HO VISTO CON ATTENZIONE IL FILM TOTO’ DIABOLICUS, E CREDO DI POTER AFFERMARE CHE IL FUMETTO GLI DEVE PIU’ DI QUALCOSA.

Già ricordai che il film Totò Diabolicus, lavorato a febbraio del 1962 per la regia di Steno (al secolo Stefano Vanzina), non è affatto una parodia del personaggio creato dalle sorelle Giussani il cui primo albo uscì nelle edicole dell’Italia del boom economico, esattamente la mattina di Ognissanti (ovvero del primo di novembre) del medesimo anno.

Totò diabolicus è probabilmente la pellicola più complicata del grande Totò; sicuramente, tra le più impegnative e un vero e proprio saggio delle capacità artistiche del Principe Antonio De Curtis nel quale riesce a interpretare sei personaggi differenti con caratterizzazioni l’una lontana dall’altra.

Trattandosi pur sempre di un film di Totò, anche se la trama è insolitamente efferata e amorale, il thriller ben costruito e persino complicato mescola inevitabilmente il registro noir con quello brillante e a tratti farsesco.

Trovo semplicemente memorabili e da storia del cinema non solo italiano la caricatura del chirurgo capace di accingersi a operare senza occhiali, e quella dell’alto ufficiale delle Camicie nere che vive come se il fascismo non sia caduto.  

La storia consiste nell’ assassinio di tre fratelli e della sorella (tutti insolitamente, almeno per l’epoca, senza figli) da parte di un nobile alquanto debosciato che così spera di entrare in possesso di tutta l’eredità paterna. Un antenato cinematografico si potrebbe agevolmente individuare in Sangue blu interpretato da Alec Guinness (1949).

Relativamente alla scelta del nome, però, vi è qualcosa di molto più concreto e reale ovvero un omicidio avvenuto a Torino nel 1958 e tuttora impunito quanto misterioso, in cui il criminale si firmò su un biglietto lasciato sulla scena del delitto, con gusto cinematografico, Diabolich. E qui abbiamo a sua volta un tributo molto probabile al romanzo Uccidevano di notte dell’ormai dimenticato operaio del Giallo Bill Skyline (al secolo Italo Fasan) il cui protagonista si fa appunto chiamare Diabolic (senza la acca finale).

Insomma, sarà pure la pantera imbalsamata dell’isola del Dottor King detta Diabolik  a dare al futuro principe del crimine l’idea di come chiamarsi (il ragazzo è d’altronde un senza nome in quanto figlio di non si sa chi), ma di certo Angela Giussani avrà di originalissimo, solo l’idea della cappa finale in onore di quell’ Immanuel Kant oggetto della sua tesina di maturità magistrale.

Filologia sul nome Diabolik a parte, avendo visto tutto Totò Diabolicus con attenzione e con un minimo di considerazioni cronologiche, credo proprio che l’influenza di Totò sulla fantastica creatura del fumetto italiano che tanto successo ancora riscuote, sia stato determinante. Ciò senza nulla togliere alla creatività e rielaborazione vulcanica delle sorelle Giussani, che deve d’altronde già alla narrativa delinquenziale di lusso francese (Arsenio Lupin e Fantomas in primis).

Sono infatti secondo me innegabili come indizi multipli l’uso del pugnale; di una tuta nera totalmente coprente, farsesca scritta Diabolicus a parte; le maschere ultrasottili e straordinariamente somiglianti a una determinata persona con relativa sostituzione; l’azione criminosa solitamente notturna; lo sviluppo narrativo complicato e appunto da mente diabolica.

Ma una sorta di correttezza popculturale e cinematografica al tempo stesso non senza una punta di snobismo e supponenza settentrionale, non poteva ammettere che uno dei principali successi del fumetto italiano figlio delle sorelle Giussani (pezzo costoro, della Milano bene) abbia potuto essere influenzato da una pellicola di quello che secondo qualcuno, era solo un guitto napoletano di successo.

I tempi parrebbero però cambiati, e forse sarebbe il momento per riconoscere a Totò (e a Steno) quanto loro spetta: non si tratta ovviamente di soldi a un qualche erede o non so quale carta bollata, ma solo di un po’ di onesta intellettuale da parte di qualche addetto ai lavori dei giornaloni o della RAI.    

A. Martino

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