L’ITALIA NON VOTA PIÙ. LA REPUBBLICA È CLINICAMENTE MORTA
Ora che il capitolo delle elezioni regionali è definitivamente chiuso — con un risultato peraltro da me ampiamente pronosticato, come testimoniato dai miei interventi televisivi su Notizie Oggi – Linea Sera e dagli articoli scritti in tempi non sospetti, ossia la riconferma di tutte le amministrazioni uscenti — possiamo finalmente trarre alcune considerazioni serie su ciò che è accaduto.
Solo
il 44,8% degli italiani chiamati alle urne si è
recato al seggio: un dato politicamente, questo sì, devastante. Parliamo di 10.637.167 cittadini rimasti a casa su un totale
di 19.282.944 iscritti alle liste elettorali.
E ciò che più colpisce non è la bassa affluenza delle solite regioni di cui
tanto si discute, ma quella dell’“efficientissimo” Veneto,
fermo a un misero 44,6%.
Come
se non bastasse, nei giorni scorsi è emersa un’altra notizia che si intreccia
perfettamente con questa crescente disaffezione verso la politica: il fascino sempre più diffuso della leadership autoritaria,
soprattutto tra i giovani. Un recente sondaggio europeo tra i ragazzi dai 16 ai
26 anni rivela che quasi un
quarto degli italiani (24%) si dichiara favorevole — in
determinate circostanze — a un regime autoritario.
Una tendenza che troviamo anche in altri Paesi europei e che indica un fenomeno
ormai strutturale: la sfiducia crescente nella
democrazia rappresentativa.
Ciò che solo pochi anni fa sarebbe apparso impensabile — mettere in discussione il sistema democratico — oggi non scandalizza più. Per molti giovani, una “leadership forte”, capace di decidere rapidamente e di imporsi sul caos politico, appare più desiderabile delle lentezze, delle indecisioni e delle paralisi dell’attuale sistema parlamentare. Non è adesione ideologica all’autocrazia: è il segno di un Paese — e di un continente — che non riesce più a spiegare alle nuove generazioni il valore delle proprie istituzioni.
È proprio in questo frangente che si riaccende quella che molti definiscono la mia “eresia monarchica”.
Il regime repubblicano — e in particolare quello parlamentare — affonda le sue radici nella Res Publica, l’interesse comune, la cosa che appartiene a tutti. Ma se alle prossime politiche del 2027 dovesse votare solo il 45% degli elettori, chi rappresenterebbe davvero quel Parlamento? E con quale legittimazione verrebbe eletto il nuovo Presidente della Repubblica? Certo, la Costituzione consente comunque l’elezione, ma si tratterebbe di una legittimazione meramente formale: quel Presidente rappresenterebbe non il popolo italiano, ma una minoranza certificata.
Da qui la crisi — ormai evidente — del sistema Repubblicano, Parlamentare e Democratico.
Una Monarchia parlamentare, invece, non soffrirebbe della stessa fragilità: il Sovrano, come nell’Antico Regime ma in versione moderna, potrebbe nominare il Primo Ministro e lasciare al Parlamento la verifica successiva della maggioranza.
Un meccanismo più stabile, meno esposto ai capricci dell’astensionismo e che — vale la pena ricordarlo — garantisce continuità e solidità in molti Paesi europei: Regno Unito, Spagna, Olanda, Svezia.
So bene che per alcuni questo ragionamento può sembrare provocatorio; ma la questione è molto più seria — e urgente — di quanto si voglia ammettere.
Giambattista
Vico, parlando dei corsi e ricorsi storici, ci avvertiva che le nazioni
attraversano cicli ricorrenti: fasi di ordine, fasi di disfacimento, e talvolta
l’emergere di poteri forti chiamati a ristabilire l’equilibrio.
Gustave Le Bon osservava che «le folle non desiderano la libertà: desiderano un
padrone».
E Alexis de Tocqueville ricordava che i popoli spesso accettano forme di
dispotismo come rimedio all’anarchia.
E l’Italia, oggi, vive esattamente questa condizione: anarchia morale, giuridica, politica e amministrativa.
- Ladri colti sul fatto e liberati dopo pochi minuti.
- Occupazioni abusive di case con proprietari impotenti.
- Titoli di studio svalutati da norme in continua mutazione.
- Tradizioni millenarie demonizzate in nome del politicamente corretto: presepi rimossi, crocifissi contestati, pietanze vietate nelle mense.
Il Paese cattolico per eccellenza vive un carnevale permanente da cinquant’anni. E, come sa ogni cattolico, dopo il carnevale arriva la quaresima, cioè la purificazione: e il Belpaese oggi ha più che mai bisogno di essere purificato.
Gli italiani percepiscono tutto questo. Ed è per questo che — sempre più spesso — sono disposti a rinunciare a una parte della propria libertà pur di vedere finalmente le cose funzionare.
Del resto, per chi non se ne fosse accorto, il countdown della storia è già iniziato:
- L’Unione Europea ha esalato l’ultimo respiro in Ucraina.
- Gli Stati Uniti hanno detto apertamente ciò che prima facevano solo nell’ombra.
- Russia e BRICS detengono ormai il peso economico globale.
E c’è ancora chi in Italia ragiona come se fossimo nel 1999, con l’euro appena entrato e una cieca fiducia nel progetto europeo.
Sveglia. La guerra è finita.
È tempo di togliersi l’elmetto e iniziare a correre nella savana del mondo, a piedi nudi e da soli. Perché — piaccia o no — nella giungla vige da sempre una sola legge: se non corri più veloce della gazzella, il leone ti divora.
Lorenzo Valloreja













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