DA QADEŠ A ÉVIAN: TUTTI VINCITORI, TRANNE LA VERITÀ

Trump si presenta al G7 di Évian, in Francia, e avalla l’accordo preliminare in 14 punti che sancisce il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, tracciando al tempo stesso il percorso che dovrebbe condurre al futuro trattato di pace tra Washington e Teheran. Il tutto avviene con il favore della Santa Sede, da sempre impegnata nella ricerca di una soluzione diplomatica ai conflitti internazionali, e con il sollievo di Emmanuel Macron, che vede allontanarsi, almeno per il momento, lo spettro di una nuova crisi energetica capace di mettere ulteriormente sotto pressione il Vecchio Continente.

Eppure, osservando le reazioni delle parti coinvolte, sembra quasi di essere tornati al XIII secolo a.C., ai tempi della Battaglia di Qadeš. Anche allora, come oggi, tutti si proclamarono vincitori. Da una parte il faraone Ramses II, che secondo le iscrizioni egizie, abbandonato dai propri uomini, avrebbe sconfitto quasi da solo migliaia di carri ittiti grazie alla protezione del dio Amon. Dall’altra il sovrano ittita Muwatalli II, che riuscì a conservare il controllo di Kadesh e a impedire agli egiziani di conquistare la Siria settentrionale.

La storia ricorda quello scontro non soltanto come una delle più grandi battaglie dell’antichità, ma anche come uno dei primi esempi documentati di propaganda di guerra. E, a giudicare dai comunicati provenienti in queste ore da Washington, Teheran, Tel Aviv e dalle cancellerie occidentali, il copione sembra essere rimasto sorprendentemente immutato dopo oltre tremila anni.

Del resto, nelle guerre moderne come in quelle antiche, vincono sempre tutti. I governi, i generali, i diplomatici e perfino i commentatori televisivi. Gli unici che non vincono mai sono i morti, che forse avrebbero preferito una sconfitta e qualche anno di vita in più.

Ma siccome al peggio non c’è mai fine, c’è anche chi, tra gli analisti, ha incredibilmente sostenuto che il vero vincitore di questa partita sarebbe l’Unione Europea e, in particolare, Emmanuel Macron, reo — si fa per dire — di non aver mollato né sull’Ucraina né sull’Iran, costringendo così Trump a più miti consigli fino a farlo addirittura “andare a Canossa” in quel di Évian.

Peccato però che costoro non si siano accorti di un dettaglio fondamentale. Emmanuel Macron, in un contesto europeo che ormai ricorda più una partita di briscola che un autentico consesso internazionale, conta quanto il due di briscola in mezzo a tanti altri due di semi diversi. Quanto basta, forse, per ottenere qualcosa se la fortuna gira dalla parte giusta. Ma nulla di più.

Perché sempre due resta.

E due, alla conta dei punti, continua a valere zero.

Lo dimostra anche l’altra grande operazione propagandistica di queste ore. Lo staff di Giorgia Meloni è infatti riuscito a inondare i social con una fotografia destinata a diventare virale: la premier italiana attende Donald Trump con aria sicura, una mano sul fianco e l’altro braccio appoggiato allo schienale di una sedia, mentre il presidente americano conversa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Secondo la narrazione dei sostenitori della presidente del Consiglio, quella fotografia rappresenterebbe la prova della centralità internazionale dell’Italia e del ruolo privilegiato che Giorgia Meloni continuerebbe a svolgere nei rapporti tra Washington e l’Europa.

Peccato però che, non un secolo dopo, ma soltanto poche ore dopo lo scatto di quella fotografia, lo scoop di un giornalista italiano, Daniele Compatangelo, abbia riportato la nostra premier a una dimensione molto meno esuberante e assai più subordinata, come del resto immaginavo. Perché, se c’è una cosa che la politica internazionale insegna, è che le fotografie non sono mai la realtà: sono la rappresentazione che qualcuno vuole dare della realtà, non la verità.

Si badi bene che le parole e le modalità con cui il tycoon ha parlato della Meloni non sono state colpose, bensì dolose.

Compatangelo aveva infatti contattato Trump per intervistarlo sull’Ucraina e su Hezbollah, ma dopo pochi secondi è stato proprio l’inquilino della Casa Bianca a sviare deliberatamente il discorso per chiedere: «Come sta il vostro Primo Ministro? Come sta?». Per poi incalzare: «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato a parlarle… Mi ha implorato di fare una foto con lei… Voleva una foto con me così tanto… Avrei anche potuto non farla, ma mi ha fatto pena». Infine, una volta silurata mediaticamente Giorgia Meloni, chiudere quasi immediatamente la telefonata con una scusa.

Perché?

Perché, a mio giudizio, Giorgia Meloni ha commesso lo stesso errore politico che commise Bettino Craxi dopo Sigonella: credere che uno scontro con Washington si fosse concluso con una propria vittoria.

Craxi si convinse che il celebre “Dear Bettino” di Ronald Reagan rappresentasse il riconoscimento della sua autonomia politica. Molti anni dopo, numerosi osservatori avrebbero letto quella stagione in maniera assai diversa.

Oggi il rischio è che anche Giorgia Meloni confonda una fotografia, una stretta di mano o una parola di circostanza con un reale rapporto di forza.

Perché gli Stati Uniti non ragionano in termini di simpatie personali. Ragionano in termini di interessi.

E quando un alleato, per qualsiasi ragione, non coincide più perfettamente con tali interessi, Washington tende a ridefinire i rapporti con una freddezza che la storia ha mostrato più volte.

Ma, al di là di questo, non è necessario condividere tale interpretazione per comprenderne il significato politico.

Basta ricordare una regola elementare delle relazioni internazionali: gli Stati non hanno amici. Hanno interessi.

E gli Stati Uniti, più di ogni altro attore globale, tendono a misurare l’affidabilità degli alleati non in base alle dichiarazioni pubbliche o alle fotografie di rito, bensì sulla base dei comportamenti concreti quando la posta in gioco diventa realmente importante.

Ed è per questo che gli altri veri vincitori sono Mosca e Pechino e, soprattutto, Teheran.

Le prime due perché, pur mantenendosi formalmente fuori dal conflitto, hanno ottenuto il riconoscimento pubblico di Trump per non aver trasformato la guerra in uno scontro globale.

La terza perché esce dal negoziato senza aver rinunciato al proprio programma missilistico, senza aver accettato lo smantellamento del proprio apparato nucleare civile, con la prospettiva della rimozione delle sanzioni, dello sblocco dei fondi congelati e di un gigantesco programma internazionale di ricostruzione economica, il tutto senza l’aiuto diretto di Russia e Cina.

Una conclusione che appare piuttosto distante dalla «resa incondizionata» che soltanto pochi mesi fa veniva evocata da Washington.

Ma si sa, le bugie non solo hanno sempre le gambe corte, ma, se cagano in mezzo alla neve, prima o poi si scoprono, e qui, di cacca, in questi inverni piuttosto miti, troppa ne è stata fatta…

Lorenzo Valloreja

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