IL MARCIAPIEDE PULITO NON FA IL PAESE ETICO: LA SVIZZERA, STATO “SCINCIAPAJE”

C’era una volta O. Henry che, nel 1904, coniò il termine “Repubbliche delle Banane” per indicare quegli Stati – soprattutto dell’America Centrale e dei Caraibi – formalmente sovrani ma, di fatto, subordinati agli interessi economici della United Fruit Company (oggi Chiquita).

Negli anni Novanta del secolo scorso fu poi la volta dell’amministrazione Clinton, che introdusse l’espressione “Stati Canaglia” (rogue states) per designare una serie di Paesi – Iran, Corea del Nord, Libia, Siria e Cuba – accusati di finanziare il terrorismo internazionale, perseguire programmi di armi di distruzione di massa, violare sistematicamente i diritti umani e opporsi all’ordine internazionale liberale.

Nel 2001, infine, George W. Bush restringeva ulteriormente il campo, parlando di “Asse del Male” in riferimento a Iran, Iraq e Corea del Nord, trasformando una categoria politica in uno strumento di legittimazione ideologica del cosiddetto conflitto globale al terrorismo.

Ora, non pago di tanto progresso linguistico, il 5 giugno 2022 il genere umano, per bocca di quello “scienziato” di Alessandro Sallusti, ha arricchito ulteriormente il proprio vocabolario definendo il Cremlino un “Palazzo di Merda”.

Eppure, ad oggi, nessuno – e dico nessuno – ha mai coniato il termine “Stato di scinciapaje” per descrivere quelle entità statuali che, pur presentandosi come modelli di neutralità, legalità e stabilità, costruiscono una parte significativa della propria prosperità sull’ambiguità sistemica: opacità finanziaria, protezione di capitali illeciti, asimmetrie fiscali, irresponsabilità globale, nonché arbitrarietà legislativa e giuridica mista a una corruzione strisciante.

Ed è proprio con il neologismo “scinciapaje” che intendo appellare la Confederazione Elvetica, colpevole, a mio modesto parere, di aver dimostrato non solo che tutto il mondo è Paese, ma anche – e soprattutto – che esistono Stati i quali non esercitano il potere con la forza, bensì con l’elusione; non dominano con l’esercito, ma con le pieghe del diritto; e che risultano così profondamente corrotti nell’animo da poter consentire, con assoluta naturalezza, il passaggio di una notizia tanto grave quanto rivelatrice.

Mi riferisco al fatto che, guarda caso, 86 minuti prima che scoppiasse il tragico incendio alle Costellation, cioè nel pieno della notte di Capodanno, la legge cantonale sull’edilizia sia stata modificata a favore dei Comuni, rendendoli non più responsabili dei danni causati dalla violazione delle disposizioni di legge da parte dei proprietari degli edifici e dei loro rappresentanti.

In questo modo il Comune di Crans-Montana risulterà esonerato da responsabilità legali e risarcimenti per danni legati a violazioni delle norme edilizie e di sicurezza, mentre con ogni probabilità un uomo come Jacques Moretti potrà uscire dal carcere pagando una semplice cauzione di 400 mila franchi svizzeri (circa 430 mila euro), mentre centosedici ragazzi sono rimasti feriti e altri quaranta sono tragicamente morti, e dunque non potranno più fare ritorno alle loro famiglie.

L’Italia avrà pure mille difetti, ma il comandante Francesco Schettino, condannato a 16 anni di carcere per l’affondamento colposo della Costa Concordia, è ancora detenuto.

E pensare che, in quel lontano 13 gennaio 2012, le autorità e i media svizzeri avviarono critiche formali e informali contro il sistema di sicurezza marittima italiano, i controlli sulle navi da crociera, la gestione dell’emergenza e dei soccorsi, nonché il comportamento delle autorità italiane nel rilascio delle certificazioni.

Quotidiani come la Neue Zürcher Zeitung e il Tages-Anzeiger parlarono apertamente di superficialità italiana, cultura della deroga e tolleranza verso pratiche rischiose, come il cosiddetto “inchino”.

Se questo avvenne sul piano giornalistico, su quello assicurativo e finanziario la Svizzera – centrale nel settore assicurativo e riassicurativo – mise sotto la lente responsabilità civili, coperture, catene di comando e processi di certificazione.

In altri termini, la Svizzera, pur non coinvolta direttamente nel disastro, giudicò duramente il sistema italiano, ponendosi come osservatore “virtuoso” e utilizzando il caso per rafforzare la narrazione di un’Italia istituzionalmente fragile.

Il tutto si poteva riassumere in due parole: “non è successo in Italia, è successo perché è Italia”.
E ora che la disgrazia è accaduta a loro, per evidente pressappochismo e opacità amministrativa, se ne vorrebbero uscire con semplici scuse o con qualche lacrima?

No, non basta.

Non è sufficiente.

Perché sbagliare è umano, ma sbagliare con la puzza sotto il naso e con la convinzione di una presunta superiorità morale è semplicemente insopportabile.

Lorenzo Valloreja

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