VANNACCI HA GIÀ VINTO

Vannacci ha già vinto.

Lo so, detta così sembrerà l’ennesima provocazione. Qualcuno correrà immediatamente a ricordarmi che Futuro Nazionale, nei sondaggi pubblicati, non è affatto il primo partito italiano, che Giorgia Meloni conserva ancora un vantaggio considerevole e che le elezioni, soprattutto, non si vincono sui giornali ma nelle urne.

Tutto vero. Eppure continuo a pensare che Roberto Vannacci abbia già vinto.

Non le elezioni, naturalmente. Ha vinto qualcosa che, in politica, viene prima delle elezioni: ha costretto il sistema a occuparsi di lui, a preoccuparsi di lui e, soprattutto, a organizzarsi contro di lui.

Quando un uomo politico ancora relativamente nuovo riesce a costringere partiti, giornali, think tank, magistratura, vertici militari, commentatori e ambienti europei a discutere quotidianamente di come arginarlo, quell’uomo ha già conquistato la cosa più preziosa che esista in politica: la centralità.

E attenzione, perché proprio in queste ore è arrivato un particolare che considero molto più interessante di tanti sondaggi pubblici. Il Corriere della Sera, raccontando i timori che circolerebbero nel Governo intorno alla figura di Vannacci, scrive che Giorgia Meloni non vorrebbe allearsi con Futuro Nazionale «nonostante un sondaggio riservato che lo darebbe al 12%». Dodici per cento. Riservato. Non una mia invenzione, dunque, ma un’indiscrezione pubblicata dal Corriere

Io penso che sia già oltre. Ma soprattutto penso che abbia davanti a sé margini di crescita enormi.

E allora voglio spingermi molto più avanti e assumermi interamente la responsabilità della previsione. Scrivetelo, conservatelo e, quando arriveranno le prossime elezioni politiche, venitemelo pure a rinfacciare se avrò sbagliato: se si voterà nella primavera del 2027, Roberto Vannacci può superare abbondantemente il 30 per cento.

Non perché debba necessariamente svuotare Fratelli d’Italia, la Lega o il Movimento 5 Stelle. Certo, prenderà voti anche da lì. Il vero giacimento elettorale di Vannacci, però, secondo me è un altro: quelli che non votano più.

L’ITALIA È SEMPRE ALLA RICERCA DEL PROSSIMO ROTTAMATORE

La storia politica italiana degli ultimi trent’anni dovrebbe averci insegnato qualcosa. Nel 1994 Silvio Berlusconi vinse presentandosi come l’imprenditore che scendeva in campo mentre il vecchio sistema dei partiti era stato spazzato via da Tangentopoli. Poi arrivò la Lega della rivolta contro Roma. Poi Matteo Renzi, che da sinistra costruì la propria irresistibile ascesa sulla parola «rottamazione», promettendo di mandare a casa la vecchia classe dirigente del suo stesso partito. Poi Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle, che nel 2018 arrivarono al 32,7 per cento. Poi Salvini. Infine Giorgia Meloni, che ebbe l’intelligenza politica di restare fuori dal Governo Draghi mentre praticamente tutti gli altri ci entravano.

Cambiavano le idee, i linguaggi e persino gli schieramenti, ma il meccanismo rimaneva sorprendentemente simile: ciclicamente una parte enorme dell’elettorato italiano cerca qualcuno che prometta di rompere ciò che esiste.

Berlusconi voleva seppellire il vecchio sistema. Renzi voleva rottamare la vecchia classe dirigente. Grillo voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Salvini voleva ribaltare i rapporti con Bruxelles. Meloni rappresentava la discontinuità rispetto alla stagione dei governi tecnici, delle larghe intese e dell’europeismo senza alternative.

Poi, prima o dopo, quasi tutti finiscono per entrare nel sistema che volevano cambiare. E una parte dell’elettorato ricomincia a cercare il successivo.

Oggi quel successivo si chiama Roberto Vannacci.

MELONI HA OTTENUTO IL POTERE. MA HA PAGATO UN PREZZO

Giorgia Meloni non è semplicemente diventata Presidente del Consiglio. Ha pagato un prezzo politico per diventarlo e, soprattutto, per rimanerlo.

Una parte del suo elettorato storico non aveva dimenticato la Meloni degli anni precedenti: quella durissima con Bruxelles, critica verso l’Unione europea, molto più aperta nei confronti della Russia e assai meno disponibile ad accettare come intangibili gli equilibri costruiti fra Commissione europea, NATO e grandi cancellerie occidentali.

Nel 2022 quella Meloni era già cambiata. La campagna elettorale non era più quella del 2014. Eppure conosco bene quel mondo perché sono un uomo culturalmente appartenente alla destra sociale e in quegli anni, mentre militavo in Italexit, parlavo continuamente con persone che avrebbero votato per lei. Molte mi ripetevano più o meno la stessa cosa: deve dire così, deve tranquillizzare Bruxelles, deve rassicurare i mercati e gli americani; una volta arrivata a Palazzo Chigi tornerà a fare ciò che ha sempre detto.

Io non ci credevo.

Pensavo che Meloni avesse già fatto la propria scelta. E credo che avesse davanti agli occhi soprattutto un precedente: Silvio Berlusconi e il 2011.

Lo spread alle stelle, la crisi del debito sovrano, il Paese sottoposto a una pressione finanziaria enorme, Sarkozy e Merkel che davanti alle telecamere si scambiavano quel sorriso diventato uno dei simboli dell’umiliazione politica del Cavaliere. E, sullo sfondo, un Berlusconi che aveva tentato, nel bene o nel male, di praticare una politica estera italiana assai più autonoma: il rapporto personale con Vladimir Putin, quello con Gheddafi, il Trattato di amicizia con la Libia, il tentativo di ritagliare all’Italia un ruolo nel Mediterraneo e nei rapporti con Mosca che non fosse semplicemente quello dell’esecutore.

Che la crisi del 2011 sia stata organizzata come rappresaglia per quella politica estera non è un fatto dimostrato e non ho bisogno di sostenerlo. Il punto politico è un altro: Meloni vide che cosa era accaduto a Berlusconi e decise che a lei non sarebbe accaduto.

Niente guerra con Bruxelles, niente scontro frontale con Washington, nessuna ambiguità sulla NATO e nessuna rottura sull’Ucraina.

E quando nel 2022 lo stesso Berlusconi, ancora vivo, continuava a parlare di Putin e della guerra in termini assai diversi da quelli ormai dominanti nella coalizione, quelle parole furono trattate quasi come l’eccentricità del vecchio Cavaliere e del suo rapporto personale con lo Zar. Meloni, al contrario, fissò una linea inequivocabile: collocazione euro-atlantica, sostegno all’Ucraina, affidabilità internazionale.

La lezione del 2011 era stata appresa. Ma, a mio giudizio, al contrario.

Meloni non è stata conquistata dal sistema dopo essere arrivata al Governo. Ha scelto di non sfidarlo perché aveva già visto che cosa può accadere a un Presidente del Consiglio italiano quando entra in collisione con determinati equilibri internazionali.

La scelta ha funzionato. Oggi Meloni può vantare stabilità, accreditamento internazionale, ottimi rapporti con Bruxelles e, proprio oggi 4 settembre, 1.413 giorni a Palazzo Chigi: il Governo più longevo della storia della Repubblica, superando il Berlusconi II. 

A Bari Fratelli d’Italia celebra il risultato distribuendo persino un opuscolo dedicato ai record dell’Esecutivo: Il Governo + stabile, l’Italia + forte. Record e risultati

Complimenti.

Ma permettetemi una domanda: da quando la durata è diventata essa stessa un risultato politico?

La Prima Repubblica divorava governi. Alcuni duravano pochi mesi, eppure in quegli stessi decenni l’Italia costruiva infrastrutture, industrie, scuole, ospedali, aumentava il proprio peso economico e diventava una delle maggiori potenze industriali del pianeta.

La stabilità può essere uno strumento. Non può essere il fine ultimo della politica.

E soprattutto niente è gratuito. Per conquistare quella stabilità Meloni si è progressivamente mangiata proprio la rendita politica antisistema che l’aveva aiutata ad arrivare a Palazzo Chigi. Fratelli d’Italia e Lega erano cresciuti anche contestando Bruxelles, l’austerità, l’immigrazione, le sanzioni, la perdita di sovranità e una politica estera percepita da molti loro elettori come subalterna. Alla prova del Governo, tanto antisistema non lo sono stati.

Hanno scelto la stabilità.

Meloni più di tutti.

E così ha lasciato scoperto un elettorato che non è evaporato nel nulla. Ha semplicemente smesso di riconoscersi in chi governa.

Ed è esattamente lì che arriva Roberto Vannacci.

IL PIÙ GRANDE ERRORE DI MELONI POTREBBE ESSERE STATO IL TEMPO

Qui arriviamo al paradosso che considero politicamente più interessante.

Forse Giorgia Meloni avrebbe dovuto fare esattamente il contrario di ciò che sta facendo. Chiudere la partita prima dell’estate e andare rapidamente alle elezioni.

Vannacci avrebbe avuto pochissimo tempo: un partito appena nato, una struttura territoriale ancora incompleta, dirigenti da selezionare, liste da costruire, candidati da trovare. Avrebbe forse preso il 5, il 6, magari qualcosa in più.

Invece si va avanti.

E ogni settimana Vannacci costruisce un pezzo del proprio partito, ogni attacco gli regala un titolo, ogni tentativo di isolarlo rafforza la sua immagine antisistema e ogni mese gli concede ciò di cui ha più bisogno: organizzazione.

Meloni festeggia il tempo che ha conquistato. Potrebbe scoprire che proprio quello stesso tempo lo ha regalato al suo avversario.

CHI HA PAURA DI ROBERTO VANNACCI?

Per capire quanto il fenomeno venga ormai considerato serio basta osservare ciò che sta accadendo intorno a lui.

A luglio l’European Council on Foreign Relations dedica a Vannacci un Policy Alert dal titolo che non lascia molto spazio all’immaginazione: L’Europa ha un problema in Italia: come contrastare l’ascesa di Roberto Vannacci.

Non come comprenderla.

Non perché stia crescendo.

Come contrastarla.

Nel documento Vannacci viene definito un «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia, mentre Giorgia Meloni viene invitata a escludere Futuro Nazionale da qualsiasi forma di governo e si arriva a parlare della necessità di costruire un «cordone sanitario» attorno alle forze anti-UE.

A questo punto, però, bisogna capire chi parla.

Apriamo il sito dell’ECFR e leggiamo l’elenco che lo stesso think tank pubblica dei propri finanziatori. Naturalmente sono molti e diversi: fondazioni, società private, governi e organismi pubblici di numerosi Paesi. Ma fra questi troviamo Commissione europea, Banca europea per gli investimenti, Ministero degli Esteri tedesco, Ministero delle Finanze tedesco.

Poi la Francia: Ministero delle Forze Armate, Ministero degli Esteri, Ministero dell’Economia, Agence Française de Développement, oltre ad altri organismi pubblici francesi. Nei materiali dell’ECFR compare anche l’Ufficio del Primo ministro francese. Non sono nomi tirati fuori dal cilindro dal sottoscritto: sono nell’elenco dei finanziatori pubblicato dall’organizzazione stessa. 

Questo significa forse che Macron, il Governo tedesco o Ursula von der Leyen abbiano telefonato ordinando a qualcuno di scrivere un articolo contro Vannacci?

Naturalmente no. Non ne abbiamo alcuna prova e sarebbe ridicolo sostenerlo.

Ma sarebbe altrettanto ridicolo fingere che il contesto politico e culturale non esista.

È un mondo che ruota attorno all’attuale costruzione europea, alla sua politica estera, alla sua sicurezza, alla sua integrazione. E in quell’ambiente viene elaborato un documento che non si limita ad analizzare un nuovo movimento politico italiano, ma suggerisce esplicitamente come contrastarlo e invita il Presidente del Consiglio italiano a tenerlo fuori da qualsiasi futura maggioranza.

Ed ecco che ritorna quello che io chiamo da anni il condominio franco-tedesco dell’Europa.

È una mia definizione politica, naturalmente. Ma i nomi dei finanziatori sono fatti.

Germania, Francia, Commissione europea, apparati diplomatici, Difesa, finanza pubblica.

E allora un italiano avrà almeno il diritto di porsi una domanda: se Futuro Nazionale prendesse il 5, il 15 oppure il 30 per cento e quei voti risultassero indispensabili per costruire una maggioranza parlamentare, chi dovrebbe decidere se Vannacci possa partecipare al Governo?

Un think tank?

Bruxelles?

I giornali?

O gli elettori italiani?

DAL THINK TANK AL FINANCIAL TIMES

Poi arriva il Financial Times.

Il 2 settembre il quotidiano economico britannico pubblica un articolo su Vannacci e nel titolo ricompare proprio quell’espressione: «Russia’s “Trojan horse” in Italy tests Giorgia Meloni».

Il Financial Times riprende esplicitamente l’analisi dell’ECFR e la questione diventa internazionale. Vannacci viene presentato come il possibile elemento capace di mettere in difficoltà la politica italiana verso l’Ucraina, le sanzioni e l’unità europea.

E due giorni dopo eccoci qui.

Prima il think tank.

Poi la stampa internazionale.

Poi quella italiana.

Poi Palazzo Chigi.

Poi gli apparati.

Non ho bisogno di inventarmi una riunione segreta in qualche stanza di Bruxelles. Anzi, una simile sciocchezza indebolirebbe il ragionamento.

È tutto alla luce del sole.

Ed è precisamente questo a renderlo interessante.

«CONDIZIONATO DA MOSCA». SENZA LA PISTOLA FUMANTE

Il giorno successivo arriva infatti il Corriere della Sera con un articolo dal titolo altrettanto significativo: I sospetti del governo sull’ex generale Vannacci condizionato da Mosca: il dossier dell’intelligence e il timore di manipolazione.

Leggete però il testo, non soltanto il titolo.

Il Corriere scrive che nel Governo, «seppure in mancanza di pistole fumanti», sarebbero in molti a coltivare il sospetto che Vannacci possa essere in qualche modo condizionato da Mosca. E aggiunge una frase ancora più interessante: «Si pensa, ma non si dice».

Poi arriva il particolare del sondaggio riservato al 12 per cento.

E improvvisamente il quadro diventa ancora più interessante. 

Vannacci viene rappresentato con l’immaginario russo e sovietico, il colbacco, la stella rossa, la falce e martello, mentre l’accusa politica che prende corpo è quella del generale filorusso, del cavallo di Troia, dell’uomo in qualche maniera «condizionato» da Mosca.

Peccato che la storia possieda un senso dell’umorismo piuttosto sviluppato.

Roberto Vannacci dalla Russia è stato espulso.

Nel 2022 era addetto militare presso l’Ambasciata italiana a Mosca. Il Governo Draghi espulse trenta diplomatici russi dall’Italia per ragioni di sicurezza nazionale e Mosca reagì espellendo diplomatici ed esperti militari italiani. Fra loro c’era Vannacci.

Naturalmente non sto sostenendo che Putin abbia personalmente indicato il suo nome perché lo considerasse un nemico della Russia. Fu una ritorsione diplomatica collettiva.

Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più semplice: dove sono le prove che trasformano oggi quell’ufficiale italiano in un uomo “condizionato da Mosca”?

È contrario alle sanzioni? Vuole ristabilire rapporti economici con la Russia? Considera fallimentare la politica occidentale sull’Ucraina? È contrario al riarmo europeo?

Benissimo.

Sono posizioni politiche.

Si possono condividere, contestare, combattere.

Ma da quando un’opinione sulla politica estera costituisce la prova di un condizionamento straniero?

Perché se il criterio diventa questo, non stiamo più combattendo l’ingerenza straniera. Stiamo trasformando il dissenso geopolitico in un indizio di colpevolezza.

NON BASTAVA PUTIN. ARRIVA MUSSOLINI

Ma evidentemente Putin non bastava.

Ed eccoci al fascismo.

Il Sindacato dei Militari ha presentato esposti relativi a Vannacci e a Futuro Nazionale e nella denuncia alla magistratura ordinaria viene prospettata anche l’ipotesi della ricostituzione del partito fascista ai sensi della legge Scelba.

Separatamente, la Procura militare di Roma ha aperto accertamenti preliminari sulla posizione degli appartenenti alle Forze armate presenti nella struttura organizzativa di Futuro Nazionale.

La distinzione è fondamentale: la Procura militare non ha dichiarato Vannacci colpevole di ricostituzione del partito fascista. Sta verificando l’eventuale esistenza di fatti di propria competenza riguardanti militari in servizio. Ed è singolare che la stessa Procura abbia precisato di essersi mossa, oltre che sulla base dell’esposto, «anche alla luce di notizie estratte da autorevoli organi di stampa estera»

Quale stampa estera?

Proprio in quelle ore il Financial Times parlava del «cavallo di Troia» russo riprendendo l’ECFR.

Non sto dicendo che una cosa abbia causato l’altra. Sto mettendo in fila una cronologia. Il lettore è perfettamente capace di ragionare da solo.

Quanto al fascismo, forse conviene tornare per qualche minuto ai testi.

La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione non dice che è vietato essere fascisti. Dice che è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Non sono la stessa cosa.

Altrimenti qualcuno dovrebbe spiegarmi come abbia fatto il Movimento Sociale Italiano a partecipare alla vita politica della Repubblica per quasi mezzo secolo. Nelle sue sezioni militavano reduci della Repubblica Sociale, ci si chiamava camerati, la memoria di Mussolini non era esattamente clandestina e la simbologia politica rivendicava apertamente quella provenienza.

Eppure il MSI presentava liste, eleggeva deputati e senatori, amministrava comuni e sedeva nel Parlamento della Repubblica.

Perché la legge Scelba non punisce un’opinione conservatrice, nazionalista, radicale o nostalgica in quanto tale. Per la ricostituzione del partito fascista richiede ben altro: finalità antidemocratiche proprie del fascismo e le condotte indicate dalla legge, fra cui violenza come metodo politico, soppressione delle libertà costituzionali, propaganda razzista e manifestazioni esteriori di carattere fascista nei termini previsti dall’ordinamento.

Dov’è tutto questo nel programma di Futuro Nazionale?

La famiglia naturale?

La remigrazione?

La critica all’Unione europea?

La contrarietà alle sanzioni?

La difesa dell’identità nazionale?

Possono piacere oppure fare orrore. Ma in democrazia le idee si combattono con altre idee.

Vannacci, soprattutto, non propone di prendere Palazzo Chigi con i carri armati.

Chiede agli italiani di votarlo.

Un fascismo davvero curioso: vuole contare le schede.

POI SCOPRIRONO CHE I MILITARI AVEVANO IDEE POLITICHE

Rimane la presenza di militari in servizio dentro Futuro Nazionale.

E qui entriamo nel territorio forse più surreale di tutta la vicenda.

Chiariamo innanzitutto una cosa: la candidatura di un militare non è vietata. La legge disciplina espressamente le modalità con cui un appartenente alle Forze armate può candidarsi, svolgere la campagna elettorale e, una volta eletto, essere collocato nella posizione prevista dall’ordinamento.

Ma l’obiezione che viene mossa oggi è più sottile: il militare in servizio può essere iscritto a un partito? Può addirittura ricoprirvi un incarico?

E qui la faccenda diventa interessante.

L’articolo 98 della Costituzione non stabilisce direttamente il divieto. Stabilisce che la legge può introdurre limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per determinate categorie, fra le quali i militari di carriera in servizio attivo.

La stessa Difesa, rispondendo ufficialmente alla Camera nel 2011, ricordò che per le Forze armate non era stata introdotta una disposizione legislativa ordinaria contenente un divieto generale ed espresso di iscrizione ai partiti.

La questione degli incarichi organizzativi dentro un partito è più controversa. Tanto che, proprio commentando gli accertamenti attuali, la difesa di Vannacci sostiene che non esista una norma che vieti espressamente al militare in servizio di assumere un incarico partitico e ricorda come l’interpretazione restrittiva derivi in particolare da una sentenza del Consiglio di Stato del 2017, mentre precedenti TAR avevano seguito orientamenti differenti. Sarà eventualmente la giustizia a stabilire le responsabilità nei singoli casi. 

Ma se qualcuno vuole raccontarmi che nella storia della Repubblica il militare è sempre stato una specie di eunuco politico, privo di opinioni, simpatie e appartenenze, allora permettetemi di aprire il libro della storia.

L’AMMIRAGLIO BIRINDELLI: QUANDO IL PRESIDENTE DEL MSI ERA ANCORA MILITARE

A questo punto qualche purista della Costituzione, o qualche «sinistro», come amava chiamarli il mio compianto amico Nicolino Cucullo, già sindaco di Chieti, sorriderà soddisfatto.

Perché i nomi che sto per pronunciare non sono precisamente quelli che si trovano sui santini dell’ANPI.

Benissimo.

Cominciamo da Gino Birindelli.

Medaglia d’Oro al Valor Militare, ammiraglio di Squadra, già comandante delle forze navali NATO del Sud Europa.

Nel 1972 aderisce all’operazione politica della Destra Nazionale e viene eletto deputato con il MSI-DN. Ma non era semplicemente un «indipendente» parcheggiato in una lista elettorale.

Nel gennaio del 1973 Birindelli diventa presidente del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale.

Presidente di un partito politico.

E qui arriva il particolare meraviglioso: la biografia ufficiale della Marina Militare colloca il suo congedo al 15 dicembre 1973.

Dunque, per buona parte del 1973, la Repubblica italiana ebbe un ammiraglio che non aveva ancora concluso formalmente la propria vita militare e che contemporaneamente presiedeva il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale.

E sapete che cosa accadde?

La Repubblica sopravvisse.

Birindelli è tanto più interessante perché fu proprio uno degli uomini simbolo dell’operazione con cui il vecchio MSI cercò di trasformarsi nella Destra Nazionale, aprendosi ai monarchici, ai conservatori, ai militari e a settori della destra estranei alla tradizione repubblichina.

Poi c’è Giovanni De Lorenzo, già comandante generale dei Carabinieri, capo del SIFAR e capo di Stato maggiore dell’Esercito, eletto deputato nelle liste monarchiche nel 1968 quando la sua vicenda militare non era ancora formalmente conclusa.

Poi Antonio Pappalardo: ufficiale dei Carabinieri, presidente del COCER, deputato, sottosegretario, successivamente fondatore di un proprio movimento politico e poi nuovamente nell’Arma.

E potremmo continuare.

A questo punto il mio amico «sinistro» mi interromperà: Valloreja, ma che razza di esempi porti? De Lorenzo? Birindelli? Militari di destra, uomini continuamente tirati dentro il racconto delle trame nere e delle pagine più controverse della Repubblica?

Obiezione accolta.

Anzi, ve la regalo.

Se ritenete che proprio quelle esperienze dimostrino quanto sia pericoloso il rapporto fra militari e politica, allora chiedete al Parlamento di intervenire. Utilizzate la facoltà prevista dall’articolo 98 della Costituzione e fate approvare un divieto generale e inequivocabile.

Ma non riscrivete retroattivamente la storia della Repubblica facendo credere agli italiani che quel divieto assoluto sia sempre esistito.

E soprattutto applicate lo stesso metro a tutti.

Perché a quel punto il dubbio diventa legittimo: il problema sono davvero i militari che hanno opinioni politiche oppure sono diventati improvvisamente un problema perché oggi alcuni di loro hanno scelto Roberto Vannacci?

UN ALTRO GIRO, UN ALTRO AMBIENTE

C’è poi un’altra circostanza che merita almeno di essere raccontata.

L’esposto viene dal Sindacato dei Militari guidato da Luca Marco Comellini, che nei confronti di Vannacci aveva già assunto in passato posizioni durissime.

Fra i legali coinvolti nell’iniziativa figura l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di Diritto militare alla Link Campus University.

E qui, curiosamente, torniamo ancora una volta nello stesso universo.

Link Campus non è, formalmente, «l’università dei servizi segreti» e sarebbe una sciocchezza definirla così. Ma possiede una lunga e documentata esperienza accademica nei settori della Difesa, della sicurezza e dell’intelligence. Ha organizzato percorsi dedicati all’intelligence, rapporti e iniziative con ambienti istituzionali della Difesa e della sicurezza. Vi ha insegnato, fra gli altri, Elisabetta Trenta, che sarebbe poi diventata ministro della Difesa nel Governo Conte I.

Questo dimostra che l’intelligence abbia ordinato a qualcuno di denunciare Vannacci?

No.

Non ne ho la prova e non lo sostengo.

Osservo però una cosa: ogni volta che si gira attorno al fenomeno Vannacci finiamo per incontrare lo stesso universo. Difesa, sicurezza, intelligence, politica estera, Russia, Unione europea.

Sarà una coincidenza.

Ma le coincidenze, quando diventano numerose, meritano almeno di essere raccontate.

IL VERO ELEFANTE NELLA STANZA È L’UCRAINA

Ed eccoci, secondo me, al cuore politico di tutta questa storia.

Perché Vannacci non minaccia soltanto qualche seggio di Fratelli d’Italia. Minaccia una concezione dell’Europa.

Quella costruita negli ultimi decenni. Quella nella quale Francia e Germania hanno esercitato un peso determinante. Quella dell’integrazione progressiva, dell’atlantismo come collocazione non negoziabile, della politica estera comune e, dal febbraio 2022, del sostegno politico, economico e militare all’Ucraina come uno dei grandi elementi identitari dell’Unione.

Ed è qui che arriviamo alla paura vera.

Non Putin.

La sconfitta.

Perché se la guerra in Ucraina dovesse concludersi con una sconfitta strategica di Kyiv e con il mancato raggiungimento degli obiettivi perseguiti dall’Occidente, qualcuno prima o poi porrebbe domande molto semplici.

A cosa sono servite le sanzioni? A cosa sono serviti gli aiuti militari? A cosa sono serviti i miliardi? Quali conseguenze ha prodotto la rottura energetica con Mosca? Quali obiettivi sono stati raggiunti? Quali no? E soprattutto: chi ha sbagliato dovrà risponderne politicamente?

Perché a perdere, in quel caso, non sarebbe soltanto l’Ucraina.

Perderebbe una classe dirigente europea.

Perderebbe credibilità una generazione di leader che ha investito una quantità enorme di capitale politico sull’isolamento della Russia, sulle sanzioni, sul sostegno militare a Kyiv e, successivamente, sul riarmo europeo.

Ed è lì che potrebbe arrivare la vera rottamazione.

Non quella di Matteo Renzi.

Renzi voleva rottamare una classe dirigente e sostituirla con un’altra.

Qui potrebbe essere messa in discussione la macchina stessa: la visione dell’Europa, il rapporto con la Russia, la politica energetica, il rapporto fra sovranità nazionale e istituzioni comunitarie, il ruolo della NATO e persino l’idea che il processo di integrazione europea debba procedere sempre nella stessa direzione e sia sostanzialmente irreversibile.

Ecco perché Vannacci fa paura.

Non perché indossa un colbacco. Non perché qualcuno lo possa rappresentare con una stella rossa sulla fronte. Non perché sia contemporaneamente dipinto come fascista e come cavallo di Troia della Russia.

Fa paura perché potrebbe diventare uno dei catalizzatori italiani di un cambiamento politico che va ben oltre l’Italia.

E se quel cambiamento arrivasse davvero, per molti non finirebbe semplicemente una politica.

Finirebbe la pacchia.

L’ERRORE PIÙ GRANDE: TRASFORMARLO IN UNA VITTIMA

Ed è qui che Giorgia Meloni e gli avversari di Vannacci rischiano di commettere l’errore più grande possibile: trasformarlo in una vittima.

Non esiste carburante migliore per un movimento antisistema.

Provate a entrare nella testa di uno dei milioni di italiani che non votano più. Gli raccontano che Vannacci è impresentabile, filorusso, cavallo di Troia di Mosca, che intorno alle forze anti-UE bisogna costruire un cordone sanitario, che aleggia il fascismo, che bisogna verificare i militari che stanno nel suo partito, che la stampa internazionale è preoccupata, che a Palazzo Chigi lo considerano «incontrollabile».

Quell’elettore può certamente concludere: allora Vannacci è pericoloso.

Ma può arrivare anche alla conclusione esattamente opposta:

se tutti quelli di cui non mi fido hanno così tanta paura di lui, forse è proprio lui quello che devo votare.

È il meccanismo elementare dell’antisistema.

Più lo isolate, più certificate che è fuori dal sistema. Più lo demonizzate, più gli regalate autenticità. Più cercate di costruirgli attorno un cordone sanitario, più gli consegnate la possibilità di presentarsi come l’uomo contro il quale si sono coalizzati tutti gli altri.

E questo vale soprattutto per gli astensionisti.

Perché Vannacci non ha bisogno di convincere soltanto un meloniano a non votare più Meloni. Deve convincere qualcuno che non mette piede in un seggio da anni che questa volta vale la pena tornarci per mandare a casa tutti gli altri.

È così che nascono le valanghe elettorali.

Quasi mai vengono previste quando sono ancora valanghe potenziali.

MELONI POTREBBE ESSERE SCONFITTA PROPRIO DAL SUO PIÙ GRANDE SUCCESSO

E allora torniamo dove siamo partiti.

Bari.

4 settembre 2026.

Giorgia Meloni festeggia i suoi 1.413 giorni e il Governo più longevo della storia repubblicana. Lei stessa questa mattina ha precisato che la stabilità «non è un record da esibire», ma una condizione per programmare e mantenere gli impegni. 

Ha ragione.

Ed è proprio per questo che fra qualche mese dovremo giudicare non soltanto quanto sia durato questo Governo, ma che cosa abbia prodotto politicamente quella durata.

Perché la storia è una signora cattiva. A volte concede a un politico esattamente ciò che desiderava un istante prima di presentargli il conto.

Meloni voleva dimostrare che la destra italiana poteva governare senza essere travolta dai mercati, da Bruxelles, dallo spread, dalle cancellerie europee o dalle diffidenze americane.

Lo ha dimostrato.

Voleva essere considerata affidabile.

Lo è diventata.

Voleva durare.

È durata più di tutti.

Ma per ottenere tutto questo ha progressivamente occupato lo spazio politico della stabilità e ha lasciato vuoto quello della rottura.

E in politica le sedie vuote durano pochissimo.

Su quella sedia oggi si è seduto Roberto Vannacci.

Per questo continuo a sostenere che abbia già vinto. Non conosco il risultato delle prossime elezioni e non possiedo sondaggi segreti. Non so se oggi Futuro Nazionale valga realmente il 10, il 12 o il 15 per cento. So soltanto che il Corriere ci racconta dell’esistenza di un sondaggio riservato che lo darebbe già al 12 per cento e, contemporaneamente, ci racconta delle preoccupazioni che la sua crescita suscita dentro il Governo. 

Poi guardo quello che accade fuori.

Un think tank europeo scrive come contrastarlo e propone un cordone sanitario.

Il Financial Times parla del cavallo di Troia russo.

Il Corriere racconta i sospetti di Palazzo Chigi.

Arrivano gli esposti.

Arriva la legge Scelba.

La Procura militare apre accertamenti sulla presenza di militari nel suo partito e nella propria comunicazione richiama persino le notizie apparse sulla stampa estera. 

Tutto questo dovrebbe dimostrare la debolezza di Vannacci?

A me suggerisce esattamente il contrario.

Perché esistono i sondaggi elettorali, quelli con le percentuali, i campioni e le intenzioni di voto.

E poi esiste un altro sondaggio, molto più rudimentale ma talvolta assai più interessante: guardare come si comporta il potere quando pensa di avere davanti qualcuno che non conta nulla e confrontarlo con come si comporta quando comincia ad avere paura.

Io quel sondaggio lo sto guardando.

E il risultato mi sembra piuttosto chiaro.

Oggi Giorgia Meloni festeggia il tempo che ha conquistato.

Roberto Vannacci, nel frattempo, usa quello stesso tempo per costruire il proprio partito.

E più gli altri lo attaccano, più gli consegnano esattamente ciò che gli occorre: visibilità, centralità, radicalità, identità e soprattutto la patente di uomo che il sistema non vuole.

Per trasformare tutto questo in una forza politica capace di contendere la guida della destra italiana gli manca soprattutto una cosa.

Tempo.

E, paradossalmente, quel tempo glielo sta regalando Giorgia Meloni.

Ecco perché, comunque finisca,

Vannacci ha già vinto.

Lorenzo Valloreja

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