POLIZOTTI CINESI IN ITALIA. BUFALA COMPLOTTISTA, PROPAGANDA ANTICINESE? NON PROPRIO….

La questione delle presunte attività di polizia cinese in Italia è alquanto difficile da inquadrare oggettivamente, e politicamente delicata e significativa. Per quanto concerne il secondo aspetto (eventuale qualora il dato di fatto sia confermato), le conclusioni sono intuitive anche se la stampa main stream si sforza di minimizzare parlando di “aiuto alla polizia italiana”, “interesse reciproco” e altre formule di benpensantismo. E oltre, naturalmente, ci torneremo.

Il problema è proprio la reale sussistenza del fatto, cioè che pubblici ufficiali cinesi, in affiancamento o meno con pubblici ufficiali italiani, svolgano o no non solo atti amministrativi ma anche funzioni di polizia giudiziaria e/ criminale sul suolo dalla Repubblica italiana. Insomma, è vero o no? O lo sarà prossimamente? Riguardo poi le foto abbastanza inequivocabili circolanti su stampa e rete, questo non significa più di tanto: sappiamo benissimo come siano costruibili ad hoc, ovviamente con qualche bella uniforme di un corpo di polizia cinese e di uno italiano.

Qualche sorrisetto e stretta di mano tra un (meglio una) figurante di Napoli o Milano interpretante un nostrano piedipiatti e l’omologo dagli occhi a mandorla, e il gioco è fatto. O no? E se tutto fosse “mostruosamente vero”, per dirla alla Fantozzi rag. Ugo?

Cerchiamo di ricostruire qualche fatto. In effetti, una conseguenzialità logica ci sarebbe. Di pattuglie miste italo-cinesi si iniziò a parlare ai tempi della “dittatura sanitaria” nel 2020, per poi lasciar cadere l’apparente, non si capiva bene, progetto o esperimento (ideona tutta da vagliare almeno da parte italiana, perché in Cina, si sa, i galli a cantare sono pochissimi e inversamente proporzionali all’immensa popolazione, quindi lì si hanno da subito idee chiare). Motivazione basilare: i tanti cinesi residenti in Italia, ma in Italia vi sono anche tanti senegalesi, ad esempio, però nessuno ha mai sentito parlare di pattuglie di polizia italo-senegalesi. Eppure, il rapporto di una ONG spagnola oltremodo datato (2012, per Il Giornale e addirittura stento a crederci) faceva già sì che il tutto non sia più derubricabile, puramente e semplicemente, a leggenda metropolitana o “sindrome cinese” del complottismo. Per la spagnola Safeguard defenders, infatti, nel suo rapporto intitolato Chinese Transnational Policing Gone Wild, sarebbero stati istituiti da parte di due province della RPC ben 54 “centri di servizio di polizia di oltremare” praticamente sparsi per il mondo ed esattamente in 21 stati. Ma negli ultimi mesi, quando ormai la discussione nell’opinione pubblica non è stata più facilmente arginabile, la ONG ha pubblicato una specie di aggiornamento aggiungendo alla poco entusiasmante lista ben ulteriori 48 stazioni di polizia.

La cosa (simpatiche foto da cartolina uniformologica a parte) è riemersa come un fiume carsico a partire da novembre, con la puntata-scoop di Fuori dal coro dello “scorrettissimo” Mario Giordano nel giorno di Ognissanti , e con una variante che pare un salto di qualità non da poco. Ovvero, che i pattugliamenti misti, ammesso che vi siano, sarebbero superati da vere e proprie “mini questure” più o meno mimetizzate nel contesto sociourbano di località come Prato, con una presenza etnica cinese ormai importante da almeno venti anni. Il tutto corredato da un servizio in loco (a Prato) e con riprese dell’interno di questo “commissariato”.

La solita “giordanata”? Stilisticamente parlando, forse sì: però sta di fatto che il governo olandese quanto l’irlandese , proprio in quei giorni,  hanno smantellato una rete proprio di queste singolari strutture. E sta di fatto che dopo due settimane arrivò la decisione di Mediaset di bloccare la trasmissione fino a febbraio.   

Tutto ciò, però, è categoricamente smentito non tanto dalle autorità cinesi quanto dalle altre, con l’eccezione drastica, a quanto pare, di Dublino e L’Aja: eccezioni che però, fanno un indizio (tanto per restare, terminologicamente parlando, nell’ambito poliziesco). E le affermazioni del titolare italiano degli Interni vanno in questa direzione. Ma, ammesso e non concesso, che questa impressionante rete di “polizia occulta” che con ironico anglicismo definirei “foreign police” invece della “policy” tanto di moda nelle aziende chic, esista davvero, a che servirebbe?

Il fatto è, come già detto, che si accaniscono a smentire più i paesi “ospiti” che i cinesi, i quali, non si sa se più sinceramente o più diplomaticamente, al di là del confermare questa o quella specifica struttura, si trincerano dietro i discorsi di “contrasto alla criminalità internazionale” e di “servizi ai cittadini cinesi all’estero” quali innocui rinnovi di patenti di guida; mai si sarebbe violata, affermano con decisione, alcuna sovranità altrui, il tutto è propaganda anticinese.

Riepilogando, se ho capito bene: per i vari governi interessati, questi uffici non esistono (si nega per sussulto di dignità?) salvo eccezioni anche repressive, ma per la Cina, sostanzialmente sì ma hanno una mera funzione amministrativa e di assistenza. Il discorso si complica però, con la tipologia delle “associazioni culturali” che come quella del Fujian in Italia (penso sia quella di Mario Giordano, per intenderci), secondo non me ma la suddetta ONG spagnola, con la scusa dell’aiuto a rientrare in patria durante la pandemia, avrebbe in realtà rintracciato dissidenti da rimettere in riga rispedendoli nelle terre del dragone. Si parla anche a tale proposito della operazione Fox hunt (caccia alla volpe) con cui si dovrebbero rintracciare funzionari corrotti scappati all’estero, ma in realtà la “volpe” spesso è il comune cittadino dissidente titolare di un banale ristorante cinese o di un emporio importatore.

La questione dei pattugliamenti congiunti è invece diversa, e a quanto pare, c’è da credere a quelle foto che mi parevano alquanto bizzarre e distopiche. E si ricollega, come origine storica, ai tanti accordi (in gran parte inattuati o non ancora attuati della Via della seta, ricordate la vecchia passione grillina?).

Si tratta non solo di pattugliamenti congiunti ma anche di una miriade di esercitazioni e partenariati in materia di sicurezza formalmente alla luce del sole, ma contenuti nelle pieghe di accordi su cui la stampa main stream, in buona o in mala fede, per superficialità o in assenza di veline, per questo o quell’interesse, di fatto sorvola. Serbia, Croazia, Zambia sono i casi più noti.

Per quanto riguarda l’Italia, la più importante voce a riguardo è finora l’affermazione del ministro dell’ Interno Piantedosi: “Segnalo che il memorandum d’intesa per la esecuzione di questi pattugliamenti, firmato a L’Aia nel 2015, ha consentito lo svolgimento dal 2016 al 2019 delle attività di pattugliamento in Italia e dal 2017 al 2019 in Cina, per essere poi sospese nel 2020 a causa della pandemia e tuttora inattive”.

Questa la ricostruzione dei fatti con tutti i suoi dubbi e contraddizioni. A questo punto, però, con buona pace di qualunque comunicato e verità ufficiale, un dato storico e geopolitico è certo. E cioè che la Cina si sta prendendo la rivincita verso il cosiddetto Occidente, per le umilianti “concessioni” più o meno desovranizzanti quali la nostra di Tien Tsin e le tantissime russe o inglesi o francesi etc. fino ai casi estremi degli affitti a lunghissima durata come Hong Kong o Macao: dei territori formalmente cinesi in cui i “pattugliamenti congiunti” erano assolutamente ordinari se non necessari. A proposito: “attività di pattugliamento in Cina”….di queste però, non sono riuscito a trovare foto…..

Allo stesso modo, mi vengono inevitabilmente in abbinamento mentale le immagini di gendarmi francesi più o meno costretti ad affiancare militari tedeschi nella Francia di Vichy, o questi ultimi in pattugliamento con ustascia o cetnici nella Yugoslavia occupata ma anche con camicie nere nella RSI senza dimenticare i nostri poliziotti o carabinieri aiutati (o controllati) dagli angloamericani nel Regno del Sud.

E il dragone sa aspettare che i tempi maturino, in modo che il frutto cada dall’albero. Altro che inciviltà quali guerre, o campagne coloniali come la guerra dei boxers o dell’oppio di cui ha un ben amaro e cocente ricordo. Tra le sue doti, indubbiamente, vi sono la pazienza e la mancanza di fretta.

A. Martino

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