Secondo questa, infatti, il PNF (Partito nazionale fascista) sarebbe stato un ibrido tra una ante litteram DC traffichina ma tutto sommato affidabile interprete degli interessi nazionali, e una specie di partito nazionalista incautamente caduto tra le maglie della Germania nazista.

Il fascismo quindi, sarebbe un qualcosa in cui pescare del buono (non si dice apertamente ma l’allusione pare quella), e il “mussolinismo” una sovrastruttura fanatica, filonazista, e bellicista. I pochi gerarchi fedelissimi del Duce sono tutti filotedeschi (sostanzialmente vero), estremisti e fanatici (io direi radicali), non disdegnanti metodi spicci.

Una classica lettura da “Destra-Destra” ma pur sempre “europea” e “democratica”: cioè, un sonoro colpo al “cerchio” (di una filosofia storica politicamente corretta) e uno assai più delicato alla “botte” di pezzi veramente identitari e dalle radici missine dell’elettorato di FdI, comunque da portare delicatamente e per mano nel mattatoio ideologico del neoliberalismo nichilista e della religione capitalista.

L’analisi del fallimento fascista come rivoluzione incompiuta dalla convivenza, risultata fatatale, con i vecchi centri di potere borghesi, economici e istituzionali, resta totalmente inespressa; eppure la narrazione non ha potuto non lasciarla suggeribile, con tutti quei principi, monsignori, generali, e uomini di apparato che si muovono come se il Regime, in fondo, non esistesse.

“La guerra disastrosa…”Certo: ma in fondo, sempre per i suddetti “poteri forti” tramatori e disfattisti essa doveva essere persa. Si è sicuri che da parte della principessa Maria José, di origine belga, non vi fosse del malanimo nei confronti dei tedeschi invasori e occupanti a Bruxelles?

Ne esce alla grande invece, Casa Savoia, con una coppia di principi ereditari innamorati (ma all’epoca, in realtà, già quasi separati di fatto) anche se Umberto appare assai meno intraprendente di Maria José per responsabilità militare e dinastica, intrigante costei al massimo tra monsignori “affascinanti” (chi, San Paolo VI? Mah…) e diplomatici stranieri. Sua Maestà, invece, biasima, esita, tratta Umberto come un ragazzino avventato e la moglie come una straniera intrigante, fa mille distinguo e puntualizzazioni, ma alla fine impallina Mussolini. E qui, nella sostanza, ci siamo. Quasi inquietante questo ritratto dinastico, affacciantesi al limite della piena affidabilità storica, precedente di pochi giorni la dipartita di Vittorio Emanuele “IV” che nella fiction corre nei giardini del Quirinale mentre gioca con le sorelle. Forse, l’attuale dirigenza governativa (Antonio Tajani si affacciò alla vita politica come monarchico) ha in serbo qualcosa per Casa Savoia (o per i Savoia-Aosta?).  

A. Martino        

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