GLI ORMAI EX BRICS DAL 2024 SI ESTENDONO SIGNIFICATIVAMENTE. IL DIO DOLLARO DEVE INIZIARE A PREOCCUPARSI.

Giorni fa, un servizio del Tg 1 irrise al progetto dei BRICS (Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica) di dotarsi di una valuta alternativa al dollaro nei loro scambi commerciali, laddove l’ utilizzo della valuta nazionale non fosse possibile o conveniente.

Con presumibile imbarazzo, il redattore competente sta dando nelle odierne edizioni la notizia dell’ imponente allargamento della organizzazione suddetta a nuovi membri ” tra cui Arabia Saudita e Iran”: abbastanza clamoroso, se si pensa che i due paesi islamici (l’uno leader pur wahabbita del mondo sunnita, l’altro rappresentante di gran parte dei musulmani sciiti) sono o almeno erano come cane e gatto, sin dal crollo della monarchia persiana nel 1979, classica dimostrazione di divide et impera statunitense nell’ area più petrolifera del Globo.
Ma non è finita, perché dal prossimo primo gennaio si uniranno alla compagine anche Egitto e Emirati Arabi Uniti (partners certo non da poco), ed Etiopia nonché Argentina.

Riguardo l’Argentina (grande soggetto ma dagli eterni alti e bassi economici e finanziari), mi sembra una implicita risposta alla proposta del candidato ultraliberista alla Casa Rosada, circa la riadozione del dollaro USA.

Chissà che nuovo acronimo tale compagine dovrà ora adottare.

Peccato che a festeggiare per il proprio successo spaziale sia solo l’India e non anche la Russia (ma si sa, i fiaschi fanno parte della routine spaziale, ne sanno qualcosa gli americani stessi col tragico disastro dello Space Shuttle).

L’allargamento quasi a sorpresa in quanto a protagonisti e ampiezza, complica inevitabilmente il massimo progetto dell’ attuale BRICS, cioè appunto quello riguardo una sua valuta: ma al contempo, lo rende più solido e serio (basti pensare a ciò che significano in termini di liquidità e possesso di debito pubblico occidentale i fondi sovrani della monarchia Saudita, ma anche quelli degli Emirati).

Dal primo gennaio 2024, quindi, i BRICS in formato direi magnum rappresenteranno, come il presidente Lula ha rimarcato, il 47% della popolazione mondiale e il 36% del PIL globale.

Altri paesi sono in lista di attesa, non ancora accettati (come Cuba) per motivi più politici che economici (nel suo caso, forse, non si è ancora preparati a una sfida così esplicita a Washington).

Una cosa è sicura: ormai, a essere entusiasti della servitù verso il moderno Baal detto dollaro e i suoi strumenti quali il Fondo monetario internazionale (in ebete sincerità o untuosa ipocrisia) sono solo i paesi del blocco euroatlantista, e l’ex fulcro dell’impero britannico (Canada, Australia, Nuova Zelanda).

E a proposito di Londra.

Se volesse davvero inverare nel mondo di oggi, e non in una memoria da museo delle cere, il suo retaggio imperiale, contemporaneamente sfruttando sul serio la Brexit, lo sarebbe nel partecipare all’ allargamento del BRICS quale vocazione naturale in cui tra l’altro buttare il peso della Sterlina a suo tempo preservata dalla mattanza delle sovranità monetarie detta Euro.

Ma questo atto di coraggio e genialità geoeconomica, per i professori e soloni dell’ economia e della finanza, sarebbe ovviamente una “follia”.

Oltre che infrangere l’ ormai quasi secolare ancillarità pur se patinatissima, nei confronti delle ex colonie transatlantiche, decretata dalla più potente massoneria.

Concludo ricordando che l’India, a coronamento del suo “annus mirabilis” in cui segna il sorpasso sulla Cina per popolazione e crescita di Pil, dirigerà il G20 cui ha invitato la Russia ma non l’Ucraina.

A Martino

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