ECCO L’ITALIA CHE NON C’È PIÙ

Correva l’anno 1985. L’Italia era la quarta potenza economica su scala globale: eravamo subito dietro la Germania e davanti alla Francia e alla Gran Bretagna; d’altronde, della Cina e dell’India di oggi non c’era ancora neanche l’ombra.

Era l’anno in cui, con uno spot pubblicitario dell’Amaro Ramazzotti, nacque lo slogan “Milano da bere”, a rappresentare una città elegante, dinamica, ricca e piena di locali alla moda… in fondo, lo specchio di una Nazione che non solo cresceva in patria, ma si espandeva anche all’estero.

Ferrero e Barilla producevano e acquisivano stabilimenti fuori dai confini nazionali; la Fiat rafforzava la propria presenza in America Latina, acquisiva quote in aziende automobilistiche estere e sviluppava joint venture internazionali; la chimica italiana tentava una vera e propria espansione globale con il gruppo Montedison ed era plasticamente rappresentata dal mitico “Moro di Venezia”, che solcava sicuro le acque come l’Italia intera.

E, dulcis in fundo, il settore della moda, nel quale molte aziende medie aprivano stabilimenti in Europa e negli Stati Uniti, acquistavano marchi stranieri più piccoli e si internazionalizzavano tramite filiali commerciali; soprattutto, l’esplosione dei “Dodici Apostoli”, iconicamente rappresentati nel primo numero di Capital International — uscito in occasione di una grande campagna di promozione del Made in Italy organizzata da Bloomingdale’s a New York — all’ombra della Madonnina, per la prima e forse unica volta immortalati sorridenti tutti insieme: le grandi firme dell’Italia che stava conquistando il mondo.

Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paola Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferré, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino e Luciano Soprani.

La copertina di Capital International recitava: «Ecco l’Italia. A style for life» e mostrava in primo piano un sorridente Gianni Agnelli. Chi altri avrebbe potuto esserci, dopotutto?

E dopo quarant’anni, che cosa è rimasto di quell’Italia? Non è solo una questione economica. È una questione di controllo. E il controllo, oggi, non è più nostro.

Delle dodici maison poc’anzi citate, solo due sono ancora pienamente italiane: Armani e Versace. Tutte le altre non sono più sotto controllo italiano diretto — o non sono più marchi attivi nella loro forma originaria. Fendi è oggi parte del gruppo LVMH (francese); Valentino è controllato da investitori internazionali; gli altri nomi storici non mantengono più la proprietà italiana come un tempo.

Nella chimica le cose non vanno meglio. Il sogno di Raul Gardini si infranse in una calda mattina d’estate, con un colpo di pistola sparato da lui stesso, mentre la Prima Repubblica sprofondava sotto il peso dell’inchiesta di Mani Pulite.

Di lì a poco, con lo scioglimento dell’IRI, Parmalat, Star, Pernigotti e Galbani passarono sotto bandiere straniere. E, quel che è peggio, con la morte dell’Avvocato Gianni Agnelli nel 2003 prima e di Sergio Marchionne nel 2018 poi, il nuovo corso dei “cittadini del mondo” Elkann ha lentamente ma inesorabilmente scelto di ridimensionare la centralità industriale italiana del gruppo.

Oggi la Fiat non esiste più come entità autonoma, il gruppo Stellantis è un conglomerato multinazionale e la botta finale rischia di arrivare dall’editoria: il gruppo GEDI, di proprietà della famiglia Elkann — che controlla quotidiani come la Repubblica, La Stampa e La Sentinella del Canavese, periodici come Limes e National Geographic, emittenti radiofoniche come Radio Deejay, Radio Capital e Radio m2o, e siti d’informazione come HuffPost Italia — sarebbe destinato alla vendita a un investitore straniero, l’armatore Theodore Kyriakou, proprietario del gruppo greco Antenna, tra i cui principali azionisti figura il principe ereditario Mohammed bin Salman.

È la prima volta che una parte così rilevante dell’editoria italiana verrebbe ceduta a un gruppo estero. E questo, francamente, non è un bel segnale.

Anche perché — diciamolo con onestà — in un Paese come l’Italia, dove si legge poco, l’editoria è un settore economicamente fragile, spesso incapace di reggersi esclusivamente su logiche di mercato. Non è un comparto che garantisce grandi margini industriali; al contrario, richiede capitali pazienti e disponibilità a sopportare perdite.

Per questo motivo, chi vi investe raramente lo fa soltanto per ritorni economici. L’editoria, storicamente, è anche uno strumento di influenza: serve a costruire relazioni, a consolidare posizionamenti, a dialogare con il potere politico e amministrativo. In alcuni contesti territoriali, gruppi economici fortemente dipendenti dalla spesa pubblica hanno affiancato alle proprie attività imprenditoriali il controllo di mezzi d’informazione locali, creando intrecci che sollevano interrogativi legittimi.

Non è una teoria complottistica, ma una dinamica strutturale nota a chiunque conosca il sistema italiano. Ed è proprio per questo che la cessione di un grande gruppo editoriale a capitali esteri non può essere letta come una semplice operazione finanziaria: essa tocca il nodo delicato del rapporto tra informazione, potere e sovranità culturale.

È un tema che merita una riflessione seria, non slogan.

Infatti, se in passato abbiamo assistito a scontri interni, a lotte tra poteri economici e politici italiani — una guerra tra bande, per così dire — il baricentro restava comunque nel perimetro nazionale. Il controllo ultimo, nel bene o nel male, rimaneva in mani italiane.

Qui il piano cambia. Non si tratta di una semplice operazione finanziaria, ma dell’ingresso diretto di capitali provenienti da un’area geopolitica che utilizza da tempo strumenti di soft power per ampliare la propria influenza internazionale.

Il principe Mohammed bin Salman non è un benefattore disinteressato: guida una strategia globale di espansione economica e culturale. È legittimo, è politica internazionale. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se l’Italia debba consentire che un pezzo rilevante del proprio sistema informativo entri stabilmente in questa dinamica.

La Grande Moschea di Roma — la cui prima pietra fu posta negli anni Ottanta nell’ambito della strategia mediterranea italiana di dialogo con il mondo arabo — rappresentò allora un segnale di apertura e di diplomazia culturale. Oggi però il contesto è radicalmente cambiato. Il tema non è religioso, ma geopolitico: è il rapporto tra sovranità culturale, informazione e interessi strategici stranieri.

Per queste ragioni l’informazione non può essere considerata una merce qualunque.

So bene che la storia spesso sembra non insegnare nulla e so anche che l’Italia del 2026 non è più quella degli anni Ottanta… ma francamente a tutto c’è un limite.

Dunque il Governo è chiamato a una scelta chiara. Non si tratta di nazionalismo né di chiusura, ma di consapevolezza strategica. Quando in gioco c’è l’informazione, non è solo un asset economico a cambiare proprietà: è una parte della nostra sovranità culturale. La storia non si ripete mai allo stesso modo, ma presenta il conto. E quando si tratta di informazione, identità e autonomia culturale, l’Italia dovrebbe ricordarsi chi era — prima di decidere chi vuole diventare.

Lorenzo Valloreja

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