MINISTERO DELLA VERITA’, POLIZIA DEL PENSIERO? NOI DE L’ORTIS, A CAUSA DI MATTEO MESSINA DENARO, ABBIAMO INIZIATO A FARNE ESPERIENZA …

Come talvolta, d’accordo ovviamente col direttore Lorenzo Valloreja, ho postato qualche giorno fa sulla nostra pagina Facebook un meme tra il polemico e l’ironico che qui (per chi legge il sito) vedete, a proposito del non ammanettamento di Matteo Messina Denaro, accostato a un’azione ben più veemente delle forze dell’ordine di qualche tempo fa ai danni di un “no mask”. Accompagnavo il meme, non creato da noi, con due parole di commento alla tenuta degli arrestatori di Matteo Messina Denaro, che parrebbe, a mio avviso, congrua più a un ordinario pattugliamento urbano che a una operazione speciale avente ad obiettivo il ricercato n.1 d’ Italia.

Tale garbata e tutto sommato blanda critica all’operato di rappresentanti dello stato, ci è valsa, come da chiunque constatabile, un intervento di Facebook tra il censorio e il rieducativo-paternalistico. Esso consiste in una specie di etichetta sul post stesso asserente “  Contesto mancante La stessa informazione è stata controllata in un altro post da fact-checker indipendenti.”

Cliccando sul sottostante Scopri perché, si scopre appunto che il confronto tra i due fatti sarebbe scorretto, e cliccando ancora sull’icona del meme medesimo “incriminato”, appare una piattaforma “Open” di cosiddetto “fact checking” in cui il medesimo è non etichettato di falsità ma di erroneo raffronto tra fatti da tal David Puente.

Infatti nell’immagine di sotto è effettivamente rappresentato il deciso contrasto (e probabile conseguente arresto) di un “no mask” comasco, che però se la sarebbe meritata in quanto resistente a pubblico ufficiale. Questo Puente, però, non spiega realmente comunque, come mai una persona ritenuta agli atti tra le più pericolose al mondo, non abbia conosciuto l’onta (consideriamola pure così) delle manette; le quali non sono mai state risparmiate e credo ancora non lo saranno per molto tempo, ad esempio a ragazzini minorenni irrequieti, o a presunti rei assolutamente innocui e poi prosciolti da ogni addebito (vedi il clamoroso caso Tortora).

Ma non voglio qui assolutamente insistere nel leit motiv polemico. Resto serenamente nella mia opinione e nelle mie sensazioni, dato che per diversi nostri lettori, lo so benissimo, vale il salviniano o meloniano “io sono sempre dalla parte delle forze dell’ordine”: il che sarà un motto di non straordinaria levatura giuridica e razionalità, ma che sinceramente rispetto perché tra i semplici e le persone per bene desiderosi di punti di riferimento certi, rappresenta l’anelito a un mondo più pulito senza sfumature tra il bianco e il nero.

La vera scoperta un po’ sconcertante è stata, invece, la reale natura di questo fact checking sui socials, che certo conoscevo, ma di cui non avevo ancora appreso la reale portata. La quale mi appare francamente inquietante e assolutamente coerente con l’edificazione del Pensiero Unico: vale a dire, che sono sotto controllo non solo la veridicità delle notizie e dei fatti riportati (la lotta alle bufale o fake news che dir si voglia potrei anche accettarla), ma anche l’ analisi dei fatti e l’opinione, lo stabilire nessi logici e storici. “Contesto mancante”: ovvero, nel caso di specie, non poter permettersi di dire che qualcuno può fare o non fare qualcosa a seconda di una sua valutazione politica in senso ampio o pratica, o di una qualche direttiva. La testa si deve usare come dicono lor signori, e se proprio non vi si sa rinunciare, ecco un primo avvertimento che potrebbe preludere all’espulsione dal social o peggio.

A quando il Ministero della Verità? Contro cui Giorgia Meloni dai seggi dell’opposizione si sarebbe sgolata e avrebbe inveito, a ragione, come una furia; e a favore del quale probabilmente sarà, se a chiederlo sarà chi veramente controlla questo stupendo Carrozzone.

A. Martino  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *