PER ESSERE GRANDI LEADER BISOGNA SAPER PERDERE. PERCHÉ È DAL FRUTTO CHE SI RICONOSCE L’ALBERO

Cristo, nei Vangeli, rivolgendosi alla folla, soleva insegnare che: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto”.
E, infatti, nella storia degli uomini c’è sempre un momento della verità. Un momento che ci mostra al mondo per quello che realmente siamo, per quello che forse neanche noi sappiamo di essere, ma che è innegabilmente la nostra vera natura.

Così, chi è coraggioso si mostra in tutta la propria forza, mentre chi è pavido si fa notare per la propria codardia.

Capita allora che anche politici discutibili come Benito Mussolini, dinanzi a queste prove della vita e della storia – come, ad esempio, il Delitto Matteotti, per il quale ancora oggi non è stata accertata in sede giudiziaria una responsabilità diretta del Duce, in relazione a Amerigo Dumini, esecutore materiale dell’omicidio del parlamentare socialista – abbiano mostrato la loro reale stoffa da leader.

Lo fece con queste parole: “Io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea (il Parlamento italiano), e al cospetto di tutto il popolo italiano, che assumo (io solo!) la responsabilità (politica! morale! storica!) di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non, invece, una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere (omissis), a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato”.

In questo passaggio, Mussolini non scarica le camicie nere per salvare il proprio governo di coalizione. Si assume, davanti a tutti, la responsabilità morale di quanto è accaduto.

Esattamente sessantasette anni dopo, un altro capo del governo, Bettino Craxi, sempre in Parlamento, tenne un discorso memorabile. In quell’occasione riconobbe la natura sistemica del finanziamento illecito ai partiti: “Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.

Anche in questo caso il leader non si sottrae alle proprie responsabilità. Fa però qualcosa in più: rispetto al Duce, chiama sul banco degli accusati non solo se stesso, ma l’intero sistema.

Nel 2016 fu poi la volta di Matteo Renzi. Perso il referendum costituzionale sul superamento del bicameralismo perfetto, sulla riduzione del numero dei senatori e sull’abolizione del CNEL, nella notte tra il 4 e il 5 dicembre convocò una conferenza stampa a Palazzo Chigi.

In quell’occasione riconobbe la sconfitta: “Oggi il popolo italiano ha parlato […] e allora mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta […] ho perso io, non voi […] Nella politica italiana non perde mai nessuno […] Credo che per cambiare questo sistema politico, in cui i leader sono sempre gli stessi e si scambiano gli incarichi ma non cambiano il Paese, non si possa far finta che tutti rimangano incollati alle proprie consuetudini prima ancora che alle proprie poltrone […] l’esperienza del mio governo finisce qui […] Viva l’Italia, in bocca al lupo a tutti noi”.

In un contesto democratico, privo degli antefatti drammatici che caratterizzano i due precedenti episodi, questo appare forse il passaggio più limpido. Vi è, infatti, una coerenza tra parole e conseguenze politiche.

Due mesi dopo, nel febbraio 2017, Renzi si dimise anche da segretario del Partito Democratico. Tuttavia, a distanza di dieci anni, quel precedente sembra essersi dissolto.

Dopo la sconfitta del fronte del Sì nella campagna referendaria per la separazione delle carriere dei giudici, Giorgia Meloni ha chiesto le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, del capo di gabinetto al Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, della vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino e del ministro del Turismo Daniela Santanchè, ottenendole.

Non perché le loro condotte non avessero creato imbarazzo al governo e al fronte del Sì, ma perché, se fino allo spoglio del 23 gennaio 2026 non erano state richieste dimissioni in maniera perentoria, risulta difficile comprendere la ragione di questa scelta successiva.

La decisione è stata letta da molti come un tentativo di attribuire la responsabilità della sconfitta ad altri.

Eppure, un leader, quando la crisi è evidente, non cerca di spostare l’attenzione. Si assume la responsabilità.

Anche perché, nei fatti, le due dimensioni non sono così separate.

La scelta di esporsi personalmente nella campagna referendaria – partecipando a trasmissioni televisive e format mediatici, da Mentana a Vespa, fino al podcast di Fedez e Marra – ha contribuito a spostare il confronto dal merito della riforma al piano personale.

Così come hanno inciso altre decisioni: la circolare per le scuole statali sui procedimenti disciplinari per docenti e dirigenti scolastici, o il collegamento del referendum al tema dell’immigrazione. Scelte che hanno prodotto effetti opposti a quelli attesi.

Scaricare la responsabilità su singoli esponenti, in questo contesto, non rafforza l’esecutivo. Semmai lo indebolisce.

Sarebbe stato più opportuno intervenire un anno prima, in tempi non sospetti. Così come, in un quadro internazionale mutato – dal passaggio da Biden a Trump – scelte diverse avrebbero potuto riguardare anche figure come Crosetto e Tajani. Non esistono uomini per tutte le stagioni.

Cambiare, invece, a un anno dalle elezioni politiche appare controproducente. Anche perché il clima sociale e politico si annuncia teso: Landini lo ha già detto, non sarà un autunno caldo ma un anno caldo. Il centrosinistra, insieme all’ANM, si prepara a una fase di forte pressione politica e istituzionale.

A questo punto, una delle opzioni possibili sarebbe quella delle dimissioni, come fece Matteo Renzi, per tentare un ritorno immediato alle urne, sfruttando l’attuale legge elettorale che premia il vincitore.

In alternativa, qualora Sergio Mattarella non concedesse lo scioglimento delle Camere – ipotesi che, verosimilmente, è già stata oggetto di valutazioni informali tra il Quirinale e Palazzo Chigi – si aprirebbe la strada a un nuovo governo all’interno dell’attuale Parlamento.

Un esecutivo di questo tipo, eventualmente anche nella forma di un “Conte ter”, avrebbe un effetto preciso: quello di stanare le quinte colonne.

In un simile scenario, infatti, tutte le forze politiche e i cosiddetti “volenterosi” sarebbero chiamati a misurarsi direttamente con le responsabilità di governo, finendo inevitabilmente per scontrarsi, nel giro di pochi mesi, con le crisi diplomatiche ed economiche in atto.

Ma per compiere un passo del genere servono qualità che, allo stato attuale, non sembrano emergere con chiarezza.

Certo, Andreotti diceva: “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Ma quello era il Divo. E di giganti, oggi, non se ne vedono.

Lorenzo Valloreja

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