LA DEMOCRAZIA A CORI: BELLA CIAO E BAVAGLIO. QUANDO LA POLITICA VIETA LE IDEE E CANTA PER NON PENSARE

Sono nato il 22 luglio 1975 e dunque ho ormai cinquant’anni suonati; inizio a essere francamente stanco nel constatare, da ex iscritto al MSI e al Fronte della Gioventù, che in ottant’anni di Repubblica italiana nulla sia realmente cambiato. Siamo, cioè, di nuovo al punto di partenza.

Il 22 giugno 1946 Palmiro Togliatti, all’epoca segretario del Partito Comunista Italiano e ministro Guardasigilli del primo governo De Gasperi, emanò l’amnistia con la quale si intendeva realizzare un “rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale”. L’amnistia comprendeva reati comuni e politici, inclusi quelli di collaborazionismo con il nemico e i reati connessi, ivi compreso il concorso in omicidio.

E stiamo parlando di un provvedimento varato da un governo di veri antifascisti: persone che non avevano conosciuto il fascismo attraverso una serie TV o un documentario, ma che erano state coeve di Mussolini, lo avevano combattuto e avevano pagato, fin dalla prima ora, la propria avversione al regime.

Ora, se uomini di questo calibro misero una pietra sopra quella storia a poco più di un mese dalla fine della Seconda guerra mondiale, non si comprende per quale motivo parlamentari odierni — eletti senza preferenze e che obiettivamente non sarebbero neppure degni di allacciare le scarpe a quegli uomini — si arroghino oggi il diritto di impedire l’esistenza, la manifestazione del pensiero e l’uso della parola a chi si riconosce in quella parte sconfitta che fu invece perdonata dai vari Togliatti e compagni.

Già, ma perché li perdonarono?

La risposta è semplice: perché la classe politica dell’epoca seguiva la logica, non le trombe da stadio.

In primo luogo perché gran parte della burocrazia italiana e dei settori più rilevanti degli apparati dello Stato erano stati fascisti. Nel 1940 gli iscritti al PNF erano circa 4 milioni e 700 mila e di questi circa 1 milione e 800 mila erano dipendenti pubblici: ministeri, scuola, forze armate, magistratura, enti centrali, INPS, ferrovie, poste, enti corporativi, aziende municipalizzate. Spesso per necessità di carriera, ma in una quota non irrilevante anche per convinzione borghese.

In secondo luogo perché gli ex repubblichini — coloro che avevano seguito Mussolini nell’avventura di Salò — votarono in massa, al referendum del 2 giugno, a favore della Repubblica. E si badi bene: la forma repubblicana prevalse per circa due milioni di voti di scarto, un dato che non poteva essere ignorato.

Nella stessa giornata si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente e, tra i padri costituenti, vi furono figure che, dai rispettivi partiti d’origine — immediatamente o negli anni successivi — approdarono alla più chiara espressione del neofascismo.

Si tratta dei deputati Mario Marino (Milano) e Guido Russo Perez (Palermo), eletti con il movimento dell’Uomo Qualunque di Giannini e successivamente confluiti nel Movimento Sociale Italiano, organizzazione politica che raccolse al proprio interno una parte significativa di coloro che avevano militato o ricoperto ruoli nella Repubblica Sociale Italiana.

Del resto, il barone Guido Russo Perez era stato già nel 1923 membro del primo direttorio del Fascio di Palermo del PNF e, nello stesso periodo, aveva diretto l’importante periodico fascista Il Veltro.

Ma questi due “qualunquisti” non furono gli unici ad approdare nell’orbita missina: qualche anno più tardi fece il proprio ingresso anche il deputato costituente monarchico Alfredo Covelli, a dimostrazione del fatto che, sebbene il neofascismo non avesse un proprio partito formalmente presente alla Costituente, esso fosse comunque un pensiero implicito in una parte dell’Assemblea.

È bene ricordare, infatti, che i costituenti sarebbero stati eletti con gli stessi nominativi anche qualora avesse vinto la Monarchia; essi avrebbero dunque redatto una Costituzione democratica avendo alle spalle non uno Stato repubblicano, ma monarchico.

Fatto sta che il clima nei confronti degli ex fascisti era talmente disteso che il Movimento Sociale Italiano nacque come organizzazione politica appena sei mesi dopo il referendum del 2 giugno, il 26 dicembre 1946, e alle elezioni politiche del 1948 riuscì immediatamente a eleggere sei deputati e un senatore, divenuti rispettivamente ventinove e nove alle politiche del 1953.

Senza contare che, grazie all’alleanza con i monarchici, alle elezioni amministrative del 1951 e 1952 il MSI conquistò città capoluogo come Napoli, Caserta, Lecce, Bari, Foggia, Reggio Calabria, Catania, Trapani, Latina, Pescara, Campobasso e Salerno.

I successi elettorali continuarono fino alla nascita della cosiddetta Grande Destra, ossia l’unione tra Partito Monarchico e Movimento Sociale Italiano, che nel 1972 diede vita al MSI-DN. In quell’anno il partito toccò il proprio record elettorale: 8,6% alla Camera dei deputati, con 56 eletti su 630, e 9,1% al Senato, con 26 senatori su 315.

Questa mole di voti fece sì che il Movimento Sociale fosse, per tutta la storia della Prima Repubblica, la quinta forza elettorale italiana, ponendolo nella condizione di risultare determinante in alcuni passaggi chiave: dall’elezione di Presidenti della Repubblica come Antonio Segni nel 1962 e Giovanni Leone nel 1971, fino all’elezione di presidenti di Regione come Silvio Milazzo in Sicilia nel 1959, sostenuto non solo dal MSI ma anche dal PSI e dal PCI, quest’ultimo con l’autorizzazione di Togliatti.

Determinante fu anche il ruolo del MSI il 25 marzo 1960 nella nascita del governo monocolore democristiano guidato da Fernando Tambroni.

Ed è qui che accadde qualcosa che fa il paio con il discorso iniziale e con quanto avvenuto nella sala stampa della Camera dei deputati venerdì 30 gennaio 2026.

Il 30 giugno 1960 fu impedito al Movimento Sociale Italiano di tenere il proprio congresso nazionale, programmato dal 2 al 4 luglio nella città di Genova, da parte degli stessi partiti che ne avevano consentito la nascita pacifica il 26 dicembre 1946.

La motivazione ufficiale fu che Genova, città Medaglia d’Oro della Resistenza, non potesse ospitare un simile congresso senza che ciò costituisse una provocazione alle istituzioni democratiche. La CGIL proclamò lo sciopero generale; migliaia di manifestanti — operai, portuali, studenti, ex partigiani — scesero in piazza. Gli scontri con la polizia furono durissimi: cariche, lacrimogeni, barricate. La città rimase paralizzata per ore.

A Genova, fortunatamente, non vi furono vittime. Ma nei giorni successivi, per impedire che il congresso si tenesse altrove, ci furono morti in altre regioni d’Italia.

Resta dunque incomprensibile perché a un partito che partecipava regolarmente alle elezioni democratiche fosse impedito di tenere un proprio congresso in una specifica città italiana.

Allo stesso modo, come nel 1960, al deputato della Lega Domenico Forgiuele, venerdì scorso, è stato impedito di tenere una conferenza stampa presso la Camera dei deputati, poiché tra i relatori invitati figuravano esponenti di CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani.

Soggetti che, nella fattispecie, risultano componenti del cosiddetto “Comitato Remigrazione e Riconquista”, impegnato nella raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione in Italia.

Nel corso della giornata esponenti di M5S, PD e AVS hanno invaso la sala stampa, circondando Forgiuele e impedendogli di parlare, cantando a squarciagola Bella Ciao e sovrapponendo le proprie dichiarazioni a quelle previste. All’esterno, esponenti di Più Europa e di altri gruppi inneggiavano a Giacomo Matteotti.

Morale della favola: conferenza annullata e il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, costretto a impedire l’ingresso a tutti gli ospiti previsti nella scaletta dell’intera giornata. Di fatto, neppure chi doveva recarsi a Montecitorio per altri motivi poté farlo.

Gli ospiti esclusi, nell’immediato, non trovarono di meglio che cantare l’Inno d’Italia. Come cittadino, assistere a questi due schieramenti che si fronteggiavano a colpi di canzoni mi ha suscitato una profonda tristezza: più che politica, sembrava una scena del film Fratelli d’Italia, con Massimo Boldi tifoso costretto a recarsi all’Olimpico travestito da ultras, salvo poi prenderle da entrambe le curve.

E mi chiedo: il Paese crolla sotto smottamenti, frane e mille emergenze reali, e questi — come militanti isterici — impediscono agli altri di parlare e di presentare disegni di legge. Dove siamo finiti?

Non si è d’accordo con la remigrazione? Benissimo.

In un Paese democratico è giusto manifestare in corteo, con slogan e tamburi. Ma non è accettabile entrare in un luogo istituzionale — tanto più se si tratta del Parlamento — per impedire a soggetti invitati da deputati eletti di esercitare il diritto alla manifestazione del proprio pensiero.

Se fosse accaduto il contrario, molti oggi starebbero probabilmente a marcire nelle patrie galere.

Tutto questo, ahimè, insegna una sola cosa: la Repubblica di questi partiti tollera, integra e utilizza una forza politica finché la ritiene utile o controllabile. Quando non lo è più, la delegittima — anche retroattivamente — per distrarre dall’idea o distruggerla.

Per fortuna, però, i cittadini sanno sempre cosa fare. E così, dopo tutto questo bailamme, il Comitato Remigrazione e Riconquista ha raccolto in meno di 24 ore le 50 mila firme online necessarie per presentare il disegno di legge.

Immagino ora la soddisfazione di coloro che cantavano dentro Montecitorio.

Ed è solo l’inizio. Perché, come diceva monsignor Colombo: «Con il popolo ci si sbatte sempre er grugno».

Lorenzo Valloreja

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