LA CADUTA DEI BORBONE, E QUELLA DEI SAVOIA OTTANTA ANNI FA, HANNO MOLTO PIÙ IN COMUNE DI QUANTO SI PENSI E SI POSSA DIRE
Come si dice, sui ” libri di storia” (giacché in Italia la Storia anche recente non è materia viva ma libresca)? Che il referendum istituzionale di ottanta anni fa e due mesi circa fu una straordinaria manifestazione di democrazia, tutto regolare e civile et cetera. Ma non è così: essendomi addentrato e spinto quindi a riflessioni, riguardo gli ultimi mesi della monarchia borbonica e del Regno delle Due Sicilie, ho ormai consolidato l’impressione che, per un singolare contrappasso, la fine dei Savoia abbia molto in comune con quella, ottantacinque-ottantasei anni prima, dei Borbone di Napoli. La loro impotenza politica maturata quasi repentinamente, innanzitutto. Per entrambi, con una disfatta militare iniziata, guarda caso, dalla Sicilia in direzione nord. E per i Savoia, per niente affatto col fascismo che li avrebbe di fatto già esautorati. In Italia c’era una diarchia di fatto, in cui la dinastia era appunto l’ unico contrappeso alla dittatura. Anche se furono rarissimi i casi di un netto no del re al duce, i loro colloqui avevano una frequente cadenza regolare in po’ come tutt’ora le udienze dei monarchi britannici ai loro primi ministri. E in fondo, anche nelle monarchie assolute o costituzionali ma spiccatamente monarchiche, abbiamo casi di re formalmente assoluti o quasi ma sicuramente subalterni a premier politicamente giganteschi ( si pensi a Richelieu o Mazarino, o a un Bismarck piuttosto che a un Metternich).
Piuttosto, come per i Borbone la concessione della costituzione fu l’ inizio davvero irreversibile della fine politica, così a condannare la monarchia unitaria fu proprio l’ improvvisazione antifascista del 25 luglio: il nemico di ogni monarchia da due secoli e mezzo, sta pur sempre alla sua sinistra e non alla sua destra; mai imbaldanzire la prima e deludere la seconda.
L’ osservazione è modestamente statistica.
Tralasciando, per non appesantire l’ esposizione, la moda repubblicana che nel 1946 è speculare alla moda liberale e unitaria nel 1860 ( altrettanto vale per il ceto intellettuale vivente in larga parte e da sempre di pubbliche prebende), vorrei tracciare un parallelo credo inedito, fra il plebiscito-farsa del novembre 1860 sull’ Unità e il referendum istituzionale dove il popolo italiano, ancora prima che fra monarchia e repubblica, fu chiamato a scegliere fra pace e guerra civile. Ovvero se si preferisce, fra l’ estensione all’ intero territorio nazionale, della violenza rossa ancora imperante nel cosiddetto triangolo della morte emiliano ove in fondo, tra monarchico e fascista l’ obiettivo già non cambiava molto.
Al Nord in particolare, come nel 1859 e 1860 a favore delle monarchie preunitarie, non fu possibile fare propaganda o comizi monarchici. Le cose andarono un po’ meglio a Roma (zona Quirinale per ovvii motivi) e nella coraggiosa Napoli ove però, grazie ai partigiani settentrionali reclutati dal ministro dell’ Interno Romita travestiti da questurini ” ausiliari”, la tensione era fortissima e i fatti di sangue culminarono nella ” strage di Via Medina” che indusse l’ ipocrita De Gasperi a buttare via la maschera proclamandosi capo dello stato provvisorio e inducendo re Umberto II ad abbandonare l’ Italia ben prima del 18 giugno in cui la Cassazione, esaminati o piuttosto cestinati in fretta e furia i trentamila ricorsi ( un primato mondiale tuttora imbattibile, alla faccia della lentezza della giustizia) proclamò o meglio assecondò la nascita della nuova repubblica, decisa dalla partitocrazia antifascista sotto la annuente supervisione alleata, vincitrice e occupante senza cui neppure la ” costituzione più bella del mondo” avrebbe potuto essere formulata.
L’ abbandono dell’ Italia tutta da parte di Umberto, se somigliante per senso di responsabilità e sacrificio personale all’ abbandono della capitale di Francesco II dinanzi al dilagare dell’ opportunismo e del tradimento dei militari in primis alla fine prendenti atto del cambio di datore di lavoro e della formuletta di giuramento rituale, non fu però nobilitato da qualcosa del genere del Volturno o di Gaeta.
Come nel 1860, pure nel 1946, concetti demoscopici basilari quali la determinazione degli aventi diritto al voto furono confusionari e alla carlona. Chissà se, come a loro tempo votarono i garibaldini non sudditi delle Due Sicilie e nemmeno italiani (basti pensare a tanti ungheresi o polacchi) allo stesso modo ci si diverti’ qualche militare straniero occupante. Di certo in quei giorni le schede elettorali per il quesito referendario epocale abbondavano o venivano rubate: pacchi inutilizzati vennero poi rinvenuti in qualche scarpata ( testimonianza familiare diretta) o finivano, con una bella croce sull’ Italia turrita, nelle urne.
I governi Parri e De Gasperi, sempre sotto il beneplacito e i tanti “suggerimenti” anglo-americani, a differenza di Garibaldi “dittatore” autoproclamato con schietta sincerità, furono dei direttorii senz’altro dittatoriali privi di una legittimazione elettorale, riunenti il potere legislativo e quello esecutivo. Abbisognavano per uno straccio di istituzionale legalità del potere notarile residuo di Casa Savoia, malinconica spettatrice della sua stessa fine. Umberto non aveva neppure gli strumenti per impedire l’ assurda privazione di voto nei confronti degli altoatesini e dei giulio-istrio-dalmati dati ormai per persi alla Patria: una vigliaccata verso italiani disperatamente attaccati a una Corona che l’ Italia aveva unificato invece che a partiti che si apprestavano a ratificare amputazioni di territorio.
O la repubblica o il caos, intimava il socialista antimomarchico per eccellenza, il suddetto Pietro Romita: un moderato rispetto a un Pertini che avrebbe voluto fucilare Umberto II. E gli italiani benpensanti e spaventati gli obbedirono.
A Umberto, asserragliato al Quirinale come Francesco II a Gaeta ma con soli quattro gatti di corazzieri senza corazza, non rimaneva come detto, che constatare l’ incipiente guerra civile (memoria rimossa dal main stream) e il defilarsi dalla Corona di qualunque vertice militare Carabinieri reali compresi. L’ opportunismo militare del 1946 riesce a superare persino quello del 1860/61.
E forse, fu l’ adempimento della maledizione della vecchia ex regina Maria Sofia nella famosa intervista al Corriere della sera.
Comunque, la pur cospicua messe di voti monarchici fra tante intimidazioni persino sanguinarie e brogli mai ammessi e in gran parte ignoti (messe specie al Sud) testimonia un discreto residuo prestigio della Dinastia, e un innegabile carisma dell’ ex Principe re per un mese appena, almeno tra le classi popolari ( altra analogia “borbonica”).
A. Martino













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