IL SILENZIO È UNA FORMA DI INTELLIGENZA. E DE GREGORI LO SA
I grandi sono grandi proprio perché sono grandi, non perché recitano la parte dei grandi. E Francesco De Gregori, finito al centro delle polemiche per alcune dichiarazioni su Bruce Springsteen, ha mostrato ancora una volta — semmai ce ne fosse ancora bisogno — la stoffa che lo distingue da molti suoi colleghi. Affermando di provare «sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, forte della propria visibilità pubblica, si schiera in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali e di guerra», il cantautore romano ha ricordato una verità oggi quasi dimenticata: i temi complessi richiedono analisi e prudenza, non slogan pronunciati da un palco.
Del resto, De Gregori non appartiene a quella generazione di artisti che scoprono la politica per moda o per convenienza. Insieme a Venditti, De André, Gaber e Guccini, egli fa parte di quella stagione di cantautori che negli anni Settanta venivano definiti “impegnati”: uomini che la politica l’hanno vissuta, discussa e spesso contestata. Forse anche per questo, e per le inevitabili disillusioni maturate osservando l’evoluzione del Paese nei decenni successivi, tendono oggi a diffidare delle semplificazioni e delle verità gridate.
D’altronde sapete qual è la cosa che accomunava i cantautori impegnati ai criminali politici sia di destra che di sinistra? La speranza e la volontà di costruire un mondo diverso.
I primi si limitavano a cantarla, i secondi, per realizzarla, compivano rapine per finanziare la cosiddetta rivoluzione e, in qualche caso, anche omicidi e attentati. Ciò che li accomunava non erano certo i mezzi impiegati, né tantomeno le responsabilità morali e penali, ma il medesimo orizzonte ideale: la convinzione che fosse possibile rifondare radicalmente la società. Fintanto che l’abbaglio non colse tutti.
Così i primi, avendo soltanto perso tempo dietro una falsa musa, iniziarono a cantare altro: sentimenti, storie, introspezione. Gli altri, i delinquenti, rimasero soli con i loro crimini e continuarono a delinquere, questa volta soltanto per denaro e magari insieme a coloro che, fino a pochi anni prima, avrebbero semplicemente cercato di uccidersi a vicenda.
È stato il caso, ad esempio, emerso con l’inchiesta sul “Mondo di Mezzo”, dove un “nero” come Massimo Carminati si era messo in affari con un “rosso” come Salvatore Buzzi.
Lo so, può sembrare un paragone esagerato o persino fuorviante, ma la materia prima con cui entrambi quei mondi — i cantautori e i criminali politici — si muovevano e sognavano negli anni Settanta era la stessa: la politica. L’idea di un mondo migliore.
Una chimera che può fare molto male quando non si è attrezzati a riconoscerla. E De Gregori non solo è senz’altro attrezzato a riconoscerla, ma è anche abbastanza colto e intelligente da tacere persino su quest’ultima considerazione da me esposta, evitando di sembrare matto e di fare ancora più danni di quanti finora non ne siano già stati fatti.
Perché se è vero che ognuno di noi, in Italia, ha il diritto e in una certa misura anche il dovere di esprimere le proprie opinioni — e quindi anche i cantanti — è altrettanto innegabile che un artista, proprio a causa della propria popolarità, nel momento in cui si pronuncia su determinate questioni, anche qualora ne abbia contezza meno dell’omino seduto al bar davanti a una birra, possiede una capacità di influenzare le menti deboli e disarmate del pubblico tale da trasformarlo in una vera e propria “arma non convenzionale”.
Per questo motivo, tacere anziché pontificare su questioni che non si conoscono realmente è spesso la scelta più onesta che si possa compiere sul piano intellettuale.
Ad ognuno il proprio mestiere: agli analisti politici l’onere di analizzare le cose del mondo, ai cantanti quello di cantare, agli sportivi quello di parlare di sport e agli scienziati quello di fare scienza. Diversamente, non si eleva il dibattito pubblico: si rischia soltanto di fare danni.
Lorenzo Valloreja













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