IRAN IN FIAMME, LA TEOCRAZIA CONTESTATA COME MAI PRIMA. E’ DI NUOVO L’ORA PER UN PAHLAVI?
Reza Pahlavi (che attualmente si qualifica semplicemente come “ex principe ereditario) è nato a Teheran nel 1960, primo dei quattro figli avuti dal padre Mohammad Reza Pahlavi nel suo terzo matrimonio nel 1959 con la ventunenne ragazza di ottima famiglia Farah Diba (casato di origini azere, nonno ambasciatore in Russia e padre ufficiale dell’esercito dopo studi francesi alla prestigiosa accademia militare di Saint-Cyr).

Reza Pahlavi ha anche una poco nota sorellastra nata dal primo sfortunato matrimonio (e divorzio relativo) dello Scià con la irrequieta quanto affascinante principessa egiziana Fawzia, ovvero la principessa Shahnaz.
Vi è un sottile filo che unisce Reza Pahlavi all’ Italia: l’aver frequentato sua madre l’ imperatrice vedova Farah una scuola italiana a Teheran, e soprattutto l’essere stato insignito nel 1974 della Gran Croce al merito della Repubblica italiana da parte del Presidente Giovanni Leone (onoreficenza più unica che rara, credo, per un quattordicenne straniero sia pure erede al trono). In Italia egli è impropriamente noto, specie fino a qualche anno fa, come Reza Ciro. Qualche anno fa, godé anche di una audizione parlamentare.
Purtroppo, un suo fratello e una sua sorella sono prematuramente scomparsi con atti volontari, a testimonianza dell’esilio non troppo dorato e psicologicamente tormentoso dei rampolli dell’ultima dinastia persiana fondata nel 1925 dall’ufficiale Reza Khan, che sostenuto dai britannici spodestò l’ultimo monarca Kadjar (dinastia che reggeva le sorti della Persia non ancora definita Iran da Reza Scià, sin dal 1785). Il quale Reza I potrebbe dirsi “monarca per caso” dato che nei progetti suoi e del Foreign Office vi era piuttosto l’edificazione di una repubblica; ma il timore (per nulla infondato considerata la sua futura politica) di una deriva secolarista alla turca spinse, quella volta, il potente clero musulmano sciita a premere per il mantenimento della monarchia trimillenaria.
Il travolgente dipanarsi della rivoluzione islamica, da semplici proteste di piazza sempre più imponenti e incontenibili, al rientro trionfale dell’ayatollah Ruhollah Komeini che per poco non incrociò in aeroporto la famiglia imperiale in partenza con la motivazione ufficiale delle cure oncologiche per lo Scià, colse Reza Pahlavi che ora avrebbe potuto essere Reza II Scia dell’ Iran, in un’accademia militare dell’ aviazione statunitense. Il decaduto erede al trono non rivedrà più la sua patria. Dopo la morte del padre, tremendamente deperito, nel 1980, e la scelta da adulto di stabilirsi negli USA a Potomac in Maryland da uomo di affari, il cordone ombelicale con la sua patria e l’interesse per le sorti del popolo iraniano, nemmeno negli anni in cui la repubblica islamica appariva inscalfibile e godere di grande favore popolare, mai sono venuti meno. All’epoca della guerra irano-irakena, si offrì inutilmente al governo islamico come pilota di caccia.
Innegabili in tutti questi lunghi anni, i suoi contatti con gli establishment sia ovviamente degli USA che di Israele. Sicuramente ciò gli ha garantito non solo visibilità e agibilità politica, ma anche sicurezza personale per sé e la sua famiglia (il principe Reza ha sposato Jasmine Etemad-Amini che gli ha dato tre figlie). Eppure, dicono che la sua scorta, quando va in giro, non sia per nulla visibile.
Contraddittoriamente alle accuse di tirannide rivolte al padre, il principe Reza è stato molto attivo nella rivendicazione dei diritti umani in Iran. D’altronde, diversamente non potrebbe essere, riconosce i gravi errori della monarchia che ne portarono alla caduta: “ Mio padre non era un tiranno, nel senso che non credeva nel dispotismo, e voleva portare l’Iran verso la democrazia. Non penso che fosse isolato dalla gente, o che non conoscesse la realtà del suo paese. Certo, ha commesso degli errori, il più grave è stato quello di svolgere un ruolo politicamente attivo, che istituzionalmente non gli spettava. Quanto alla Savak, è indubbio che vi furono casi di violenza, ma la violenza non fu mai una politica di Stato. I prigionieri politici? La maggioranza era il tipo di gente che ha poi preso in ostaggio gli americani all’ambasciata di Teheran, che ha fatto saltare la caserma dei marines in Libano, o dirottato il jet della TWA».
Che piaccia o no agli esponenti dell’opposizione repubblicana, Reza Pahlavi è in questo momento, in cui l’Iran è in fiamme dopo la scintilla delle proteste per il carovita e al centro di un epocale rimescolamento di carte geopolitiche, l’esponente dell’opposizione più in vista e prestigioso (dal retaggio controverso quanto si vuole ma appunto prestigioso quanto solo quello di un reale spodestato può esserlo).
Estraneo alla vita iraniana? Ma tanti altri punti di riferimento della diaspora iraniana non possono non esserlo, pena la loro libertà se non la loro vita. Basti pensare alla Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, appunto in giro per il mondo ma che non può mettere piede in Iran.
Sono personaggi sicuramente molto più spendibili presso il mondo radical-chic, ma assai meno evocativi e noti presso l’iraniano medio.
Di fatto, il suo appello di giorni fa ha avuto successo, ricordando proprio certe tecniche sobillatrici di Khomeini che diffondeva i suoi discorsi con audiocassette: “ Questo giovedì e venerdì, 8 e 9 gennaio, a partire dalle 20 in punto, ovunque vi troviate, per strada o anche dalle vostre case, vi invito a iniziare a intonare slogan esattamente a quest’ora. In base alla vostra risposta, annuncerò i prossimi inviti all’azione”.
Si dice pure, comunque, che i filmati con cori di rivoltosi che lo inneggiano, sarebbero diffusi dai pasdaran che così intenderebbero spaventare l’opposizione repubblicana.
Marionetta in mano a interessi stranieri? L’obiezione qui è più seria, ed è scioglibile solo con la messa alla prova. Il principe si propone quale guida di una transizione attraverso libere elezioni aperte a qualunque partito e un referendum (penso di scelta fra monarchia e repubblica). Vediamo intanto, cosa sortirà dall’imminente incontro tra Reza Pahlavi e Donald J.Trump.
Tale referendum ci fu già nel 1979, a coronamento della rivoluzione. A prescindere dalla strana maggioranza bulgara a favore della repubblica islamica (99,5%), il dogma della irripetibilità dei plebisciti (o referenda che dire si voglia) istituzionali è prettamente della nostra costituzione repubblicana. In Scozia ad esempio, hanno già votato due volte circa l’indipendenza e vorrebbero farlo una terza.
Il rancore che l’opposizione repubblicana ancora esterna verso la soluzione pahlaviana per il futuro dell’ Iran, è forse motivato dal timore che un referendum popolare lo premi?
Qui a L’Ortis, abbiamo sempre seguito, come verificabile, la situazione iraniana, anche con una certa preveggenza, come i lettori che non ricordino o già non ci seguissero, possono verificare.
Quindi ripeto, che tra un uomo o donna di George Soros e uno di Donald J.Trump, propendo nettamente per la seconda soluzione.
A. Martino













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