IL BICENTENARIO DIMENTICATO DELLA MORTE DI FERDINANDO I DI BORBONE, IL MONARCA DAL REGNO PIU’ LUNGO DELLA STORIA D’ITALIA

Quello che io chiamo “commemorazionismo” (a volte al giorno d’oggi, anche declinato come “oggi compirebbe cento anni” in curiosa contraddizione con l’incipiente propaganda per la morte programmata), ha delle sviste spesso clamorose.

Di solito, è dovuto alla scorrettezza politica di fatti e personaggi, non riciclabili in alcun modo secondo il main stream governativo del momento: aspetto non da poco conto, tenuto presente che si commemora sul serio non solo con articoli come questo o anche saggi, ma soprattutto con eventi solitamente, e a volte anche fin troppo, finanziati con denaro pubblico.

Alludo al bicentenario della morte di Ferdinando I di Borbone re delle due Sicilie, nato e morto in Napoli il 12 gennaio 1751 e il 4 gennaio 1825. Con la rinuncia al trono di Napoli e Sicilia del padre Carlo III di Napoli e IV di Sicilia che nel 1759, per motivi dinastici, andò a occupare il ben più sostanzioso trono spagnolo, a soli otto anni divenne Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli, ponendo fine a tali complicati titoli regi solo nel 1816 quando il Congresso di Vienna impose di passare da una unione dinastica e personale, a una totale “al di qua e al di là del Faro”, tra Palermo e Napoli; evidentemente, in contraddizione con l’immagine del Congresso di Vienna adunata di biechi tiranni passatisti impegnati a portare le lancette della Storia al giorno prima della presa della Bastiglia, si volle modernizzare l’assetto amministrativo dell’Italia meridionale con un alleggerimento doganale e snellimenti burocratici.

Ferdinando I (consentitemi di chiamarlo da adesso sempre così ,semplificando) è il monarca italiano (nato e morto su suolo italiano anche se preunitario) dal regno più lungo, e nono nella graduatoria dei regni più lunghi della Storia umana (anche se per i primi otto anni non governò affatto, affidato a un consiglio di reggenza). Peculiare caso di “abbandono” anche se a motivazione altissima, da parte tanto dell’augusto padre ma anche dell’augusta madre la regina Maria Amalia di Sassonia che non rimase certo a Napoli a badare ad abecedari e roba del genere, ma seguì il marito come regina di Spagna e lì purtroppo vi morì appena un anno dopo, ciò comunque non rimase senza conseguenze nella formazione del re-bambino.

Anche se i tempi erano lontanissimi, come intuibile nel suo caso, dall’imposizione di canoni borghesi e forzatamente “empatici” e appiccicosi ai rapporti nelle famiglie reali, di fatto Ferdinando crebbe senza alcuna direzione familiare dell’educazione umana e istituzionale, in mano a estranei certo non spregevoli del Consiglio di reggenza (basti pensare a un Tanucci) ma pur sempre estranei.

Di qui, una istruzione carente e uno sviluppo personale basato molto su sport all’aria aperta classici dei re (come equitazione o caccia) che però ovviarono alla sua salute malferma dell’infanzia. Le frequentazioni adolescenziali dei monelli e degli strati più umili (e poco raccomandabili) della popolazione napoletana ne fecero “ il re lazzaro” o “lazzarone”, immagine bizzarra e poco lusinghiera che egli non si curò di smentire, anzi (come vedremo) rafforzò con deliberate e studiate volgarità.

Il suo regno fu tribolato dagli eventi rivoluzionari di importazione dalla Francia e della tracotanza napoleonica che per ben due volte lo costrinsero a rifugiarsi in Sicilia sotto un sostanziale protettorato britannico, e dal 1812 al 1814 con la reggenza del figlio. Eppure, grazie all’attivissima consorte Maria Carolina figlia della grande imperatrice Maria Teresa e sorella della sfortunata regina consorte di Francia Maria Antonietta, la parte del suo regno anteriore all’effimera Repubblica napoletana del 1799, fu foriera di opere pubbliche, e imprenditoria pubblicamente sostenuta come la tessitura reale di San Leucio, in linea con il cosiddetto dispotismo illuminato di quegli anni.

Né i suoi guai finirono con la caduta del grande corso, ché la Restaurazione in Napoli e Palermo fu afflitta da quella fatale fine del sentire comune e del tacito patto fra intellettuali illuministi da un lato, e la monarchia e la sensibilità popolare dall’altra. Frutti ne furono il settarismo massonico e in seguito carbonaro, il quale ultimo portò nel 1821 alla messa in discussione aperta della sua corona, salvata dall’intervento dei monarchi della Santa alleanza e in pratica sul campo, dalle truppe austriache che batterono in Abruzzo la debole resistenza dei militari insorti guidati dal generale Guglielmo Pepe.

La sua implacabilità repressiva, probabilmente, non solo dovuta ai suggerimenti inglesi, non fu in fondo inferiore a quella del medio sovrano o governante dell’epoca. Certo, l’esecuzione della squinternata intellettualoide Luisa Sanfelice che finse disperatamente una gravidanza dopo il crollo repubblicano del 1799, fece di costei una eroina romantica; e la fucilazione di Gioacchino Murat poteva benissimo risparmiarsela.

Ma non voglio qui affrontare una reale disamina di questo lunghissimo regno che si svolse durante un fondamentale crocevia dell’umanità; occorrerebbero un serio saggio, o una decina di articoli.

Vorrei ricordare qui “re Nasone” (nomignolo più bonario del precedente) come accennato, con un po’ di leggerezza di cui, di questi tempi, abbiamo bisogno. E senza sminuire la sua importanza nella storia del Sud. Questo episodio (uno dei tanti riguardo la schiettezza di Ferdinando I) è contenuto nel secondo volume de I Borboni di Napoli di Harold Acton. Sua fonte indubbiamente autorevole, nientemeno che il cancelliere austriaco principe di Metternich. Egli incontrò Ferdinando I a Lubiana durante l’effimero trionfo carbonaro del 1821e gli chiese, con signorile quanto ipocrita tatto, come mai si fosse spinto fino in Slovenia.

Ne seguirono una mimica e un monologo sugli effetti fisici e intestinali della paura davvero incredibili e tali da abbattere in quel momento, l’altissima considerazione della regalità da parte di uno dei più grandi statisti europei. Ferdinando replicò a Metternich se sapesse cosa significasse avere paura. Alla sprezzante risposta del cancelliere, il re esclamo con bonarietà meridionale” No..non è quello…Ve lo dirò io…E’ una certa cosa che vi acchiappa qui….mettendosi la mano in testa come per girarsela. E che vi afferra il cervello e ve lo fa saltare fino a che vi pare che vi debba scappar fuori dalla testa. Poi scende nello stomaco…vi pare di essere sul punto di svenire…vi par di morire….e si metteva tutte e due le mani sullo stomaco…Poi va ancora più giù…e le mani continuavano a scendere. Si sente un gran dolore e poi….bre…bre…brebre…brebre…sciogliendo le mani finiva la sua descrizione fisiologica con un gesto molto espressivo”.

A. Martino

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