FRA TRAGEDIA E FARSA LA STORIA DI JASON ARDAY, ” IL PIU’ GIOVANE PROFESSORE BRITANNICO DI COLORE”

Anche se il mio è un parere poco diffuso, ritengo che chiunque possa spacciare balle sul proprio conto, salvo poi confessarle tali quando con esse si sta per ottenere vantaggi che non sarebbero altrimenti ottenibili; a quel punto, ovviamente, si sconfina in situazioni da legge penale come la truffa. Ma anche qui, ognuno faccia la sua scelta.

Personalmente, non ne sono mai stato capace anche se qualche buon “pallone”, guardandomi indietro, mi avrebbe di certo aperto qualche porta, anzi portone, in più.

La storia dell’ ex docente di sociologia a Harvard rinvenuto morto a quarantuno anni nella sua dimora londinese ( fortemente probabile un gesto volontario) va oltre la mitomania di alto livello ed  è la tragica quanto grottesca dimostrazione del disturbo mentale di massa, ormai dilagante in ogni cosiddetta istituzione  (anche culturale, in questo caso).

Ovvero, qualunque vittimismo e storia di disagio coinvolga soggetti ritenuti, di fatto, fari della civiltà attuale (appartenenti a etnia non europea viventi in Occidente anche magari da secoli, persone con qualunque problematica psicofisica, omosessuali e dintorni, donne autodichiaratesi vittime di abusi anche di trenta o quaranta anni fa), ha credito immediato presso stampa main stream senza un riscontro immediato della plausibilità delle sue “sofferenze”.

A parte il riconoscimento a Locarno, alla carriera ad Asia Argento (attrice non straordinaria e dalla scarsa filmografia) cui la storia dei presunti abusi ultra datati da parte del famigerato produttore Weinstein ha sicuramente contribuito non poco, la storia del professore di sociologia britannico fa purtroppo piangere laddove sarebbe stato meglio ridere soltanto.

Il professore Arday aveva millantato di essere uscito da degrado culturale e analfabetismo a ben diciotto anni; ma allora, come era riuscito a completare un brillante ciclo di studi in tempi normali?

Denunciava autismo: non sembrava però, almeno superficialmente, da documenti audio e visivi.

Qui andiamo sulla bugia fantozziana delle seicento miglia percorse in sei giorni; come mai questo straordinario atleta non vinse nessuna medaglia olimpica o di massima competizione, anzi sottovalutò clamorosamente lo sport agonistico?

Sembra che la sua tesi di laurea fosse pesantemente scopiazzata da questo e da quel lavoro accademico altrui.

Quando in questo mondo ancora troppo meschino e pignolo qualcuno nella stampa britannica iniziò a fargli le proverbiali pulci, le benamate locali forze dell’ordine ammonirono a non creargli turbamento. Evidentemente, il suo folle fenomeno mediatico aveva padrini potenti e capaci del tipo della Open society di Soros e figlio, per intenderci.

A un certo punto, il professor Arday non ha più retto e ha rassegnato le dimissioni. E poi, il tragico epilogo dei giorni scorsi.

La famiglia lamenta una “persecuzione” da parte di una certa stampa, perdendo a mio modesto parere l’ occasione di far scendere sul tutto un decoroso e pietoso sipario.

A. Martino

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