ULTIME FOLLIE DELL’ESTABLISHMENT “OCCIDENTALE”: DALLA FRANCIA LA LEGGE CONTRO LA “DISCRIMINAZIONE PER I PROPRI CAPELLI”, E DA MILANO LA CONDANNA DI UNA STATUA RAFFIGURANTE UNA MADRE CHE ALLATTA.

Due fatti apparentemente slegati tra di loro ma in realtà assolutamente espressivi delle stesse logiche culturalmente ed intellettualmente malate: ovvero, certificanti che questo “Occidente” così orgoglioso delle proprie bombe verso i disobbedienti ai propri diktat geopolitici, non ha più alcuna radice culturale e spirituale, anzi più genericamente e laicamente, intellettuale.

Se il Pensiero Unico politicamente corretto, in quanto pensiero, ha pur sempre una sua qualche dignità (personalmente gliela nego, ma prendo atto che più di qualcuno gliela purtroppo attribuisca) e con i suoi divieti di parola ed espressione ammette pur sempre l’esistenza di una cultura diversa da abbattere, la sua degenerazione cancerosa maligna detta woke (in pieno spirito postmodernista secondo l’insegnamento filosofico duginiano) non si pone neanche come antitesi ma teorizza (che parola sprecata) semplicemente la Follia, il Nulla, l’Assurdo, lo Strano, l’Irrazionale radicale e contronaturale. Come in ogni manicomio (coerentemente abolito), alla fantasia non vi è limite

Alludo alla ridicola e cretina legge francese in via di approvazione sul “body shaming tricologico”, che non è una password per non so che piattaforma digitale, ma un anglo-grecismo stante a significare la criminale e vile fattispecie di…presa in giro o discriminazione (addirittura, ma quando mai?) di qualcuno o qualcuna (ovviamente e probabilmente, nel caso che sia una qualcuna penso che scatti un aggravio di pena) a causa della propria capigliatura.

E’ l’ultima follia di Oltralpe dopo l’aborto inserito nella Costituzione; però mentre in quel caso la follia si inserisce in un percorso di nichilismo di massa posteriore al primo cataclisma antropologico originato dal trionfo liberaldemocratico nel 1945, nel caso del “i capelli sono miei e me li gestisco io”, il piagnisteo che vanno a inventarsi è decisamente ancora più grottesco e totalmente da barzelletta. E denota il ruolo patetico, marginale e puramente coreografico che i parlamenti, pericolosi strumenti suscettibili di derive “populiste” con tutte le loro maggioranze basate sul voto popolare, si vedono assegnati dalla cupola mondialista e tecnocapitalista. A loro leggine del genere, a Davos o Bilderberg ideare il futuro dei popoli.  

Altra oscena follia, questa casalinga e proveniente dall’europea modernissima carissima Milano da bere (e da fumare, “fumo” che potrebbe giustificare l’assurdità seguente e non solo le pazzie di Terrazza Sentimento), il rifiuto da parte del municipio, della donazione effettuata  degli eredi della milanesissima artista Vera Omodeo. La statua in questione è una “maternità” evidentissima (una donna che allatta, vedi foto assieme a quella della Omodeo).

Ed ecco subito il problema, anche se esistente solo nelle menti di lorsignori: la maternità stessa è un concetto scorretto, laddove non si parli di più generica “genitorialità” 1 o 2. Una statua raffigurante due uomini o due donne, magari alle prese il signor o signora genitore 1 e il signor o signora genitore 2 l’uno con un biberon e l’altro con i pannolini da cambiare sarebbe stata assolutamente più gradita e magari posta dinanzi al Duomo al posto della statua di Vittorio Emanuele II (colpevole nonno di quel Vittorio Emanuele III firmatario delle famose leggi razziali, e infatti tutto quadra giacché durante il regno di costui fu emessa dal 1936 al 1941 una bellissima moneta d’argento inneggiante proprio alla maternità, auspicabilmente plurima).   

Insomma, l’apposita commissione comunale competente circa le opere d’arte da collocare negli spazi pubblici, ha respinto all’ unanimità la statua della compianta scultrice perché, come si legge nel verbale, «la scultura rappresenta valori certamente rispettabili ma non universalmente condivisibili da tutte le cittadine e i cittadini, tali da scoraggiarne l’inserimento nello spazio pubblico».

Gli eredi Omodeo, secondo questo consesso di burocrati (a gettone?) probabilmente pescati tra le fila dell’ Arci gay o comunque e certamente non pluralisti, hanno bontà loro ricevuto il cortese suggerimento (sempre meglio di un’accusa di “omofobia”) di donare la statua a “un istituto privato, ad esempio un ospedale o un istituto religioso, all’interno del quale sia maggiormente valorizzato il tema della maternità, qui espresso con delle sfumature squisitamente religiose».

Insomma: madri che allattano? Roba da preti. E io direi, semplicemente: roba da matti, ma sul serio.

Il buon Giuseppe Sala, sindaco meneghino (non mi permetto di dire ambrosiano per rispetto al grande santo Ambrogio), benché paladino di qualunque sfumatura arcobaleno, ha cercato di metterci una pezza (ed è tutto dire) proponendo a mezzo social la soluzione del collocamento dell’opera d’arte presso la clinica Mangiagalli. Ma siamo lì, la sostanza non cambia e Sala ribadisce: non sarà roba solo da preti, ma magari anche da ospedale.

E poi recitano a destra e sinistra, la commedia del piagnisteo sul calo delle nascite….

A. Martino

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