L’AMMIRAGLIO, LA NATO E L’ITALIA CHE NON COMANDA PIÙ: CHI DIRIGE DAVVERO LE FORZE ARMATE ITALIANE?

La dichiarazione con cui l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Presidente del Comitato Militare della NATO, ha affermato al Financial Times, il 1º dicembre 2025, che l’Alleanza Atlantica sta valutando una postura più “proattiva” — comprendente anche la possibilità di azioni preventive — per fronteggiare quelle che definisce minacce di “guerra ibrida”, non solo mi ha fatto sobbalzare dalla sedia, ma ha riacceso in me l’interrogativo che, da anni, pongo al Paese attraverso i miei interventi sulla carta stampata: chi comanda oggi realmente le Forze Armate e la politica di difesa della nostra Nazione?

Il quesito è sempre lo stesso, semplice e tremendo: se il Comando Supremo delle Forze Armate, come stabilito dalla Costituzione, risieda ancora nel Presidente della Repubblica, oppure se, di fatto, a guidare l’indirizzo militare italiano siano ormai i vertici della NATO. Interrogativo tutt’altro che secondario — anzi, più pregnante che mai.

La dichiarazione di Cavo Dragone, infatti, colloca il nostro Paese, nei confronti della Russia, nel campo dei cosiddetti “falchi”. E non credo che ciò rispecchi pienamente l’attuale linea del Governo Meloni, non tanto per una sua autonoma convinzione quanto per una naturale osmosi rispetto ai desiderata del Presidente Trump. Del resto la Meloni, come dimostrato negli ultimi anni, si è sempre allineata agli interessi statunitensi: lo ha fatto con Biden nel primo anno di governo e lo sta facendo, ancora più coerentemente, in questi ultimi due anni di amministrazione MAGA.

Sorge allora spontanea la domanda: chi ha autorizzato il Presidente del Comitato Militare della NATO a rilasciare una dichiarazione di tale portata?

È bene ricordare che Cavo Dragone non è il Segretario Generale della NATO, bensì un consigliere militare di Mark Rutte. Per quale ragione, dunque, il Financial Times — e non un media politico o un think tank strategico — ha scelto proprio l’ammiraglio italiano per un’intervista su un tema tanto delicato?
E perché un quotidiano finanziario della City sente la necessità di intervenire su una questione così marcatamente geopolitico-militare?

Certo, qualcuno potrà rispondere che “esiste la libertà di stampa”. E altri invocheranno la coincidenza, l’occasione giornalistica. Ma io, come Andreotti, credo poco al caso: “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina.” E questa uscita improvvisa è tutto fuorché casuale.


IL CONTESTO: UNA PACE VICINA E SCOMODA

È giunta infatti proprio nel momento in cui la pace in Ucraina appare più vicina che mai, grazie ai 28 punti presentati dall’amministrazione Trump e accettati — sorprendentemente — anche dal Cremlino.

Punti che, se applicati, neutralizzerebbero alla radice ogni futura velleità russa verso Kiev o altri Paesi europei, garantendo finalmente un quadro di stabilità per Mosca e, di riflesso, per l’intero continente.

I 28 PUNTI (BOZZA) DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP

Nello specifico i 28 punti recitano:

  1. L’Ucraina manterrà la propria sovranità.
  2. Verrà concluso un accordo globale di non-aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Tutte le ambiguità degli ultimi trent’anni dovrebbero considerarsi superate.
  3. È previsto che la Russia non invada Paesi vicini e che la NATO non si espanda ulteriormente.
  4. Si aprirà un dialogo tra Russia e NATO, mediato dagli Stati Uniti, per affrontare le questioni di sicurezza, favorire la de-escalation, garantire la sicurezza globale e creare opportunità di cooperazione economica.
  5. All’Ucraina saranno date garanzie di sicurezza affidabili.
  6. Le Forze Armate ucraine verranno ridimensionate: il piano prevede un tetto di 600.000 uomini.
  7. L’Ucraina accetterà nella propria Costituzione di non aderire alla NATO; parallelamente, la NATO inserirà nei propri statuti una clausola che impedisca in futuro l’ingresso dell’Ucraina.
  8. La NATO non schiererà truppe in Ucraina.
  9. Gli aerei da combattimento europei potranno essere basati in Polonia.
  10. Gli Stati Uniti offriranno una “garanzia di sicurezza” per l’Ucraina: un attacco deliberato contro di essa sarebbe considerato una minaccia all’intera “comunità transatlantica”, con la possibilità di una risposta coordinata.
  11. L’Ucraina in attesa di adesione all’UE godrà di un accesso preferenziale al mercato europeo.
  12. Sarà istituito un pacchetto globale di misure per la ricostruzione dell’Ucraina: infrastrutture, gas, infrastrutture civili, risorse naturali. Un Fondo speciale di finanziamento sarà creato per questo scopo.
  13. L’economia russa subirà una ristrutturazione: sono previsti accordi di cooperazione economica a lungo termine con gli Stati Uniti, con la reintegrazione della Russia nel G8.
  14. Un ampio pacchetto finanziario per la ricostruzione dell’Ucraina: include l’utilizzo di beni russi congelati (con eventuali profitti condivisi), la partecipazione degli Usa e dell’Europa nei fondi di ricostruzione.
  15. Il documento prevede la fine delle sanzioni contro la Russia, come parte del processo di normalizzazione e cooperazione economica.
  16. Le zone contese (Donetsk, Luhansk, Crimea etc.) dovrebbero essere congelate come status quo: le forze russe manterrebbero il controllo sui territori occupati, stabilendo una linea di “frontiera de facto”.
  17. I confini così stabiliti non dovrebbero essere modificati con la forza in futuro — garanzia di “nessuna revisione tramite violenza”.
  18. L’Ucraina accetta di non dotarsi di armi nucleari, in linea con il Trattato di non proliferazione.
  19. La centrale nucleare di Zaporizhzhia sarà posta sotto supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e la sua energia sarà distribuita equamente fra Russia e Ucraina (50/50).
  20. Sarà istituita una commissione umanitaria per lo scambio di prigionieri, la liberazione di ostaggi e il rimpatrio di cittadini detenuti o trattenuti, inclusi minori.
  21. L’Ucraina dovrà indire elezioni nazionali entro 100 giorni dall’accordo.
  22. I crimini di guerra e altre controversie saranno soggetti ad amnistia generale nell’ambito dell’accordo di pace.
  23. La politica di neutralità ucraina sarà formalizzata — abbandono dell’idea di ingresso nella NATO in via definitiva.
  24. Le infrastrutture energetiche ucraine (gas, oleodotti, stoccaggi) saranno restaurate e gestite con la cooperazione internazionale; sarà rilanciata l’estrazione di risorse naturali.
  25. Gli aiuti economici, la ricostruzione delle zone devastate, la modernizzazione del Paese: l’Ucraina riceverà un piano di sviluppo globale coordinato da Usa ed Europa.
  26. Verrà instaurato un regime di cooperazione energetica e infrastrutturale con la Russia, sotto accordi di lungo termine, con la revoca delle sanzioni come parte del compromesso.
  27. Tutte le controversie territoriali dovranno essere risolte pacificamente, senza uso della forza, con il rispetto dei confini stabiliti.
  28. Qualsiasi futura adesione dell’Ucraina alla NATO sarà esclusa: la neutralità sarà sancita in modo permanente.

Ma l’accettazione di questa piattaforma equivarrebbe alla certificazione della sconfitta di tutti quei Paesi che, negli ultimi anni, hanno investito politicamente, economicamente e militarmente nella resistenza di Zelensky.
Ed è per questo che nazioni come Polonia, Francia e Regno Unito, più di ogni altra, non possono permettersi di accettarla: significherebbe il crollo dei loro sistemi politici ed economici.

Ed eccoci al nodo: ciò che pensano le attuali élite europee vale ormai ben poco di fronte al nuovo con-dominio russo-americano che si sta delineando.

E così, pur di salvare prerogative e prebende, le élite sono disposte a far saltare l’intero banco.

È in questo contesto che va letta la dichiarazione di Cavo Dragone: l’ennesimo tentativo di esacerbare gli animi, prolungare la guerra e creare un clima di tensione sufficiente a far fallire il negoziato.

E, a giudicare dalle notizie delle ultime ore, sembra proprio che il risultato sia stato ottenuto: la Russia ha dichiarato inaccettabili i punti americani.

Dunque, per le élite europee, come diceva Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza.”

Il problema — per loro, ma fortunatamente non per noi — è che non si sono accorte che oggi non esiste alcun equilibrio sul campo. E che prolungare il conflitto non può significare altro che far vincere la Russia più di quanto non abbia già vinto, creando così danni ancor maggiori alle nostre classi dirigenti.


L’ERRORE STORICO CLAMOROSO DELLE CANCELLERIE EUROPEE

La principale contestazione mossa al Cremlino riguarda la richiesta russa che la comunità internazionale riconosca la sovranità di Mosca su territori che la Russia rivendica pur non avendoli mai completamente conquistati.

Ebbene, questa osservazione rappresenta una delle più grandi ingenuità storico-diplomatiche mai sollevate — seconda solo alla teoria della “fine della storia” di Francis Fukuyama.

Quando un Paese vince una guerra, può chiedere — e storicamente ha sempre chiesto — l’annessione di territori anche non militarmente occupati.

E la storia europea degli ultimi 150 anni lo dimostra in modo inoppugnabile.


A) 1918 — La Germania costretta a cedere territori mai invasi

Il 9 novembre 1918, con la caduta dell’Impero di Guglielmo II e la fine della Prima Guerra Mondiale, la Germania — il cui territorio nazionale era quasi interamente libero da truppe straniere — dovette cedere enormi porzioni di territorio alla rinata Polonia:

  • tutta la Posnania
  • quasi tutta la Prussia Occidentale
  • il Corridoio Polacco
  • città come Grudziądz, Toruń, Bydgoszcz
  • parte dell’Alta Slesia (dopo plebiscito)

La Germania non era stata invasa, aveva perso solo la guerra.


B) 1866 — L’Italia ottenne il Veneto senza aver vinto una sola battaglia

Nella Terza Guerra d’Indipendenza l’Italia fu sconfitta:

  • a Custoza (24 giugno)
  • a Lissa (20 luglio)

Eppure ottenne il Veneto, non perché lo avesse conquistato, ma perché l’Austria fu travolta dalla Prussia a Sadowa.
Vienna, pur di chiudere il conflitto, lo cedette alla Francia, che a sua volta lo trasferì all’Italia.


LA MORALE

La Russia, piaccia o no, non chiede nulla di diverso da ciò che qualunque potenza vincitrice ha chiesto negli ultimi due secoli.

A meno che non si voglia ripetere l’errore della Germania nazista: rifiutare la realtà della sconfitta, con tutte le conseguenze politiche e territoriali che la storia ben ricorda.

In questo scenario, l’Italia avrebbe — e ha ancora — la possibilità di sfilarsi da un finale che, se portato alle estreme conseguenze, potrebbe essere devastante per noi.

Dunque la domanda resta: chi ha dato il via libera a Cavo Dragone per esternare quella sciocchezza?

Un militare di lungo corso, come l’ammiraglio prestato alla NATO, se deve compiere un’azione non la annuncia ai quattro venti: la attua nel silenzio del proprio mandato e sempre dietro ordine dei propri superiori.

Ora, chi siano i superiori di Cavo Dragone io lo so.

E so anche cosa pensi la stragrande maggioranza dei generali italiani in pensione di questa procedura (l’esatto opposto dell’ammiraglio). E credo lo sappiate anche voi.

E quindi, se tanto mi dà tanto, presto sapremo chi ringraziare per questo disastro annunciato.

Lorenzo Valloreja

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