CENTOSESSANTACINQUE ANNI FA SI COMBATTE’ A MILAZZO LA PIU’ GRANDE BATTAGLIA SVOLTASI SINO AD ALLORA NEL SUD ITALIA. MA AD ASSEGNARE LA VITTORIA FU UN TRADITORE.

Sulla sua pur efficacemente divulgativa Storia d’ Italia il grande Indro Montanelli dice della battaglia di Milazzo solo che “…. Fu proprio Medici (aiutante di campo di V.E. II, n.d.a.) a investire l’ultimo caposaldo borbonico, Milazzo, e fu la battaglia più sanguinosa tra quelle combattute sull’isola. Un migliaio di uomini rimasero sul terreno. Ma come al solito, sebbene avessero avuto le maggiori perdite, furono i garibaldini a restarne padroni….”Qui e non solo, Montanelli è divulgativo purtroppo nel senso peggiore: cioè che si propina appunto la vulgata ovvero quello che il popolo può e deve sapere per non farsi strane idee sul passato e a volte conseguentemente, anche sul presente. Certo è molto strano, così diciamo, che questi benedetti ( o per altri, maledetti, borbonici) per l’ennesima volta buttino letteralmente il sangue anzi allora come mai prima e poi, presi dal solito attacco di meridionali rassegnazione e menefreghismo, non trovino di meglio che tornarsene sotto le falde del Vesuvio o della Majella o non so dove.

Tale modo di raccontare la storia patria anzi militare in genere, sarebbe esilarante se non vi fossero di mezzo centinaia di uomini che, secondo me, in quel giorno non decisero di suicidarsi in massa come spesso durante l’ultimo conflitto mondiale i soldati del Sol Levante. Il guaio è che Milazzo nasconde una dinamica assolutamente poco gloriosa per la causa unitario-liberale: il tradimento, fino ad allora solo sospettato pur se intuibile e implicito negli ordini dei generali duosiciliani, si fa scoperto, spudorato e fattivo; si spara addosso ai propri compagni d’armi! I furbi, insomma, già da Palermo avevano la certezza del disastro e non solo la sua intuizione politica; e quando così è, la insofferenza verso chi non riesce a adeguarsi anzi fattivamente si oppone alla positiva riuscita delle proprie transazioni, diventa senza scrupoli, violenta, feroce.

Andiamo ai fatti: il solito, instancabile maggiore Bosco disobbedisce al Clary e al suo “badogliano” ordine di reagire solo a eventuali attacchi, investendo dalla piazzaforte di Messina i garibaldini che ormai minacciano Milazzo. Nel caldo, che in un venti luglio sulla costa più meridionale del Tirreno pareva infiammare fino alla follia gli animi, da una parte determinati all’andare fino in fondo alla scommessa col destino d’ Italia e proprio, dall’altra quasi isterici dall’umiliazione di vedersi letteralmente buttati a mare dai filibustieri, gli italiani si affrontarono tra loro come da secoli non si era più visto. Qui camicie rosse e calzoni più o meno grigi; lì più eleganti giubbe blu dalla doppia bandoliera incrociata e gli estivi pantaloni bianchi; ci si si trafigge dal mattino alla baionetta, si ingoia la sabbia della spiaggia assieme al proprio sangue e forse pesa meno sentire la morte arrivare con quel mare stupendo dinanzi agli occhi. Ci si affronta a mani nude nei canneti, si sbatte il nemico sulle spine dei fichi d’ India per poi tentare di finirlo a colpi di daga o col calcio del fucile…è guerra davvero. Insomma, più che a Calatafimi o per i vicoli di Palermo. Certo ben poca cosa dinanzi alle pagine dell’epica napoleonica o anche alla guerra civile americana quasi iniziata: ma ripeto, gli italiani non si affrontavano così dalle guerre franco-imperiali del Rinascimento, si ha la brutta impressione che qualcosa di indefinibilmente sordido e crudele, dietro una facciata di entusiasmo e speranza nel futuro, stia maturando.

Verso sera, parrebbe che per i regi maturi una vittoria ormai troppe volte negata dai propri stessi comandanti. Garibaldi, come al solito presente in prima fila, si disimpegnò a fatica dai fanti e cavalleggeri borbonici (secondo qualcuno, per due volte sarebbe, coperto dai suoi, scappato dal campo). Ma avviene invece l’impensabile, l’imprevedibile, una pugnalata alle spalle per i borbonici che i tanti Montanelli non possono ricordare: la fregata Veloce del capitano Amilcare Anguissola tempesta di cannonate la cavalleria napoletana; è ben rara nella storia militare una tale fellonia, per repentinità e sanguinosità. Ma è anche un fatto coerente con le misteriose e schernite “ritirate dei soldati di Franceschiello”.

Però pure in tale occasione fu dal modesto militare, fu da semplici e ingenui figli del popolo, che l’onore degli italiani in armi si riscattò lievemente: l’ Eroe (ovvero Giuseppe Garibaldi) salì sulla nave ben presto ribattezzata Tukory (dal nome dell’avventuriero magiaro caduto a Palermo) e arringò l’equipaggio ma solo parte di esso aderì al nuovo ordine. Anguissola invece, fu ripagato con un lucrativo incarico ministeriale.

A. Martino     

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