DOPO 200 ANNI LE ÉLITE EUROPEE SI ACCORGONO CHE GLI STATI UNITI VOGLIONO LA GROENLANDIA. BUONGIORNO!

Sentire il premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, dire al presidente Trump: «Adesso basta!», in riferimento alla volontà degli Stati Uniti di annettersi la Groenlandia anche attraverso un’azione militare, mi ha suscitato più che tenerezza, pena. E questo perché conosco molto bene la situazione sul campo, che è – per dirla altrettanto chiaramente – disastrosa per gli inuit e per i danesi ivi presenti.

Parliamo di una comunità che ammonta a circa 56 mila abitanti, vale a dire poco più della popolazione del solo Comune di Civitavecchia, ma che detiene il più alto tasso di suicidi al mondo, collocandosi stabilmente al primo posto per questo tragico primato, con 80–100 casi ogni 100 mila abitanti. Ora, una popolazione di questo tipo: pensate davvero che sia disponibile a lottare fino in fondo per la propria autonomia e indipendenza da tutto e da tutti, tenendo presente che sul proprio territorio è già presente una base americana con circa 300 militari statunitensi armati di tutto punto?

Un’autonomia, quella attuale dal Regno di Danimarca, che è bene ricordarlo, è stata resa possibile proprio dal lavorio diplomatico e militare degli Stati Uniti. Già nel lontano 1867, subito dopo l’acquisto dell’Alaska dall’Impero russo, Washington aveva avanzato una proposta di acquisto, sotto la presidenza di Andrew Johnson, all’allora re Cristiano IX, per acquisire la “Terra sempre verde”. Proposta che fu rigettata immediatamente da Copenaghen e ripresentata una seconda volta nel 1946 dal presidente Harry Truman, per la cifra di 100 milioni di dollari in oro, anch’essa bocciata senza appello.

Ma quella del 1946 fu una bocciatura più dettata dall’orgoglio che da una reale capacità di difesa.

Infatti Washington voleva a tutti i costi quel possedimento danese per controllare completamente la rotta artica, giacché appena due anni prima era riuscita a far recidere dalla madrepatria un’altra isola fondamentale per il traffico tra quei ghiacci: l’Islanda.

Quest’ultima, all’epoca dell’occupazione nazista di Copenaghen, per sottrarsi alla presenza della Wehrmacht, fu prima occupata dagli inglesi nel 1940 e poi, nel 1941, dagli americani. Nel 1944, mentre la Danimarca era ancora sotto il giogo nazista, in Islanda venne indetto un referendum, con l’avvallo degli Stati Uniti, che proclamò la Repubblica interrompendo ogni legame con la monarchia danese. Gli USA riconobbero immediatamente il nuovo Stato che, dopo il secondo conflitto mondiale, pur non dotandosi di un proprio esercito nazionale, entrò nella NATO al solo fine di ospitare basi americane permanenti, garantendo così la sicurezza di Washington e la sopravvivenza stessa dello Stato islandese.

Nel medesimo periodo bellico, anche la Groenlandia fu occupata dagli americani per motivazioni analoghe a quelle islandesi. E, come nelle vicinanze di Reykjavik, anche a diverse centinaia di chilometri da Nuuk (capitale della Groenlandia) sorsero diverse basi statunitensi. Con una sola, sostanziale differenza: non venne promosso alcun referendum, forse perché si riteneva altamente probabile una futura vendita da parte del re Cristiano X. Venuta meno questa ipotesi, la Casa Bianca si sentì legittimata a negoziare direttamente con Nuuk, bypassando Copenhagen e finanziando infrastrutture, studi, collegamenti, aeroporti: in altre parole, rafforzando l’idea che la Groenlandia fosse un soggetto politico separato e dotato di una propria entità distinta.

Come può dunque oggi Jens Frederik Nielsen affermare: «Basta pressioni. Basta insinuazioni. Basta fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti alla discussione. Ma questo deve avvenire attraverso i canali appropriati e nel rispetto del diritto internazionale», quando egli stesso è parte integrante di un progetto che viene da lontano?

O, parafrasando il mio correggionale Ennio Flaiano: «L’insuccesso gli ha forse davvero dato alla testa».

Ma se il premier groenlandese mi ha suscitato pena, l’omologo e ufficiale protettore della Groenlandia, la danese Mette Frederiksen, mi ha ispirato pietà quando ha affermato: «Se gli Stati Uniti scegliessero di attaccare militarmente un altro Paese della NATO, allora tutto si fermerebbe. Compresa la nostra NATO e quindi il sistema di sicurezza istituito dalla fine della Seconda guerra mondiale. Farò tutto il possibile per impedire che ciò accada». Un’affermazione che sottintende un’ignoranza storica difficilmente giustificabile per un capo di governo, a meno che non si voglia ipotizzare la mala fede.

Infatti, cosa significa dire: «Se gli USA attaccano un Paese della NATO, finisce tutto»? Non è certo la prima volta che Stati membri dell’Alleanza Atlantica entrano in conflitto tra loro.

Il caso più noto è quello del conflitto greco-cipriota contro turco-cipriota, durato ben vent’anni, tra il 1955 e il 1974. Vi sono poi state le cosiddette “Guerre del merluzzo” (1958–1976) tra il Regno Unito e l’Islanda, con reali scontri navali, speronamenti, collisioni e intimidazioni armate tra navi militari. Non vi fu una dichiarazione formale di guerra, ma l’uso della forza sì. L’Islanda, Paese più debole, si rivolse al suo protettore americano minacciando l’uscita dalla NATO; Washington impose allora a Londra di cedere e dare ragione a Reykjavik. Fu uno dei pochi casi in cui uno Stato piccolo prevalse su una potenza nucleare.

Un terzo caso eclatante è quello che vide contrapposti Stati Uniti e Turchia in Siria nel 2016, quando Washington sosteneva e armava le milizie curde considerate terroristiche da Ankara. Le forze turche e quelle sostenute dagli USA finirono per affrontarsi direttamente con artiglieria, armi leggere e raid, causando vittime. Fu il primo vero caso di conflitto militare reale, seppur per procura, tra forze NATO.

Sempre la Turchia, tra il 2011 e il 2020, fu coinvolta in scontri indiretti multipli con altri alleati dell’Alleanza:

  • con il Canada (embargo militare dopo l’uso di armi in Libia);
  • con la Germania (incidenti tra navi e aerei);
  • con i Paesi Bassi (crisi diplomatica con minacce militari verbali);
  • con la Francia, culminata in uno scontro navale nel Mediterraneo, quando una fregata turca illuminò con il radar di tiro una nave francese, episodio definito da Parigi come atto ostile e che portò alla sospensione temporanea della cooperazione con Ankara.

Dunque, di che cosa stiamo parlando?

Come fece dire Shakespeare a Marcello nell’Amleto: «C’è qualcosa di marcio in Danimarca…»

E qui parliamo di una Nazione il cui olezzo ha superato da tempo la soglia di casa.

Il Paese della Sirenetta di Andersen conta appena sei milioni di abitanti; la sua popolazione è ormai di fatto bilingue danese/inglese e occupa il primo posto in Europa per fluidità e utilizzo dell’idioma anglosassone. Un Paese in cui, tra università e televisione, si parla prevalentemente inglese, mentre negli Stati Uniti l’80% della popolazione parla esclusivamente inglese, non per incapacità, ma semplicemente perché non ne sente il bisogno.

Quale volontà o identità nazionale può mai avere una simile comunità, tale da spingerla a lottare contro un impero – quello americano – che conta circa 348 milioni di abitanti?

Di questi, peraltro, circa il 5% si dichiara ideologicamente estremista e radicale, cioè disposto a morire per la propria patria: oltre 17 milioni di individui, quasi tre volte l’intera popolazione danese. E di questi, circa lo 0,8% appartiene già a milizie organizzate, pronte all’azione e, se necessario, al sacrificio estremo per la causa.

Alla luce di tutto ciò, appare francamente risibile il documento congiunto firmato da Macron, Merz, Meloni, Tusk, Sánchez, Starmer e dalla stessa Frederiksen, nel quale si afferma che: «Il Regno di Danimarca fa parte della NATO. La sicurezza nell’Artico deve essere garantita collettivamente, nel rispetto dei principi di sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini». È infatti evidente, per quanto detto fin qui, che la strategia di espansione territoriale statunitense è rimasta pressoché immutata dagli inizi dell’Ottocento a oggi.

Prima arriva “la proposta”, alla maniera del Padrino di Francis Ford Coppola, una di quelle “che non si possono rifiutare”; poi, se l’offerta viene declinata, si passa alle vie di fatto.

È stato così:

  • nel 1801, quando gli Stati Uniti, per difendere i propri commerci nel Mediterraneo e stanchi di pagare pesanti tributi al pascià di Tripoli Yusuf Karamanli, inviarono una squadriglia navale contro la Libia, con tanto di spedizione terrestre a Derna nel 1805, sconfiggendo i barbareschi e segnando di fatto l’inizio della proiezione globale della potenza statunitense;
  • nel 1803, quando il presidente Thomas Jefferson acquistò da Napoleone Bonaparte la Louisiana Purchase per 15 milioni di dollari dell’epoca, un territorio vasto circa 2.144.000 km², esteso dalla foce del Mississippi fino alle foreste del Canada, al costo di circa 7 dollari per km²: una delle più colossali operazioni geopolitiche della storia;
  • nel 1822, quando, sotto la presidenza di James Monroe (l’artefice della celebre Dottrina Monroe, ovvero del “giardino di casa” degli Stati Uniti), la American Colonization Society acquistò dai capi tribali locali la costa e il retroterra della futura Liberia, per insediarvi gli schiavi liberati provenienti dagli Stati Uniti. Un’operazione di colonizzazione asimmetrica che, dietro una facciata filantropica, nascondeva un progetto di espansione e influenza statunitense nel continente africano;
  • nel 1854, quando con il Manifesto di Ostenda i diplomatici americani affermarono apertamente che, qualora la Spagna avesse rifiutato di vendere Cuba (le prime offerte risalivano già al 1840 sotto James K. Polk e al 1850 sotto Franklin Pierce), gli Stati Uniti avrebbero avuto il diritto di impadronirsene con la forza per ragioni di sicurezza nazionale. Così, con la guerra ispano-americana del 1898, non solo misero le mani indirettamente su Cuba, ma acquisirono direttamente Porto Rico, Guam e le Filippine;
  • nel 1867, quando, come già ricordato, il presidente Andrew Johnson acquistò dallo zar Alessandro II l’intera Alaska per soli 7,2 milioni di dollari, pagandola circa 2 centesimi di dollaro per km², realizzando uno degli affari territoriali più vantaggiosi della storia, poiché l’Alaska sarebbe diventata uno degli asset strategici più preziosi degli Stati Uniti;
  • nel 1903, quando il territorio di Panama si separò dalla Colombia grazie al sostegno diretto degli Stati Uniti, che impedirono con la propria flotta qualsiasi intervento delle forze colombiane. Pochi giorni dopo l’indipendenza, Panama firmò con Washington un trattato che concedeva agli USA:
    • il controllo esclusivo della Zona del Canale di Panama;
    • una fascia territoriale larga circa 16 km da oceano a oceano;
    • diritti perpetui di amministrazione, difesa e intervento.

Fu, di fatto, la nascita di una colonia funzionale nel cuore del nuovo Stato.

Quando mai Washington ha rispettato un patto o un trattato che fosse per lei controproducente?
Al di là delle dichiarazioni solenni e delle intenzioni poetiche, la prassi di questi “pionieri”, fin dal primo passo nel Nuovo Mondo, è sempre stata quella dell’espansione verso Ovest, dell’andare oltre la frontiera.

Pensare oggi di fermarli – proprio nel momento in cui gli Stati Uniti si trovano in netto vantaggio rispetto ai loro clientes – è semplicemente folle, se non addirittura ingenuo.

Perché sì, oggi più che mai vale la legge del più forte. E un’Europa che non è mai esistita come entità unitaria e mai esisterà, composta da Stati e popoli che preferiscono abbronzarsi con la pelle degli altri, dove dovrebbe mai andare?

Una Nazione come gli Stati Uniti non può essere fermata da belle parole o da principi astratti, ma solo da una forza bruta superiore. E i francesi, gli italiani, i tedeschi, così come gli inglesi, non sono più i popoli della Prima e della Seconda guerra mondiale, né desiderano esserlo. Non accettano più l’idea del sacrificio collettivo; non riconoscono più la guerra come destino. Per loro la guerra è uno scandalo morale, una perturbazione del comfort a cui non intendono rinunciare.

Dunque, anche se l’Europa riuscisse – ipotesi già di per sé irrealistica – a unificarsi politicamente e a dotarsi di un apparato militare pari a quello statunitense, persino sul piano della deterrenza nucleare, non avrebbe comunque gli uomini, né numericamente né demograficamente, disposti a morire. Sarebbe quindi imbelle per carenza strutturale di risorse umane.

Non a caso pensatori come Yukio Mishima ed Ezra Pound affermarono rispettivamente: «Una vita che teme la morte è già morta» e «Se un uomo non è disposto a correre dei rischi per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o lui non vale nulla».

Tutto ciò è apparso evidente nel conflitto ucraino, dove si è continuato a finanziare Kiev con grande generosità perché a morire erano gli ucraini, non i finanziatori né i loro figli. Una scelta politicamente comoda, ma moralmente fragile, che ha messo a nudo tutta la crisi umana, politica e militare del Vecchio Continente.

Russi e ucraini continuano a combattere perché, dal punto di vista antropologico, sono speculari: per loro la guerra è tragica, ma non inconcepibile. Sono popoli abituati alla scarsità, che conoscono la morte come possibilità storica e accettano l’idea di perdere figli, fratelli e case per un principio.

Noi no.

Ed è per questo che la Danimarca è condannata a restare sola di fronte agli Stati Uniti e l’Unione Europea a dissolversi nell’ignominia e nel ridicolo, trascinata da una classe dirigente imbelle, egoista e cieca, talmente assuefatta ai propri privilegi da non comprendere nulla di quanto sta accadendo.

A questo punto, le certezze sono soltanto tre:

  1. La NATO finirà quando e se gli Stati Uniti decideranno di chiuderla con un proprio atto unilaterale, con la stessa disinvoltura con cui l’hanno creata e imposta ai loro clientes;
  2. La Groenlandia diventerà statunitense, nella migliore delle ipotesi con lo stacco di un assegno, nella peggiore attraverso un referendum pilotato dalla Casa Bianca;
  3. L’Unione Europea è definitivamente morta e sepolta, con grande soddisfazione di chi, come me, desidera che questa Nazione torni a camminare con le proprie gambe, in alto mare, usando la testa e non i piedi.

Il resto sono soltanto chiacchiere da salotto, utili a nascondere la batosta inflitta a chi ci ha voluti insabbiare fino al collo in Ucraina e altrove.

Lorenzo Valloreja

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