DALL’ ORO E ARGENTO DI NAPOLEONE ALLA STAMPERIA DELLA BCE. PRIMA PARTE : LA RAPINA DELL’ORO DELLE DUE SICILIE E L’UNIONE MONETARIA LATINA.

Pensiero Unico, Stato Unico, Moneta unica, Finanza Unica : non si può non predisporre una seria analisi storica, se si vuole capire e interpretare il Nemico della civiltà “occidentale” ben più pericoloso del cambiamento climatico o della cosiddetta minaccia islamica. Anche perché solo così, potremo rendere conto delle nostre certezze e consapevolezze “sovraniste” dinanzi all’ interlocutore pensierounicista e adepto del mondialismo per cui siamo solo “avvelenatori dei pozzi dell’ informazione”, “fabbricanti” o “diffusori di fake news”, se non addirittura “ trolls russi”.

Quindi, anche nella inevitabile sinteticità e non completezza del taglio giornalistico e di divulgazione militante, per capire come si sia arrivati alla colossale mistificazione del mezzo di pagamento che è nelle nostre tasche detto “euro”, sarà necessario più di un intervento. E prenderemo le mosse, non certo dall’archeologia finanziaria e numismatica delle prime monete apparse nell’ Asia minore antica di colonizzazione ellenica, o dai primi sintomi della Grande Truffa dei popoli con le prime banconote in Inghilterra o Francia, ma dall’epoca napoleonica (qualche settimana fa, storicamente parlando) sì. 

Per l’esattezza, da quel 28 marzo 1803 (7 germinale per il calendario rivoluzionario), in cui il Primo console (futuro imperatore dei francesi) introdusse il cosiddetto “franco germinale”. Questa valuta divisa in centesimi (il rublo russo già da anni lo era grazie alla grande Caterina) era basata su un sistema “bimetallico” in cui avevano corso legale secondo precise proporzioni  di peso e valore tanto l’oro quanto l’argento, ma in fondo anche il rame. Insomma: per una piccola moneta d’oro da venti franchi ( il “napoleone” francese da 5,85 grammi di oro puro meglio noto da noi come “marengo”) sarebbero necessitate quattro grosse monete d’argento da cinque franchi ognuna delle quali contenenti ventidue grammi e mezzo puri del metallo prezioso “cadetto”.  E il rame, prevalente nelle tasche del popolo quanto pressocché esclusivo in quelle del proletariato? Una moneta da cinque centesimi pesava cinque grammi, quindi per arrivare al fatidico marengo ci sarebbero voluti ben quattrocento pezzi da cinque centesimi , cioè ben due kilogrammi di rame: certo, una discreta zavorra da portarsi dietro, ma una osservazione empirica molto interessante possiamo già farla . Attualmente, il valore dell’oro si aggira sui trentottomila euro al Kilogrammo, mentre quello del rame oscilla tra i cinque e i sette euro al kg; e quello dell’argento sui 400/450 euro. Quindi, tra tutte le vicissitudini (e tragedie) che andremo a ripercorrere, l’ economia e i fondamentali finanziari sono diventati sempre più astratti e cartacei se non addirittura virtuali, ma l’oro non solo ha assolutamente  mantenuto il suo valore anzi lo ha grandemente rafforzato. Oggi, un ipotetico baratto tra rame e oro avverrebbe sulla base di circa seimila Kilogrammi (sei tonnellate di rame) per un “misero” kilo di oro ! E rispetto ai 15,5 grammi di argento proporzionali a un grammo di oro del sistema dell’ Unione Monetaria Latina, il rapporto sancito attualmente dal mercato è del quintuplo/sestuplo a favore del biondo metallo.

Ovviamente, fedi di deposito, note di pegno e l’incipiente circolazione della moneta bancaria cartacea ma ovviamente garantita dai metalli preziosi, impediva ai più scaltri e avveduti di andarsene in giro con bisacce pesantissime, oltretutto in balìa di malintenzionati, truffatori e briganti vari.

Eclissatasi la travolgente epopea napoleonica, la tanto vituperata Restaurazione non “riportò indietro le lancette dell’ orologio” ma specialmente in Francia mantenne il meglio e il più razionale dell’esperienza rivoluzionaria e bonapartista, e il franco di Francia sopravvisse con tutto il relativo sistema bimetallico; sopravvisse anche nella restaurata monarchia sabauda di Piemonte (già puramente e semplicemente annesso all’Impero francese) come “nuova lira”, e fu reintrodotto tanto in Svizzera quanto in Belgio tra gli anni trenta e cinquanta dell’ Ottocento quale “franco svizzero” e “franco belga”. Le ben a noi note vicende dell’unificazione italiana fecero sì che in ben quattro stati tra cui una superpotenza mondiale quale la Francia e uno stato europeo non certo da poco quale l’ Italia, circolassero pezzi monetari praticamente equivalenti, dalle identiche logiche finanziarie, anche se con emblemi e ritratti diversi .

A questo punto, un approfondomento sulla specifica situazione italiana dobbiamo assolutamente farlo.

Erano gli anni del cosiddetto Risorgimento : grandi idee e sogni secondo il politicamente corretto dell’ epoca (libertà, lotta ai tiranni e ai preti, indipendenza e tutto l’arsenale del romanticismo) lautamente finanziato da Loggia e dintorni. Ovviamente, però, ogni investimento deve avere il suo profitto, e nel nostro caso questo si chiama principalmente “Regno delle Due Sicilie”. Tralasciando gli aspetti più prettamente politici, culturali e commerciali, è negabile solo da forzati apologeti a tutti i costi, che per quello che poi è diventato sprezzantemente il Sud, un tempo regno indipendente, l’unità nazionale è stata una apocalisse finanziaria e monetaria. Il Regno delle Due Sicilie, infatti e un po’ pateticamente, ancora non conosceva l’uso della banconota, ma solo delle fedi di deposito: un ducato era fisicamente costituito dal suo bravo grammo e un quarto d’oro, e da tutta una complicata pletora di multipli e sottomultipli in oro, argento e rame. Punto e basta.

Purtroppo per il Regno stesso e soprattutto i suoi sudditi (lo dico a causa dell’ innegabile inettitudine, viltà e tradimento della sua classe dirigente compresa la stessa Corte borbonica) i 443,2 milioni di lire oro del Banco delle Due Sicilie apparivano una specie di tesoro da favola sorvegliato da quattro rimbambiti e paciocconi, da neutralizzare con qualche storiella sull’ Italia unita ecc. Dico questo perché è semplicemente impressionante che contemporaneamente in Piemonte-Sardegna lo stato contasse su appena 27 milioni di lire oro, cosa misera persino dinanzi ai 90,6 a disposizione del Santo Padre. E i ducati di Parma-Piacenza e Modena messi assieme, oggi terre di apprezzatissime eccellenze enogastronomiche oltre che della Ferrari, erano probabilmente inferiori finanziariamente a qualche khanato dell’Asia centrale non ancora soggetto ai russi, col loro 1,6.

 Teniamo presente inoltre che Cavour aveva autorizzato la circolazione cartacea in ragione (peraltro teorica e auspicata) di tre lire cartacee ogni lira d’oro. I caveaux di Napoli e Palermo furono già abbastanza depredati con semplici tratti di penna dell’ Eroe dei due mondi o di un suo proconsole, mentre il povero Banco delle due Sicilie fu nemmeno ridenominato, ma spezzato in Banco di Napoli e in Banco di Sicilia, umiliato col divieto di disporre di tali nonostante tutto, ancora enormi giacenze auree. Per il semplice motivo che se le due banche nate dalle ceneri della opulenta banca borbonica si fossero messe a stampare banconote nel rapporto carta/oro suddetto di tre a uno, l’egemonia finanziaria delle ex Due Sicilie sarebbe stata schiacciante. Ma la Banca Nazionale degli Stati Sardi (futura Banca d’ Italia, come vedremo) riuscì ad arraffare solo parte di tale immensa risorsa, ostacolata da Credito Mobiliare di Torino o Cassa Generale di Genova ecc. specificamente creati per drenare ricchezza verso nord. Altro dato da acquisire, e che dovrebbe farci riflettere: la perdita di qualunque sovranità e indipendenza per motivi puramente legati a fattori ideologici in voga, porta effetti disastrosi difficilmente sanabili anche dopo secoli. Le elites promotrici invece, se ne avvantaggeranno sempre perché sempre sanno quello che vogliono a breve, medio, e lungo temine.

Ma specificità italiane a parte, la nascita dell’ Unione monetaria latina nel 1865 non fu una una alchimia truffaldina politico-finanziaria o un punto di arrivo di gruppi di pressione o di potere occulto, bensì una sensata agevolazione commerciale e razionalizzazione finanziaria, grazie alla quale cento lire italiane col ritratto di Vittorio Emanuele II  erano tranquillamente spendibili o convertibili in carta a Bruxelles come se fossero cento franchi belgi, o a Parigi come se fossero moneta con l’effige di Napoleone III. Altri Paesi aderirono tra cui la Spagna, e relativamente all’oro, l’Austria.  Certo, il baricentro finanziario di tutto il sistema era pur sempre la Francia, e purtroppo, grazie alla smania di grandezza di Napoleone III, ma in fondo prettamente francese, l’ equilibrio ben presto cominciò a incrinarsi, e soprattutto uno strumento di crescita, pace e prosperità si creò dei nemici.

Nel 1867, infatti, l’ultimo Bonaparte coronato convocò una assise praticamente di tutti gli stati del mondo di peso all’epoca, compresi gli USA , sperando in un allargamento planetario della UML, e quindi varare in pratica la moneta universale : ma non se ne fece un bel nulla. Gli inglesi infatti , diffidenti della chiara insidia allo strapotere della City, influenzarono  soprattutto gli Stati Uniti insinuando che la UML non era affatto una garanzia di stabilità finanziaria, anzi. In Italia, effettivamente, a causa dell’elevatissimo debito pubblico aggravatosi con la guerra del 1866, si era introdotto il corso forzoso (cioè la non convertibilità della lira), pur come misura di emergenza temporanea : un fiume di banconote quindi, scorreva per il neonato regno, provocando il singolare fenomeno della “migrazione” della moneta “buona” verso la Francia con relativa inflazione. Altro grande colpo alla coesione e credibilità del sistema fu il crollo del prezzo dell’argento, che costrinse a praticamente sospendere la coniazione dell’argento non incentivandola affatto, proprio per non alimentare l’inflazione . Il sistema agli albori del nuovo secolo era ormai di fatto, basato solo sull’ oro, e l’argento coniato rallegra ancora l’occhio del numismatico, ma ormai era solo un mezzo di pagamento fiduciario cioè valido esclusivamente per il corso legale imposto dall’ autorità statale.

Ma vi è una data importante per l’Italia : il 1893. Viene allora fondata la Banca d’ Italia cui viene affidato il ruolo esclusivo di istituto di emissione, per l’esperienza del disastroso scandalo della Banca Romana: ma attenzione, fin dalla sua fondazione la Banca d’ Italia è una banca privata soggetta sì a una particolare disciplina e a particolari soggezioni all’ interesse pubblico, ma pur sempre una entità privata. Essa risultava dalla fusione di Banca Nazionale (erede di Banca Nazionale degli Stati sardi) e di altri due istituti minori.

Prima di essa e con essa, la convertibilità della lira in oro si ha solo , come abbiamo visto, per periodi e facendo gli “scongiuri” da bravi italiani, sperando cioè che non vi sia la corsa del risparmiatore allo sportello, E anche quando nel 1902 fu raggiunta la “parità lira-oro” questa era al tetto arbitrario di appena il 40% , e ci si guardò bene dall’ ennesimo “bel gesto” della convertibilità. Insomma, fin dalla sua fondazione , lo Stato dell’ Italia unita evidenzia una sostanziale debolezza finanziaria dovuta a premesse sbagliate e predatorie al momento della sua edificazione. L’ adesione all’ Unione monetaria latina probabilmente evitò momenti di caos sovvertitori dell’ economia e di un minimo equilibrio finanziario grazie alla notevole presenza di moneta “buona” in argento e soprattutto in oro, ma l’altissimo livello di debito pubblico ereditato dallo stato piemontese per la sua aggressività militare continuata dal Regno sabaudo , la sostanziale “scomparsa” dell’ oro borbonico, e la progressiva privatizzazione della proprietà della moneta, ponevano le basi dell’attuale realtà.

Il cataclisma della prima guerra mondiale ovviamente gonfiò il valore di mercato dell’oro, e quando la UML fu ufficialmente sciolta nel 1926, di fatto era già finita da un pezzo, con tante altre illusioni positiviste circa un mondo unito e pacifico.     

ANTONIO MARTINO                                                           

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