È MORTO IL PROFETA DELL’ADRIATICO: GIOVANNI GALEONE
Se dovessimo riassumere la vita di Giovanni Galeone, potremmo ricorrere a una sorta di equivalenza matematica: “Maradona : Napoli = Galeone : Pescara.”
Perché, come il Pibe de Oro, anche “il Profeta” — così veniva affettuosamente chiamato, con rispetto, l’allenatore friulano — ha segnato la storia di un’intera città e, con essa, la sua cultura popolare, fino a diventare pietra di paragone e incubo per tutti i mister che, da allora in poi, si sono seduti sulla panchina del Pescara Calcio.
Infatti, dopo Galeone, appena la squadra non andava bene — e
bastava anche poco, tre o quattro sconfitte consecutive — ecco che la Curva
Nord, inesorabile, iniziava a cantare:
“Ga-leone! Gale! Gale-one!”
Perché non
aveva introdotto solo il calcio
champagne, cioè un calcio fatto di zona e attacco costante, di bel
gioco insomma, prima ancora che Sacchi lo portasse al Milan… e tenete conto che
il Pescara non era il Milan, né tantomeno aveva i soldi della società rossonera.
Era una piccola squadra di provincia.
Pensate che Galeone fu ingaggiato all’epoca dal presidente Scibilia & Co. per soli 60 milioni di lire a stagione, più l’utilizzo di un villino come residenza a Francavilla al Mare, una Saab 9000 cabrio verde smeraldo come auto aziendale e il conto aperto al ristorante Eriberto, essendo appassionato di buon pesce e buon vino.
Ma quello era un altro calcio, in un’altra Italia, in un’epoca in cui esistevano ancora il romanticismo e l’onore della bandiera.
Nel campionato 1985/86 il Pescara, che rischiava la retrocessione in Serie C, rimase in Serie B grazie al fallimento del Palermo.
La squadra dei delfini dell’Adriatico, però, non disponeva di una rosa all’altezza della categoria. Ma in panchina era appena arrivato Giovanni Galeone, che con il suo carisma e la sua visione di gioco riuscì non solo a vincere il campionato cadetto nella stagione 1986/87, riportando il Pescara in Serie A, ma anche — l’anno seguente — a salvarlo e a mantenerlo nella massima serie per un’altra stagione ancora: la prima volta nella storia in cui il Pescara disputò due campionati consecutivi in A.
Un miracolo nel miracolo, che parve solleticare come non mai l’orgoglio dei pescaresi. Perché, come si dice in città, “nu sem nu!” (“noi siamo noi!”). E il pescarese, si sa — come il suo più illustre figlio, Gabriele d’Annunzio — è guascone, appariscente, e ama vivere al di sopra delle proprie possibilità.
Con Galeone, che incarnava tutte queste caratteristiche, fu amore a prima vista. Da ragazzo leggeva Evola, poi
passò agli esistenzialisti francesi come Sartre e al realismo epico di Brecht.
Il suo spirito da bastian contrario lo portò ad abbracciare ideali affini al
comunismo, anche per l’influenza del Sessantotto, e a legarsi in amicizia con
un altro grande friulano — di cui in questi giorni ricorre il cinquantesimo
della morte — Pier Paolo Pasolini.
Del poeta pordenonese Galeone amava dire: «Con Pier Paolo giocavamo spesso
a pallone.
Emanava un fascino e una personalità fortissimi, un carisma che gli veniva
riconosciuto senza che lo cercasse».
E come Pasolini, anche Galeone criticava la sinistra dell’epoca: «Non
si schierano apertamente, si vergognano ad ammettere quello che sono stati,
figuriamoci se hanno voglia di rivendicarlo…
E se senti parlare uno di destra o uno di sinistra, puttana la miseria, sembra
di ascoltare la stessa voce».
Galeone era anticonformista, scanzonato e sorprendente al tempo stesso, poco incline alle regole comportamentali. Quando gli chiesero come si regolasse con il sesso prima delle partite, rispose: «Io già faccio fatica a controllare la mia vita privata, figuriamoci se ci provo con quella degli altri». E infatti aveva un debole per il gentil sesso. Se ne raccontano tante ancora oggi in città — flirt veri o presunti che fossero — ma fu proprio durante l’era Galeone che nacquero i primi club femminili biancazzurri.
Per smentire le voci e rassicurare la moglie, Annamaria “Checca” Toneatti, disse: «Ma non sono vizioso. Come fosse degradante per un uomo amare le donne e capire il vino, e viceversa. Ammirare le sottane non significa zompar loro addosso».
Era un po’ naïf in questo, come quando lo vidi allenare il Pescara
scalzo e a torso nudo nella partita di Mitropa Cup del 26 maggio 1988 contro lo
Slovan Bratislava … era praticamente con i soli pantaloncini, una cosa che non
avevo mai visto fare da nessuno, ma il Profeta era così, come lo sono stati tutti
i grandi artisti — o i grandi atleti — aveva un’anima fuori dagli schemi.
Si pensi al rapporto con Blaž “Baka”
Slišković, mezz’ala jugoslava proveniente dall’Hajduk Spalato,
praticamente sconosciuto in Italia, che Galeone seppe trasformare in
centravanti e compagno di grandi bevute, partite a carte e “battute di caccia”
alle gonnelle.
O alla sua amicizia con Diego Armando Maradona, che più volte confessò di voler essere allenato da lui. E come la “Mano di Dios”, anche Galeone fu sempre fedele al suo calcio e ai suoi gesti di umanità anonima — come quando si recò più volte in ospedale a far visita ad Andrea, un giovane tifoso malato di leucemia, restando ore al suo fianco in camera iperbarica. Nessuno lo riconosceva, nascosto sotto camice verde e mascherina. Quando il ragazzo morì, il Mister non esitò a staccare un assegno consistente per aiutare la famiglia.
Gli uomini passano, le opere restano, diceva qualcuno. E come dimenticare dunque la stagione 1987/88, quando pareggiammo con il Milan di Van Basten e Gullit e battemmo sia l’Inter che la Juventus per 2-0? O la stagione successiva, quando alla fine del girone d’andata eravamo ottavi in classifica, davanti a Bologna e Cesena, e alla prima di ritorno battemmo la Roma di Völler per 3-1 (Tita, Edmar, Júnior)? Allora sì, si iniziava davvero a sognare l’Europa.
Se il Pescara di Zeman — quello di Verratti, Insigne e Immobile —
era una squadra “spaziale”, e quello di Baldini una squadra di volontà, il Pescara di Galeone fu come l’Antico Testamento:
epico, immortale e artigianale, quindi perfetto e bellissimo al tempo stesso.
Leggero e pulito come solo lo sport sa essere, tanto che, si
pensi, il termine “Pescara Champagne” non viene solo dal modulo di gioco di
Mister Galeone, ma anche da una piccola leggenda: a quel tempo, era
consuetudine che chi perdeva la partitella del sabato — quella di allenamento –
offrisse, poi, agli altri compagni pizza e champagne. Da lì, quel nome che è
diventato mito.
Come le gesta e il tuo ricordo, Mister.
Onore a te, Galeone.
Resterai per sempre nei nostri cuori come il più pescarese dei pescaresi.
E forse, proprio per questo, sarebbe giusto che lo stadio cittadino portasse il tuo nome.
Lorenzo Valloreja













Complimenti, Lorenzo !! Hai centrato il vero aspetto legato all’amore eterno che i pescaresi nutrono per Galeone.