BUON COMPLEANNO, DIABOLIK! SESSANTA ANNI PORTATI MAGNIFICAMENTE (COME LA SAGA CINEMATOGRAFICA DI 007).

Giorno di Ognissanti del 1962. Papa Giovanni XXIII, Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy, Elisabetta II regina del Regno Unito da “appena” dieci anni; in Italia è presidente della repubblica Antonio Segni e capo del governo Amintore Fanfani. Specie gli ultimi due personaggi, per i millennials, sono probabilmente due sconosciuti; molto meno i non italiani, sicuramente la regina (il che la dice lunga sulle nostre nozioni di storia patria). Di Diabolik già mi sono occupato in occasione dell’uscita del primo episodio cinematografico dedicatogli dai Manetti bros. ( COL DIABOLIK DEI MANETTI BROS., UNA VENTATA DI ARIA FRESCA NEL DESOLANTE IMMAGINARIO CINEMATOGRAFICO ITALIANO del 20 dicembre 2021) e cercherò pertanto di non ridondare, però la ricorrenza è troppo importante.

Ebbene, esattamente sessanta anni fa, in quell’epoca sembrante più lontana di quanto effettivamente sia, esce il primo albo di Diabolik. Parto della fantasia delle milanesi sorelle Giussani e disegnato come gli altri tutti, fin dall’inizio, da artisti della striscia di prim’ordine, questo primo albo (dal non straordinario successo) è una storia alquanto corposa intitolata “Il re del terrore”, in cui un mefistofelico delinquente, grazie anche al suo armamentario di maschere di un lattice talmente sottile da sembrare proprio pelle umana, porta alla distruzione un’intera facoltosa famiglia, con l’eccezione del rampollo Gustavo. L’arma del soggetto poco raccomandabile è un coltello da lancio, che nel corso degli anni affiancherà sempre più a non letali narcotici (da qui l’accusa vagamente psicopatica, di essersi “rammollito”). Anzi, negli ultimissimi tempi si nota un certo “reincattivimento” con l’eliminazione, senza pensarci tanto, di chi lo sfida troppo od osa torcere un capello alla sua Eva. Basti pensare a Il marchio dell’assassino Anno LXI N.1 o al successivo (tutto un programma) Novecento minuti di furore con cui l’ Uomo Contro in latex, appassionato di contanti, arte, oro e gioielli (altro che moneta elettronica…) celebra appunto il suo novecentesimo inedito in piccolo formato periodico.

Ed eccoci ad Eva Kant: l’affascinate e ultra sexy discutibilissima vedova di un lord inglese, che fa irruzione nella saga dal terzo episodio (L’arresto di Diabolik) e che gli salva la vita con un tremendo stratagemma (far ghigliottinare al posto suo uno sgradito spasimante con maschera di Diabolik, perché catatonico sotto scopolamina), ne sancisce l’esplosione come fenomeno culturale e pop prima ancora che editoriale. Negli anni Settanta, si arrivò al fenomeno degli albi falsi, grazie ai quali distributori di pochi scrupoli soddisfacevano la richiesta di edicolanti solitamente ignari.

Diabolik era e resta, politicamente scorretto: il suo eterno antagonista ispettore Ginko, rappresenta la Legge e l’Ordine (oggi si preferisce dire “la legalità”). Rispetto a Diabolik, l’immagine di Ginko è, a mio personale avviso e per mia sensibilità, francamente patetica: nonostante i suoi enormi talenti investigativi e la sua totale integrità umana e morale, resta eternamente un modesto ispettore. Più di una volta, Diabolik evita di sopprimere “quel maledetto poliziotto” un po’ perché lo ammira come suo unico temibile avversario, un po’ perché forse gli suscita pietà: rischia la vita con entusiasmo e dedizione per quattro soldi al mese contro di lui, che anche involontariamente potrebbe essergli fatale per esempio in un inseguimento, ma anche contro altri (a Clerville non è certo il solo criminale).

Ginko ama, riamato, una affascinante, elegantissima e un po’ algida aristocratica (Altea) che non ha mai sposato, e che una volta gli salva la vita assoldando un killer; lui lo scopre, e la rottura sarà gravissima, a mala pena rimediabile. In fondo anche Altea è disposta a tutto per il suo uomo, ma Ginko vive la dedizione estrema della sua donna in modo diametralmente opposto a quello di Diabolik.

In Diabolik presenziano alcuni elementi tipici di James Bond alias agente segreto 007 al servizio di Sua Maestà: basti pensare alla Aston Martin professionalmente accessoriata in luogo della Jaguar di Diabolik, ma anche alla straordinaria padronanza di strumenti tecnologici (radioorologio ecc.). Il primo episodio della saga di 007 (Doctor no, ribattezzato in Italia “Agente 007, licenza di uccidere”) uscì nel Regno Unito il 5 ottobre 1962, miracolo di cinema a basso costo con un ruolo interpretato da un misconosciuto attore scozzese (Sean Connery), che inaugurò un vero e proprio “brevetto cinematografico” ancora adesso genere cinematografico praticamente a parte, che ha fatto sognare generazioni: altra icona pop maschia, scorretta e allegramente violenta costretta a fisicamente femminilizzarsi nel mondo del politicamente corretto (vedi ADDIO A SIR SEAN CONNERY, ICONA DELL’IMMAGINARIO DI UN OCCIDENTE NELLA SUA ETA’ D’ORO: LIBERO, VIRILE, PROSPERO E GAUDENTE del 3.11.2020).

Influenzò il neonato agente 007 l’immaginario delle sorelle Giussani, quanto se non più (non mi pare tanto probabile che il film fosse stato già visto dalle milanesi in Inghilterra) della Batcaverna di Batman con la sua Batmobile?. Qui le idee si confondono o quanto meno siamo di fronte a un ibrido complesso, dato che Eva Kant mi sembra molto più sovrapponibile, pur in un ruolo esclusivo e monogamico, alle svariate Bond girls, rispetto ai deboli e poco emozionanti amori di un Bruce Wayne-Batman dalla quasi forzata maschilità.

A. Martino

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