PERCHE’ L’ORTIS, GIORNALE SOVRANISTA, NON PUO’ CHE ESSERE CON IL VENEZUELA BOLIVARIANO

Da circa due settimane il Venezuela corre il rischio di cadere nella spirale di una terribile guerra civile. Infatti a seguito di una manifestazione tenuta a Caracas dall’esautorata Assemblea Nazionale, il Presidente della stessa, il giovanissimo Juan Guaidò, si è autoproclamato Presidente pro tempore del Venezuela  contro il successore del defunto Hugo Chavez, Nicolas Maduro, già in carica dal 2013.

Immediatamente gli Stati Uniti di Donad Trump si sono precipitati nel riconoscere il nuovo leader e dopo di loro hanno fatto lo stesso: Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Francia, Gran Bretagna, Guatemala, Paraguay e Perù,  mentre si sono mantenuti solidali con Maduro: Bolivia, Cina, Cuba, El Salvador, Messico, Nicaragua, Russia, Turchia e Uruguay.

L’Italia Giallo/Verde, invece, si è mantenuta attendista ponendo addirittura il veto, in sede europea, riguardo il sostegno dell’Unione a Juan Guaidó quale Presidente ad Interim.

Tale posizione ha messo in forte imbarazzo gli altri 27 Paesi dell’UE poiché tutti, ad eccezione del nostro, sembrano apertamente propensi per un cambio di regime in quel di Caracas.

Altro elemento di forte irritazione per Bruxelles sembra essere il fatto che Palazzo Chigi – stando così le cose, almeno fino a queste ultime ore – più che in linea con il consesso NATO sembra schierato con le posizioni di Mosca e questo è francamente inaccettabile per un Presidente della Repubblica filoatlantista come Sergio  Mattarella.

Da ciò consegue che, anche all’interno dell’attuale maggioranza di Governo, vi possano essere delle posizioni filo Guaidò, le quali:

  • vuoi per la notevole presenza in Venezuela di immigrati italiani che nella stragrande maggioranza dei casi odiano Maduro;
  • vuoi per “debito ideologico” (il regime chavista, in quanto considerato di sinistra, è considerato da talune frange dalla destra ultraliberale italiana come il primo nemico da abbattere);
  • vuoi per un soporifero appiattimento sulle posizioni USA;
  • vuoi per motivi strettamente elettorali (la crisi istituzionale venezuelana ha avuto il proprio apice durante la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Regionale abruzzese e la stragrande maggioranza degli italo/venezuelani sia residenti in Sud America, che in Abruzzo, è di origine abruzzese. Ora stando al fatto, come già detto, che la preponderanza di loro è apertamente contro Maduro, se la Lega manifestasse un endorsement verso l’attuale inquilino del Palazzo Miraflores, molto probabilmente dovrebbe dire addio ai circa mille voti che questa comunità potrebbe esprimere, e Salvini, si sa, è molto attento alle dinamiche elettorali);

fanno si che l’obiettività, la logica e la legalità cedano il passo alla partigianeria, all’irrazionalità e all’arbitrarietà.

Di certo chi scrive non può essere considerato di sinistra – dati i propri trascorsi politici, semmai queste categorie dell’ottocento avessero ancora un senso oggi, dato che siamo quasi alla fine del I quarto del I secolo del III millennio – e pertanto la mia posizione pro Maduro è solo figlia di un’attenta e ponderata analisi dei fatti.

A tal riguardo la prima considerazione che mi sento di fare è la seguente: Ma la tremenda crisi alimentare in Venezuela, unitamente al fenomeno dell’iperinflazione, è da addebitare tutta alle “sconclusionate”  politiche di Maduro o i miasmi di questi mali vengono da più lontano?

Ebbene la risposta è da trovare all’estero dove fin dal lontano 1999, anno d’elezione del primo mandato del Presidente Chavez, i vecchi plutocrati hanno iniziato a tramare contro la rivoluzione bolivariana.

Infatti prima dell’avvento di Chavez lo Stato era totalmente privatizzato e la disuguaglianza regnava sovrana, si tenga presente che prima del 1999 oltre l’87% della popolazione viveva in condizioni di povertà e circa il 47% della stessa era in condizione di povertà critica, invece  con “el Arañero de Sabaneta”  al comando gli enormi proventi del petrolio furono ridistribuiti nel seguente modo :

  • 3 milioni di venezuelani furono inseriti per la prima volta nell’istruzione primaria, secondaria e universitaria;
  • furono stanziati 1641 miliardi di Bolivar, cioè circa 314 milioni di Euro, per la ricerca scientifica;
  • furono aumentati del 40% gli stipendi degli insegnanti;
  • furono create borse di studio;
  • 17 milioni di venezuelani, cioè quasi il 70% della popolazione, ricevette, per la prima volta, assistenza medica e medicinali gratuiti e, in pochi anni, secondo le intenzioni governative tutti i venezuelani avrebbero avuto accesso gratuita all’assistenza medica;
  • Furono creati 600 nuovi punti di diagnostica medica;
  • fu creata una banca popolare con bassi crediti per scopi sociali e umani, come l’acquisto di un alloggio familiare o la  creazione di cooperative;
  • 1 milione e 700 mila tonnellate di alimenti furono somministrati a prezzi modici a 12 milioni di persone, cioè a quasi la metà dei venezuelani;
  • Furono aboliti i latifondi;
  • Si tentò di nazionalizzare i pozzi petroliferi;
  • Si fece uscire il Venezuela dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale;
  • Si bloccò, con leggi apposite, la fuga dei capitali verso l’estero.

In politica estera, poi, il Presidente Chavez strinse alleanze con la Russia di Putin, con l’Iran di Ahmadinejad, con l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi, la Siria degli Assad, la Cina e tanti altri Paesi cosiddetti non allineati.

Di conseguenza, per gli Stati Uniti, da Clinton in poi, il Venezuela rappresentò sempre e solo una vera e propria spina nel fianco.

La Dottrina Monroe non poteva in nessun modo essere sconfessata da un piccolo e imbelle Paese del Sud America, questo era veramente troppo, così quando il Comandante Chavez venne a mancare e Maduro gli succedette, sfruttando tral il calo del prezzo del petrolio, Washington  iniziò a minare seriamente il regime di Caracas.

Dal 2017, anno dell’inizio del mandato di Donald Trump, quando ci fu, tra l’altro, un tentativo di colpo di stato da parte di alcuni militari antichavisti, le tensioni, sia interne che esterne al Venezuela, montarono sempre di più.

A partire dal novembre dello stesso anno l’Unione Europea prima e gli Stati Uniti poi iniziarono a pianificare una strategia di destabilizzazione dell’area fatta di embarghi e rivolte, cosa, tra l’altro, ampiamente denunciata dalla Federazione Russa nella primavera del 2018.

Per esorcizzare un’eventuale escalation militare nel Paese caraibico, nell’estate del 2018, si proposero quali mediatori sia l’Italia che il Vaticano.

Il nostro Paese infatti, al di là della conclamata avversione del milione e mezzo di italo/venezuelani al regime bolivariano, è stato sempre considerato da quest’ultimo come una Nazione sorella tanto che, nel 2005, Chávez celebrò il bicentenario de “El juramento” di Simon Bolivar non a Caracas ma, a Montesacro, a Roma, ed in tale occasione ebbi anche l’onore di conoscerlo personalmente giacché, all’epoca, intrattenevo con il Presidente Venezuelano uno scambio di vedute epistolari. Ed è proprio in virtù di questa alta considerazione dell’Italia che ogni qualvolta un italo/venezuelano è stato arrestato i nostri Governi, al di là del loro differente orientamento politico, sono sempre riusciti a farlo liberare.

Ora, nonostante tanta stima, le pressioni statunitensi furono tali e tante che, l’Italia, alla fine, dovette defilarsi e lasciò sola la diplomazia vaticana. Quest’ultima non riuscì a trovare un accordo per colpa delle forze d’opposizione dell’Unità Democratica per il Venezuela le quali fecero saltare  il negoziato sostenendo che il formato e le premesse fossero troppo favorevoli a Maduro.

Ed eccoci giunti al febbraio 2019 dove un Paese come il Venezuela – che per anni ha lottato per abbattere le disuguaglianze, ed aveva dalla sua grandissime risorse  visto che è uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio e coltan, minerale quest’ultimo indispensabile per la produzione di cellulari e computer – è ridotto incredibilmente e pressoché, alla fame.

Ora da buon italiano e sovranista la seconda ed ultima considerazione che devo sollevare è la seguente: Ma se fosse ancora in vita Enrico Mattei, il mitico Presidente dell’ENI che nel corso della Prima Repubblica praticamente dettò la politica estera del nostro Paese, cosa avrebbe fatto? Sarebbe stato dalla parte del Venezuela Bolivariano o della  compagine NATO?

Ebbene, anche in questo caso, per me la risposta è molto semplice e chiara: Mattei sarebbe stato senza dubbio con Chavez ed i suoi successori!

L’Italia deve fare l’Italia e questa crisi, al di là di ciò che possano pensare la maggioranza dei nostri migranti, è stata fortemente voluta e pensata dagli Stati Uniti e dai propri alleati, esclusivamente per appropriarsi indebitamente, senza colpo ferire, delle ingenti risorse minerarie del Venezuela e non per restituire a quel Paese la democrazia come nell’accezione più vasta del termine.

La dittatura si sa, in ogni processo storico di qualsiasi Paese, è un male necessario, un periodo necessariamente di transizione che conduce sempre ad una società migliore. Ora questa transizione può essere saggiamente incruenta come è stato il caso della Spagna dove, per volontà dello stesso Franco, si passò dal regime falangista alla Monarchia costituzionale di Re Juan Carlos oppure scioccamente cruenta, come in Libia dove gli Anglofrancesi fecero di tutto per rovesciare il colonnello Gheddafi, anche fomentando una guerra civile che sta ancora oggi producendo i propri nefasti risultati.

La soluzione alla crisi venezuelana paventata dalla Segreteria di Stato del Vaticano avrebbe risolto ogni cosa in maniera incruenta, lentamente, ma inesorabilmente si sarebbe chiusa l’esperienza chavista traghettando il Paese nuovamente alla piena democrazia, ma sono proprio coloro che oggi si ribellano ad aver voluto far saltare il tavolo e questo va fortemente ribadito!

I lettori devono sapere che dietro la sigla dell’Unità Democratica per il Venezuela si celano non solo le anime belle ma anche tanti, troppi soggetti, che se avessero la possibilità di governare da soli si comporterebbero peggio di Bokassa.

Perciò come giornale chiediamo fortemente al nostro Esecutivo di porsi quale mediatore in questa difficile crisi internazionale.

Ciò che è stato fatto a Palermo con la Libia siamo sicuri che possa essere realizzato anche con Caracas.

L’Italia, attraverso una serie cospicua di aiuti umanitari a questo sfortunato Paese caraibico, potrebbe trarne non poco giovamento.

I nostri interessi, ora più che mai, non sono quelli degli Stati Uniti, è il grande Enrico Mattei che ce lo ha insegnato e noi sulle sue orme vogliamo continuare la nostra missione.

Lorenzo Valloreja



2 Responses to PERCHE’ L’ORTIS, GIORNALE SOVRANISTA, NON PUO’ CHE ESSERE CON IL VENEZUELA BOLIVARIANO

  1. Alberto Mardegan ha detto:

    Bell’articolo, ma mi perdo quando parli di “dittatura”. Non riconosco un dittatore in Maduro, che è sempre stato democraticamente eletto; semmai è stata l’opposizione a insistere per avere elezioni anticipate (concesse), per poi boicottarle inspiegabilmente.

    • LORENZO VALLOREJA ha detto:

      Grazie Alberto per l’apprezzamento sul mio articolo. Ora cercherò di dirimere il tuo dubbio circa il termine “dittatura”. Vi possono essere diversi tipi di dittatura, tra questi vi è anche la dittatura della maggioranza. Nel caso specifico per dittatura intendo il mancato riconoscimento da parte dell’intera comunità venezuelana dell’attuale regime di Maduro nonché il mancato coinvolgimento delle opposizioni nella gestione della cosa pubblica tant’è che di fatto l’Assemblea Nazionale è stata esautorata, cosa che in una classica democrazia non dovrebbe avvenire

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