IL 30 LUGLIO A CEUTA SONO ANDATE IN SCENA LE “MAROCCHINATE”
Italiani, spagnoli: una faccia, una razza. E così basta un Mondiale per distrarre la popolazione iberica, proprio come quella del Bel Paese, dai problemi reali e incombenti della Nazione. Tanto, per dirla alla Maccio Capatonda: «Che me ne frega a me… questa sera gioca la Nazionale!».
Peccato, però, che la realtà, prima o poi, presenti sempre il conto. Così, dopo l’euforia del 19 luglio 2026, quando le Furie Rosse hanno sconfitto l’Argentina di Messi nella finale del Mondiale disputata nel New Jersey, appena undici giorni dopo la Spagna si è risvegliata davanti a una nuova emergenza: la pressione migratoria su Ceuta, dove, secondo le ricostruzioni di queste ore, circa 60.000 persone si sono concentrate sul versante marocchino del confine, mentre circa 2.000 hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola.
Ma come mai tutto questo è accaduto proprio il 30 luglio?
Certo, la decisione del Governo Sánchez, nel corso del 2026, di dare il via a una straordinaria regolarizzazione degli stranieri già presenti irregolarmente in Spagna può avere avuto un peso, anche perché il piano dovrebbe riguardare circa 500.000 persone; ma questo non sembra sufficiente a giustificare un’azione di tale portata proprio il 30 luglio.
Perché non il 29? O, che ne so, il 31 luglio?
Casualità?
Per dirla con Pier Paolo Pasolini, no. O meglio: «Io so. Ma non ho le prove».
Perché, come spiegava lo stesso scrittore, il compito dell’intellettuale è quello di «seguire tutto ciò che succede, conoscere tutto ciò che se ne scrive, immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; coordinare fatti anche lontani, mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
Ed è proprio seguendo questo metodo che vale la pena interrogarsi su una coincidenza: il 30 luglio non è una data qualunque nella storia del Marocco.
In primo luogo, è la Festa del Trono (ʿĪd al-ʿArsh), la principale ricorrenza civile del Regno. Commemora l’intronizzazione di RE Mohammed VI nel 1999 ed è il momento dell’anno in cui il sovrano pronuncia il tradizionale Discorso del Trono, un intervento di altissimo valore politico, seguito dall’intero Paese. In questa occasione si svolgono parate militari, cerimonie ufficiali, concessioni di grazie reali e manifestazioni di lealtà alla monarchia.
La Festa del Trono, tuttavia, non nasce con Mohammed VI. Fu istituita nel 1933, durante il Protettorato francese, per celebrare il sultano Mohammed V. Nel tempo è divenuta uno dei simboli dell’identità nazionale marocchina e della continuità della monarchia. Ogni sovrano ha avuto la propria ricorrenza: con Hassan II cadeva il 3 marzo, con Mohammed V il 18 novembre, mentre con Mohammed VI è stata fissata al 30 luglio, giorno della sua intronizzazione.
L’attuale dinastia alawita non discende dagli Almoravidi. Tuttavia, si presenta come l’erede della lunga tradizione monarchica marocchina. La sua legittimazione deriva soprattutto dalla rivendicazione di essere una dinastia sceriffiana, cioè discendente da ʿAlī ibn Abī Ṭālib e da Fāṭima, figlia del profeta Maometto.
Gli Almoravidi, invece, hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione del Marocco medievale: fondarono Marrakech e contribuirono a dare al regno la sua futura centralità politica. Proprio il 30 luglio 1086, l’emiro Yusuf ibn Tashfin attraversò lo Stretto, sbarcando ad Algeciras per soccorrere i regni musulmani di al-Andalus contro l’avanzata di Alfonso VI di Castiglia. Pochi mesi dopo, il 23 ottobre 1086, gli Almoravidi ottennero la decisiva vittoria di Sagrajas (al-Zallaqa), arrestando temporaneamente la Reconquista cristiana.
Sempre il 30 luglio, ma questa volta nel 1369, il sultano nasride Muḥammad V di Granada riprese Algeciras, riportandola sotto il controllo musulmano.
Dunque, il 30 luglio, per i marocchini, è una data di straordinario valore simbolico, che richiama la monarchia, la storia nazionale e la memoria collettiva.
Ed è proprio il 30 luglio 2026, nel giorno della Festa del Trono, che migliaia di marocchini si concentrano lungo il confine di Ceuta e circa duemila tentano di raggiungere l’enclave spagnola.
Come negli sbarchi ad Algeciras di quasi mille anni fa, i marocchini sono stati chiamati all’azione. Non dal muezzin, certamente, ma da un tam-tam attraverso i social network.
E allora la domanda sorge spontanea:
Chi è il grande manovratore di questo tam-tam?
Anche qui, per logica deduzione, voglio azzardare un’ipotesi che ritengo molto fondata: il grande manovratore, in questo caso, è Donald Trump e, dunque, l’amministrazione americana.
Perché?
Perché, se la memoria non mi inganna, la Spagna di Sánchez è stata uno dei Paesi europei che ha assunto la posizione più netta contro l’intervento militare statunitense e israeliano contro l’Iran. In particolare, ha condannato gli attacchi come contrari al diritto internazionale; ha negato l’utilizzo delle basi congiunte di Rota e Morón per operazioni offensive contro l’Iran; ha resistito alle forti pressioni dell’amministrazione Trump, che ha anche minacciato ritorsioni commerciali nei confronti di Madrid.
Ora, secondo voi, Trump se la sarebbe fatta passare sotto il naso così, come se niente fosse? Con l’aggravante, del tutto non politica ma certamente personale, che durante la premiazione dell’ultimo Mondiale di calcio è stato praticamente snobbato dalla nazionale iberica?
A tal riguardo, si tenga presente che la monarchia marocchina è strettamente legata agli Stati Uniti e non si sarebbe mai permessa di avallare ciò che è successo se, a monte, gli USA non avessero dato il loro benestare.
Ora qualcuno potrebbe chiedermi come mai la Casa Bianca abbia deciso di punire Madrid proprio ieri. E anche qui bisogna essere attenti agli eventi e alle date.
Infatti, il 30 luglio è anche la data in cui l’Arabia Saudita si è fatta promotrice di un’iniziativa per la sicurezza del Mar Rosso, nel contesto della minaccia degli Houthi, i ribelli yemeniti che, per chi non lo ricordasse, sono alleati dell’Iran e, dunque, nemici giurati anche di Tel Aviv.
Israele, per la cui sicurezza la precedente amministrazione Trump aveva promosso la sottoscrizione degli Accordi di Abramo da parte delle monarchie del Golfo, unitamente alla monarchia marocchina.
Ed ecco, quindi, che il Marocco si salda al conflitto con l’Iran, conflitto rispetto al quale, agli occhi di Washington, Madrid sembra essere dalla parte di Teheran e per il quale, per molto meno, la Meloni si è vista biasimata dalla Casa Bianca.
Ma si sa, spesso gli omicidi eccellenti hanno più di un mandante, anche con interessi contrapposti o addirittura nemici tra loro; l’importante, però, è che il nemico comune muoia… E, in questo caso, a morire, perlomeno politicamente, dovrebbe essere proprio Pedro Sánchez.
Infatti, questo caos potrebbe rappresentare la mazzata finale per il leader socialista spagnolo, una mazzata che non farebbe piacere soltanto a Trump, ma forse anche a RE Felipe VI, il quale, in tutto questo tempo, deve aver veramente masticato amaro nel vedere che la sopravvivenza del Governo Sánchez dipende, in Parlamento, anche dai voti dei partiti separatisti catalani e baschi.
Oltre a ciò, potrebbe aver considerato il giovane primo ministro più un ostacolo che un aiuto per il Paese, tanto che, in più di un’occasione, il sovrano ha dovuto spendersi personalmente come ponte diplomatico all’estero nell’interesse della Spagna. E, infatti, stranamente, il 30 luglio, le forze di polizia e militari presenti a Ceuta erano, altrettanto stranamente, in sottoorganico.
Anche la forte iniziativa del Governo italiano, che, nelle ore immediatamente successive alla pressione migratoria su Ceuta, ha sospeso l’applicazione degli accordi di Schengen nei confronti della Spagna, va letta in una duplice chiave.
Da un lato, essa avrebbe avallato la linea americana, mettendo in forte difficoltà Sánchez e tentando così di ricucire i rapporti con la Casa Bianca; dall’altro, avrebbe perseguito un obiettivo di propaganda interna, cercando di fare concorrenza a Vannacci su questo tema.
Giacché, per chi non lo ricordasse, l’Italia non confina con la Spagna e gli immigrati provenienti dal Marocco, per arrivare da Ceuta nel nostro Paese, dovrebbero attraversare la Francia. Sarebbe stato quindi più coerente sospendere Schengen nei confronti della Francia oppure ipotizzare un loro arrivo in aereo o via mare. Ma nessun clandestino, come è noto, può imbarcarsi su un aereo di linea privo dei documenti necessari.
Infine, l’enclave di Ceuta ci mostra quanto siano utili gli hotspot in terra straniera. Giacché, se analizziamo seriamente la questione, è vero: i marocchini hanno praticamente occupato Ceuta, territorio spagnolo in Africa, creando non pochi disagi ai residenti. Ma, per arrivare nella Spagna continentale, devono pur sempre attraversare lo Stretto di Gibilterra.
E chi ce li porta?
Là sono e là restano, alla mercé dei militari del Paese terzo in cui sono arrivati, che, senza troppi complimenti, li stanno rispedendo al di là del filo spinato.
Altra cosa sarebbe stata se questi ultimi fossero sbarcati ad Algeciras, così come a Lampedusa o in una qualsiasi altra città del continente.
In definitiva, finché la questione serve ad abbattere Sánchez, poco importa. Il problema vero, invece, è se questa ondata migratoria dovesse inserirsi nella cosiddetta guerra ibrida, che potrebbe diventare veramente mondiale qualora, Dio non voglia, il conflitto con l’Iran dovesse saldarsi a quello in Ucraina.
Ma, per ora, non credo che siamo ancora a quel livello.
Lorenzo Valloreja













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