GOD SAVE THE KING… O ALMENO CIÒ CHE NE RIMARRÀ: PRIMA L’IRLANDA, POI LA SCOZIA. COSÌ TRUMP STA PRESENTANDO IL CONTO ALLA GRAN BRETAGNA

Schopenhauer soleva dire che «l’esperienza insegna a riconoscere i caratteri», mentre il buon Machiavelli ci ha esortato a «non confondere ciò che gli uomini dovrebbero essere con ciò che realmente sono». Così ho sempre cercato di insegnare a mio figlio che, per saper stare al mondo, non basta conoscere il mondo: bisogna prima di tutto saper scrutare gli uomini nel loro intimo, capire realmente chi siano e come siano fatti, e poi agire di conseguenza. E in questo, modestia a parte, sono cintura nera quinto dan: riesco, in altri termini, a vedere e comprendere nelle persone — siano esse uomini comuni o personalità di rilievo — cose che agli altri spesso sfuggono.

Così, nel mare magnum degli analisti che ammettono candidamente di non essere in grado di entrare nella testa di Donald Trump, io e i miei collaboratori siamo stati tra i pochissimi ad avere avuto la presunzione, in più di un’occasione, di affermare di sapere che cosa frullasse nella testa del tycoon. Lo feci, per esempio, nel febbraio 2025, nell’articolo «MA QUALE CONFERENZA DI MONACO? LE POTENZE FANNO LE POTENZE, E NÉ FRANCIA, NÉ GRAN BRETAGNA, NÉ TANTOMENO L’UE LO SONO… QUESTA È LA VERITÀ!», quando scrissi: «A questo punto, credo anche che, da qui a qualche mese, la Scozia si staccherà dal Regno Unito… i presupposti ormai ci sono proprio tutti».

E sono tornato sull’argomento negli articoli successivi. Nel luglio 2026, in «CON DONALD CORLEONE CHI RIFIUTA L’OFFERTA, PRIMA O POI, PAGA IL PREZZO», scrivevo: «Chi invece non ha capito proprio niente del tycoon, tanto da essere preso di mira da quest’ultimo fin dall’inizio del suo mandato, è Keir Starmer, che infatti si è visto rifilare questa delicatissima affermazione dal presidente USA: “Probabilmente non è più primo ministro proprio per come ci ha trattati”».

Ed ecco infatti che, proprio in queste ore, arriva, a conferma della mia tesi, l’ennesima ciliegina sulla torta nei rapporti tra il tycoon e la Gran Bretagna. Trump avrebbe dichiarato: «Mi piacerebbe molto vedere un’Irlanda unita. Tanto vale che accada ora».

E la cosa non è affatto irrilevante, né può essere derubricata a semplice boutade, soprattutto se si considera che negli ultimi due o tre mesi Londra ha ulteriormente alzato il livello del proprio coinvolgimento politico e militare a favore dell’Ucraina. A luglio il Regno Unito ha confermato tre miliardi di sterline l’anno di aiuti militari, dopo aver raggiunto circa sedici miliardi complessivi di sostegno militare dall’inizio del conflitto; nel solo 2026 sono inoltre previsti 150.000 droni e 350 missili per la difesa aerea. Londra, insieme a Parigi, guida poi la Coalition of the Willing e ha sostenuto esplicitamente l’incremento delle capacità ucraine a lungo raggio.

Ma c’è di più. Dal 24 luglio 2026 un generale britannico, Tom Bateman, ha assunto il comando della Multinational Force Ukraine, la forza multinazionale predisposta per un eventuale dispiegamento in Ucraina dopo la cessazione delle ostilità. Sono previste persino esercitazioni destinate a verificarne concretamente la capacità di schieramento. Londra e Parigi sono diventate così i due principali motori europei dell’ipotesi di una presenza militare occidentale sul territorio ucraino nel dopoguerra.

E tutto questo accade mentre John Ratcliffe, direttore della CIA, il 25 agosto scorso è volato segretamente a Mosca, dove è rimasto per circa otto ore di colloqui. Colloqui che, evidentemente, non potevano vertere sul tempo atmosferico della Piazza Rossa, ma su questioni di enorme rilevanza strategica, a cominciare proprio dal conflitto ucraino e dai rapporti tra Russia e Occidente.

Pochissimi giorni dopo, il 2 settembre, a Putin è stato chiesto direttamente se la Russia potesse arrivare a colpire installazioni militari nel Regno Unito come rappresaglia per l’impiego contro la Russia di armamenti britannici. La risposta dello Zar è stata sibillina quanto inquietante: «È un segreto. Un segreto militare». Putin, dunque, non ha detto che la Russia colpirà la Gran Bretagna. Ma, cosa politicamente assai più interessante, si è deliberatamente rifiutato di escluderlo.

E appena il 12 settembre ha alzato ulteriormente il tiro: riferendosi all’ipotesi dell’invio di truppe europee in Ucraina, ha dichiarato che, se gli europei dovessero realmente mandarle, «questo significa una guerra con la Russia», pur ribadendo contemporaneamente che Mosca non avrebbe intenzione di minacciare i Paesi europei.

A questo punto viene spontanea una domanda: davvero a Londra qualcuno poteva pensare che Donald Trump sarebbe rimasto a guardare? Perché, se conosco almeno un poco l’uomo, tanto è bastato al tycoon per rimettere in riga gli inglesi. E, conoscendo Trump, credo che nella sua testa non ci sia soltanto l’Ucraina.

Perché veramente la classe dirigente britannica poteva pensare che il predicozzo pronunciato da Re Carlo III il 28 aprile 2026, durante la sua visita di Stato negli Stati Uniti, davanti alla riunione congiunta della Camera dei Rappresentanti e del Senato al Campidoglio, sarebbe finito nel dimenticatoio?

Certo, il sovrano britannico si guardò bene dall’attaccare direttamente il tycoon. Ma anche gli americani, per quanto talvolta possano apparirci bambinoni, sono pur sempre smaliziati. E soprattutto Donald Trump non è uomo al quale sia consigliabile impartire lezioni a casa sua.

Carlo parlò di potere esecutivo sottoposto a checks and balances, di magistratura indipendente, di NATO, di difesa dell’Ucraina, di collaborazione con gli alleati europei e arrivò infine ad ammonire contro le sirene che spingono le nazioni a diventare sempre più ripiegate su se stesse. Formalmente non era una requisitoria contro Trump. Ma politicamente il destinatario di molti di quei messaggi era talmente evidente che sarebbe stato necessario essere sordi per non sentirli.

Così, in queste ore e in questi giorni, sembra prendere forma una strategia volta a smontare, pezzo dopo pezzo, la Gran Bretagna e a far capire a Londra che non siamo più nel XIX secolo, nel pieno della Pax Britannica, quando, sconfitta la Francia napoleonica, il Regno Unito non ebbe praticamente più rivali sui mari, Londra era il principale centro finanziario mondiale, la sterlina la moneta internazionale per eccellenza, l’industria britannica godeva di un’enorme superiorità e la Royal Navy garantiva il controllo delle grandi rotte commerciali attraverso una fitta rete mondiale di basi e porti. Né tantomeno siamo nell’Inghilterra vittoriana, quando l’apertura del Canale di Suez nel 1869 e la successiva occupazione britannica dell’Egitto nel 1882 resero ancora più strategica la via verso l’India. E non siamo neppure a cavallo degli anni Venti del secolo scorso, quando, immediatamente dopo la Prima guerra mondiale e grazie all’acquisizione dei mandati sugli ex territori tedeschi e ottomani, l’Impero britannico arrivò a controllare circa 35,5 milioni di chilometri quadrati, grosso modo un quarto delle terre emerse del pianeta, e circa 450-460 milioni di persone, all’incirca un quarto della popolazione mondiale dell’epoca.

O forse sì? Mi correggo! Perché fu proprio nel 1922, nel momento in cui quell’Impero sembrava aver raggiunto dimensioni mai viste prima nella storia, che nacque lo Stato Libero d’Irlanda, segnando la separazione sostanziale di gran parte dell’isola dal Regno Unito: una condizione, per capirci, per certi versi assimilabile a quella canadese, ancora inserita nel sistema imperiale ma ormai dotata di una propria autonomia politica. E dietro quella vicenda aleggiava già la manina, tutt’altro che disinteressata, degli Stati Uniti e, in particolar modo, dell’anticolonialista e anti-imperialista Woodrow Wilson, che ufficialmente tanto teneva al diritto di autodeterminazione dei popoli, ma che, in realtà, lo faceva perché la dottrina egemonica degli Stati Uniti era diametralmente opposta a quella inglese. Washington, infatti, aveva capito che, per costruire un impero, non era più indispensabile occupare manu militari mezzo pianeta, piantare una bandiera su ogni porto e amministrare direttamente centinaia di milioni di sudditi. Gli inglesi avevano costruito il proprio dominio conquistando territori, controllando mari e stretti, mantenendo eserciti, flotte, governatori e amministrazioni coloniali. Gli americani avevano intuito che era molto più conveniente avere clienti che sudditi.

Del resto, gli Stati Uniti erano usciti dalla Prima guerra mondiale con un apparato industriale gigantesco, una capacità produttiva intatta e una posizione finanziaria enormemente rafforzata, mentre le grandi potenze europee ne uscivano dissanguate, indebitate e bisognose proprio dei capitali e della produzione americana per ripartire. La Prima guerra mondiale, insomma, aveva cambiato definitivamente i rapporti di forza e la Marina statunitense si apprestava a sostituire la Royal Navy nel dominio dei sette mari, sancendo definitivamente la nascita di una nuova talassocrazia.

Ma questa volontà non era certo un desiderio estemporaneo o dell’ultimo momento: veniva da molto lontano, dalla Dottrina Monroe e, ancora prima, dalla presidenza Jefferson, quando, nel 1801, gli americani attraversarono l’Atlantico per regolare i conti con il bey di Tripoli, che all’epoca pretendeva da loro il pagamento di tributi per consentire ai mercantili statunitensi di commerciare nel Mediterraneo.

Da Tripoli cominciò così, quasi impercettibilmente, una storia destinata a consegnare il dominio del mondo nelle mani di Washington. Peccato che, allora come oggi, la classe dirigente del Vecchio Continente non avesse capito che cosa frullasse veramente nella testa dei leader di quella neonata federazione di Stati. Perché, se lo avesse capito davvero, con molta probabilità non avrebbe mai accettato gli aiuti americani né nella Prima guerra mondiale né, tantomeno, nella Seconda.

Ma così è stato, con buona pace — e buona ignoranza — di tutti.

Ignoranza e cecità che hanno fatto sì che oggi quasi nessuno ricordi come la proclamazione della Repubblica d’Irlanda, divenuta effettiva nel 1949, possa essere letta anche come una costola del processo che portò alla nascita del Patto Atlantico. Mentre Londra, ormai incapace di garantire da sola la sicurezza dell’Europa occidentale, spingeva affinché gli Stati Uniti entrassero stabilmente nel sistema difensivo europeo, Washington disponeva già di una formidabile leva nei confronti dell’antica potenza britannica: l’Irlanda. Il 4 aprile 1949 nasceva la NATO; appena quattordici giorni dopo, il 18 aprile, entrava ufficialmente in vigore la Repubblica d’Irlanda. E non si trattava soltanto di una coincidenza: gli Stati Uniti avevano invitato Dublino a partecipare al nascente Patto Atlantico e il governo irlandese aveva immediatamente utilizzato quell’occasione per riportare sul tavolo la questione dell’Ulster. L’Irlanda repubblicana, legata agli Stati Uniti da una potentissima diaspora e collocata nel cuore strategico dell’Atlantico settentrionale, poteva insomma diventare una pistola politica appoggiata sul tavolo delle trattative con Londra senza che Washington avesse bisogno di sparare un solo colpo.

Oggi, a mio avviso, sta accadendo qualcosa di terribilmente simile, con una differenza sostanziale: questa volta la Gran Bretagna potrebbe non avere neppure più il diritto storico di sopravvivere come Gran Bretagna. Perché gli Stati Uniti sembrano essersi stancati delle intemperanze, dei protagonismi e delle velleità di una classe dirigente britannica che continua a comportarsi come se a Londra governasse ancora Palmerston, la Royal Navy dominasse i sette mari e sulla carta geografica mezzo mondo fosse colorato di rosso.

Ma quell’Inghilterra non esiste più. E se davvero Trump ha deciso di rimettere Londra al proprio posto, Irlanda e Scozia rappresentano esattamente le due vecchie faglie sulle quali esercitare pressione. Non è quindi affatto irrilevante che proprio in questi giorni indipendentisti scozzesi, gallesi e irlandesi stiano cercando una strategia comune: quello che per secoli è stato il Regno Unito potrebbe ben presto diventare una semplice denominazione storica, come oggi lo è la Prussia, della quale probabilmente molti dei nostri ragazzi non saprebbero neppure indicare la posizione su una cartina muta. Un lontano ricordo, insomma, al pari degli Ittiti o dell’Orda d’Oro.

D’altronde fu Oswald Spengler, ne Il tramonto dell’Occidente, a leggere le grandi civiltà come organismi dotati di un proprio ciclo vitale: nascono, crescono, raggiungono la maturità, si irrigidiscono nelle forme della civiltà tecnica, urbana e burocratica e, infine, muoiono, lasciando che la Storia torni a produrre forme differenti. E allora, seguendo fino in fondo quella suggestione, forse l’Inghilterra è semplicemente destinata a tornare là da dove era partita: ai tempi di Enrico VII, quando la Scozia era ancora un regno indipendente e l’Irlanda non era ancora stata inglobata nella Corona inglese.

Dal più grande impero che l’umanità avesse mai conosciuto a una vecchia isola affacciata sull’Atlantico. Cinquecento anni di storia percorsi al contrario.

God Save the King… o perlomeno ciò che ne rimane. Specie quando ciò che ne rimane comincia a dare fastidio al nuovo Condominio russo-americano.

Lorenzo Valloreja

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