LA GROENLANDIA NON APPARTIENE ALL’UNIONE EUROPEA. E ALLORA?….
D’accordo, la Danimarca è la ormai mezza padrona coloniale della Groenlandia e improvvisamente (mentre era a un passo dal concederle la totale indipendenza) si è resa conto di non poterne più fare a meno. E’ chiaro, come già suggerito dal direttore di questo giornale L. Valloreja, che l’indipendenza sarebbe stata un modo per alleggerire i suoi impegni assistenzialistici nella terra artica, e che Copenaghen contava quindi di aumentare le entrate (vedi sfruttamento delle materie prime in concessione) e diminuire le uscite.
La Danimarca affida gran parte del suo patrimonio iconico alla piccola statua ad altezza naturale della famosa sirenetta di Andersen: ci sono turisti delusi che, aspettandosi chissà che colosso in stile Lady Liberty, si ritrovano a fotografare un modesto mammoccio adagiato su un piccolo scoglio prospiciente il porto di Copenaghen. Essa è pure il paese della prima operazione per cambiare sesso (vedi il buon film The danish girl, 2015).

Si è arrivati quindi a questo psicodramma già anticipato da una richiesta di Trump nel primo mandato, per un discreto fanatismo ideologico e arcobalenico (non disgiunto da un inevitabile complesso di inferiorità)
che le elites dei paesi scandinavi e del Nord Europa estremo hanno a livelli per cui l’ Italia appare un paese “tradizionalista”, e un Presidente Trump quale una specie di demolitore dell’ ordine internazionale (ovvero dell’immutabilità come valore fondante degli stati, e della deriva transumanista). La concreta e asettica dinamica storica della Groenlandia nell’ ultimo mezzo secolo dimostra che l’ “Europa” ovvero l’eurocrazia è stata quasi costretta dallo staterello appendice nordica della Germania a intervenire, come una brava mamma chiamata in soccorso da un figlio insidiato da un bullo o da quello che il troppo educato e viziato pargolo vede tale; e che l’ Unione europea, con la Groenlandia non c’entra più o meno nulla (accordi economici e commerciali a parte in autonomia o per mezzo della Danimarca).
Nel referendum con cui, nel 1972, Copenaghen decise di entrare nella allora Comunità economica europea, il 70% dei groenlandesi (penso circa aventi diritto al voto) si proclamò contrario, ma in quel di Copenaghen gli elettori determinarono la vittoria dell’adesione e la Groenlandia dovette aderire.
Nel 1979, però, il Parlamento danese concesse alla Groenlandia l’autogoverno e al potere salì il partito socialdemocratico Siumut (“Avanti”, in groenlandese). Richiesto da questi signori, nel 1981, il parlamento danese decise di indire un nuovo referendum per decidere se la terra dei ghiacci (ora di meno) dovesse rimanere membro della Comunità europea oppure no. Il plebiscito, che si tenne nel 1983, si concluse col 53% dei groenlandesi favorevoli a quella che ora chiameremmo Groexit.
Argomenti molto usati dai favorevoli all’ uscita furono l’esigenza di gestirsi in autonomia la pesca (sembrava chissà che aver ottenuto l’autonomia dai danesi o più esattamente dalla corona danese), e l’estraneità verso il continente europeo: va bene la Danimarca che in fondo dal Medio Evo le aveva garantito, diciamo pure, progresso materiale e sicurezza interna (sottrazioni di minori a parte), ma non si riusciva proprio a vedere cosa essi groenlandesi avessero a vedere con italiani o spagnoli o olandesi.
Da allora iniziarono i negoziati con Bruxelles per definire tutti gli aspetti economici e pratici dell’abbandono, così come dovette fare Londra molti anni dopo; e che portarono al trattato sulla Groenlandia (1985). Esso configurò un territorio speciale di uno stato membro, con relazione speciale con la UE. Interesse economico preponderante fu la pesca: diritto di prelievo alla CEE ora UE per le flottiglie delle marinerie varie, e nessun dazio sul pescato groenlandese verso l’Europa.
La Groenlandia si impegna a non pregiudicare gli interessi europei.
A. Martino













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