IL CASO “FROCIAGGINE”. E’ TUTTO RIENTRATO CON UN ULTERIORE AVVILIMENTO DEL PAPATO (O DI QUANTO NE RESTA).

L’imprevedibile frase di papa Francesco sulla “frociaggine” dei candidati al sacerdozio e seminaristi, da arginare  (ce ne sarebbe già “abbastanza”) rivelata da un vescovo mentre a porte chiuse si discuteva di omosessualità e seminari, ha fatto esultare i fautori della morale tradizionale e naturale ovvero cattolica, e gettato nello sconcerto i “progressisti” ovvero i postcattolici. Dove sarebbe finito l’ormai mitico “chi sono io per giudicare”?

Io però, non mi sono impressionato molto: immaginavo che sarebbe finita più o meno così con una richiesta di scuse dell’interessato preceduta dal ridimensionamento di quanto detto ad opera dei vertici della comunicazione vaticana. Addirittura, la “scandalosa” battuta per nulla curiale sarebbe dovuta alla non perfetta conoscenza della lingua di Dante da parte di Bergoglio. Che sciocchezza: Jorge Mario Bergoglio è di genitori italiani, l’italiano è ormai la lingua degli alti vertici ecclesiali quanto o più del latino, e papa Francesco regna (o semplicemente occupa secondo qualcuno il Soglio) da qualcosa più di tre o quattro anni. E poi, è proprio il ricorrere  ad espressioni gergali difficilmente pescabili in un dizionario come  Zanichelli o Zingarelli, a connotare la conoscenza approfondita di qualsiasi lingua.

Gli entusiasmi “omofobi” e l’ira LGBT sono esplosi  al mattino del lunedì per spegnersi nel pomeriggio di ieri martedì (le venti o ventiquattro ore che scossero l’Arcobaleno, o un incidente di Ratisbona immensamente più pecoreccio). Persino il generale Roberto Vannacci ha ironicamente solidarizzato con papa Francesco, ma alla fine come prevedevo, tutto è rientrato negando tra l’altro e platealmente la classica regola aristocratica vivissima nella monarchia britannica almeno fino all’epoca della scomparsa regina: “mai lamentarsi, mai spiegare, mai scusarsi”.

L’aspetto inquietante invece rimane, e forse non molti lo hanno compreso. “Papa” Francesco, nell’intimo, non è secondo me un adepto delle teorie LGBT, ma è costretto ad apparire tale: d’altronde, la smaccata sincerità non è notoriamente tipica dei gesuiti. E la ruvidezza dell’affermazione oltre che la volgarità della terminologia tradiscono probabilmente una certa insofferenza e irritazione dopo anni di recita mediatica con conseguenze dottrinarie.

Ma quali esattamente sono questi gruppi di pressione, questi ricatti e ricattabilità, questi interessi, queste ombre che avvolgono il Cupolone? Si può essere (o pretenderlo, direbbe qualcuno) papa sperando di “non dire mai niente di sbagliato” (sbagliato non certo per la dottrina cattolica, ovviamente)? Uno sprazzo di sincerità immediatamente rientrato mi conferma nel mio pessimismo, in quanto privo di qualunque risultato pratico se non quello di un ulteriore avvilimento dell’autorità ( se ancora vi sia) petrina.

Il caso presentato come una specie di gag è invece serissimo, e conferma ulteriormente se mai ve ne fosse ulteriore bisogno, la profonda crisi della Chiesa (post)cattolica e del papato.

A. Martino

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